Fabrizio Lopresti al Lamezia Film Fest: "Recitare significa partire dalla propria verità"
CinemaFabrizio Lopresti si racconta al Lamezia International Film Fest 2026, dove ha guidato una masterclass di recitazione cinematografica. L’attore, regista e autore parla della verità davanti alla macchina da presa, del confine tra disciplina e libertà sul set e dei personaggi di Sensualità a corte, da Batman/Renato a Daiana Wonder Woman. Ai giovani consegna una lezione essenziale: non giudicarsi, osare e credere in sé stessi, demolendo i cliché per aprire i «rubinetti emotivi» da cui nasce un personaggio autentico
Fabrizio Lopresti, la verità ha i baffi
Da Stanislavskij a Daiana Wonder Woman il passo è meno lungo di quanto si possa immaginare. Nel mezzo ci sono una macchina da presa, una diga emotiva, il rigore del set e abbastanza baffi da mettere in crisi il reparto trucco di un cinecomic.
Fabrizio Lopresti conosce bene entrambi i lati dello specchio. Attore davanti all’obiettivo, regista e autore dietro la macchina da presa, ha cominciato dal teatro, si è formato al Centro per la Sperimentazione e la Ricerca Teatrale di Pontedera e ha seguito un master di regia cinematografica con Paolo Virzì e Francesco Bruni, mentre in televisione firmava di tutto, da Scherzi a parte a Melaverde ai Viaggi del cuore.
Al Lamezia International Film Fest 2026 ha guidato una masterclass di recitazione cinematografica articolata in cinque fasi, tre sessioni e nella realizzazione di un cortometraggio finale. Non una lezione ex cathedra, dunque, ma un viaggio dentro il processo creativo: dalla verità dell’interprete alla costruzione del personaggio, sino al momento in cui si accende la macchina da presa e le scuse, come certe controfigure, devono uscire dall’inquadratura.
Il grande pubblico lo associa soprattutto agli improbabili amanti di Jean-Claude in Sensualità a corte, la saga comica ideata da Marcello Cesena nel 2005: Batman/Renato, Dart Fener/Stefano, Diabolik/Armando e infine Daiana Wonder Woman. Una legione di supereroi sentimentali, queer e fieramente scalcagnati, accomunati dalla stessa peluria e da una concezione dell’amore non proprio ratificata dal codice napoleonico.
Lo abbiamo incontrato al LIFF per parlare di verità e finzione, disciplina e libertà, cliché da demolire e rubinetti emotivi da aprire. Perché, secondo Lopresti, recitare non significa indossare una maschera. Significa trovare il coraggio di togliersi quella che portiamo ogni giorno.
«Non giudicarsi, osare, credere in sé stessi»
Qual è la cosa che un giovane attore può comprendere soltanto quando la macchina da presa si accende?
«Che la passione, da sola, non basta. La recitazione è un vero lavoro, scelto nella piena consapevolezza delle difficoltà che comporta. Quando un ragazzo esce da una scuola e comincia il proprio percorso professionale deve comprenderlo subito.
Durante le masterclass di recitazione cinematografica e nei corsi di regia creativa cerco sempre di ricordare agli studenti che la creatività nasce dalla nostra emotività, dalla nostra verità. Per prima cosa devono imparare a non giudicarsi. Devono osare e credere in sé stessi.
È la prima arma necessaria per intraprendere questo cammino, ma credo che valga anche nella vita. I grandi pedagoghi della recitazione, da Čechov e Stanislavskij fino a Strasberg, insegnavano ai propri allievi a partire sempre da una verità interiore. Prima della tecnica e della forma viene ciò che siamo davvero».
Prima il mestiere, poi la mistica. L’ordine non è casuale. Perché il talento senza disciplina rischia di diventare uno di quei soprammobili preziosi che nessuno osa spolverare.
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«Prima dello spettatore, devi convincere te stesso»
Qual è la differenza tra essere veri e sembrare veri sullo schermo?
«È una differenza fondamentale. Quando si recita non si può prescindere dall’essere veri. Se vuoi che lo spettatore creda che tu sia davvero quel personaggio, devi crederci prima di lui.
Devi essere convinto che quel giorno andrai a combattere una guerra oppure che dovrai assolutamente superare un colloquio perché non possiedi più il denaro per pagare l’affitto. Penso, per esempio, a La ricerca della felicità di Gabriele Muccino e alla sequenza in cui il personaggio interpretato da Will Smith, dopo avere ottenuto il lavoro, cammina tra la folla applaudendo. In quel gesto c’è la consapevolezza di avercela fatta e di potere finalmente uscire dalla miseria.
Bisogna partire da sé stessi. Il metodo di recitazione ti conduce dentro la tua interiorità e permette di sbloccare quei rubinetti emotivi che spesso teniamo chiusi. Quando finalmente si aprono, è come se cedesse una diga. E il fiume va».
Il primo spettatore, insomma, abita dentro l’attore. Ed è pure il più difficile da imbrogliare: non compra il biglietto, ma conosce tutti i trucchi.
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Sensualità a corte: il delirio ha bisogno di disciplina
Per fare funzionare una comicità surreale come quella di Sensualità a corte serve più libertà o più disciplina?
Fabrizio Lopresti: «Servono entrambe. Non bisogna pensare che il set di Sensualità a corte, proprio perché il risultato è folle e surreale, sia privo di disciplina. Al contrario, Marcello Cesena è un regista molto esigente.
Certo, qualcosa può nascere dall’improvvisazione e ogni tanto si può modificare una battuta. Ma Marcello ha già chiaramente in mente che cosa vuole girare, come intende farlo e, soprattutto, in quale direzione condurre i suoi attori.
Proviamo molto. Inoltre, dopo più di vent’anni di lavoro insieme, tra noi si è creato un rapporto di fiducia profondo. Quando arriviamo sul set sappiamo che ognuno darà il mille per mille alla sitcom».
La libertà, dunque, non coincide con l’anarchia. Persino il nonsense deve conoscere perfettamente la strada prima di imboccare, con aristocratica incoscienza, una rotatoria contromano.
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«Da bambino volevo fare il supereroe di lavoro»
Il successo di un personaggio comico spalanca nuove porte oppure rischia di rinchiudere un attore dentro un solo ruolo?
«Io sono felicissimo, perché da bambino volevo fare il supereroe di lavoro. Amavo Batman, Mazinga, i robot e la fantascienza. Grazie a Sensualità a corte ho potuto diventare Batman/Renato, Dart Fener, Diabolik e infine Daiana Wonder Woman.
Daiana è un personaggio completamente folle, ma anche dolcissimo. È stata un’invenzione di Marcello. Io ogni tanto lanciavo qualche proposta: “Potremmo fare Superman oppure quest’altro personaggio”. Ma è stato lui a costruire quelle identità e a guidarmi nelle interpretazioni.
Questi personaggi mi fanno divertire moltissimo, ma non mi hanno rinchiuso. Il mio lavoro è anche quello del regista: scrivo e giro programmi per la televisione, soprattutto per Mediaset. Sono talmente impegnato che oggi non riuscirei neppure ad affrontare una lunga tournée teatrale».
Nessuna gabbia, dunque, ma un guardaroba. Daiana non è una prigione: è un costume in più per chi da bambino voleva fare il supereroe di lavoro. E non deve nemmeno essere bellissima, che sarebbe una banalità imperdonabile per una creatura votata a una missione assai più complessa: essere memorabile. D’altronde, le proporzioni passano, i baffi restano.
Demolire i cliché, poi ricostruire la verità
Tra le lezioni delle sue masterclass, quale vorrebbe che gli studenti ricordassero più a lungo?
«Vorrei che ricordassero di attingere anche agli stati emotivi vissuti nel passato, come insegnavano i maestri. Cerco di unire quei principi alla mia esperienza personale: nel percorso di avvicinamento al personaggio provo a trovare insieme agli studenti soluzioni sceniche e invenzioni capaci di rafforzare sia il loro stato emotivo sia la figura che stanno costruendo.
Il mio lavoro consiste anche nel destrutturare, nel demolire i cliché dell’attore. Soltanto dopo si può ricomporre tutto attraverso un’energia diversa e una nuova verità. Accade quando gli interpreti riescono finalmente ad aprire quei rubinetti interiori e si concedono il diritto di lasciarsi andare».
Demolire, ricostruire, aprire le paratie. Più che una lezione di recitazione sembra un piccolo manuale di ingegneria dell’anima. Ma sul set, come nella vita, bisogna conoscere la struttura prima di abbattere una parete.
Se Fabrizio Lopresti fosse un cocktail
Fabrizio Lopresti sarebbe un Last Word, composto in parti uguali da gin, Chartreuse verde, maraschino e succo di lime. Quattro ingredienti costretti a convivere nella medesima coppa senza che nessuno si prenda tutta la scena: un perfetto esercizio di recitazione corale.
Il gin è il rigore del regista. La Chartreuse, con quel verde quasi radioattivo, è l’energia dei supereroi. Il maraschino possiede la tenerezza spiazzante di Daiana Wonder Woman. Il lime, infine, è la nota acida necessaria a corrodere i cliché.