Claude Lelouch al Lamezia Film Fest: "Il cinema è la grande storia d’amore della mia vita"

Cinema
Paolo Nizza

Paolo Nizza

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Claude Lelouch si racconta in collegamento Zoom al Lamezia International Film Fest 2026, che gli assegna il Premio Ligeia alla Carriera. Il cineasta di Un uomo, una donna parla dell’amore come passaggio dall’egoismo alla generosità, difende la sala dalle piattaforme e definisce la vita "il più grande sceneggiatore del mondo". Poi confessa: "Ho tradito tutte le donne della mia vita con il cinema", annuncia il suo 52° film e saluta l’Italia: "La amo quanto la Francia". Un dialogo sul tempo, tra esordi e ultime volte

Claude Lelouch, un uomo, una donna e cinquantadue film

Claude Lelouch non è arrivato a Lamezia Terme. Lo ha trattenuto il set del suo cinquantaduesimo film: un’assenza quasi programmatica per un regista convinto che la vita sia «il più grande sceneggiatore del mondo» e abbia il vizio, magnifico e talvolta crudele, di riscrivere i programmi all’ultimo ciak.

Al Lamezia International Film Fest 2026, che gli ha attribuito il Premio Ligeia alla Carriera, il cineasta francese è apparso dentro il rettangolo di Zoom. Il collegamento tossisce, l’audio fa i capricci, il francese inciampa in un inglese che Lelouch dichiara subito di non padroneggiare. Lui, invece, non perde mai il filo. A ottantotto anni conserva l’entusiasmo di chi ha appena scoperto il cinematografo e non vede l’ora di mostrare il giocattolo al resto del mondo. Parigino, classe 1937, era stato invitato alla tredicesima edizione del festival per l’incontro dedicato alla sua carriera e per la proiezione di Finalement.

Il regista di Un uomo, una donna — due Oscar, miglior film straniero e sceneggiatura originale, con Anouk Aimée e Jean-Louis Trintignant — racconta l’amore come un passaggio dall’egoismo alla generosità, liquida televisione e piattaforme come «uscite di sicurezza», ringrazia chi gli ha detto di no e confessa di avere tradito tutte le donne della propria vita con il cinema. Che, qualche volta, ha tradito anche lui lasciando vuote le sale. Ma nelle grandi storie d’amore, insegna Lelouch, non si tiene la contabilità.

Ne nasce un’intervista sul tempo che resta, sulle prime volte e, soprattutto, sulle ultime: quelle che spesso riconosciamo soltanto dopo averle vissute. Perché persino la morte, osserva Lelouch con una serenità capace di disarmare, sarà un’esperienza nuova. La prima, naturalmente.

«Ogni secondo senza amore è un secondo perduto»

In Un uomo, una donna l’amore nasce dall’incontro tra due solitudini segnate dal lutto. Ne I miserabili, invece, sembra diventare una forza capace di attraversare le generazioni e la Storia. Guardando oggi l’insieme della sua opera, pensa che l’amore sia soprattutto una possibilità di rinascita individuale o qualcosa che sopravvive agli individui?

 

Claude Lelouch: «Per me è molto semplice: tutta la fatica che facciamo nella vita serve ad amare o a essere amati. Tutto il resto è soltanto un premio di consolazione. È l’amore a dare un senso all’esistenza.

E che cos’è l’amore? È la capacità di amare qualcun altro più di noi stessi. È il momento in cui passiamo dall’egoismo alla generosità. Ho costruito tutti i miei film intorno a questa parola, perché l’amore riguarda ogni cosa. È persino politico.

Viviamo in un mondo di egoisti. Eppure, quando ci innamoriamo, diventiamo persone diverse: più belle, più intelligenti. Ho cercato di filmare uomini e donne capaci di amarsi un po’ più degli altri, persone un po’ migliori del solito.

I personaggi dei miei film hanno tanti pregi quanti difetti. Soltanto nei film americani esistono i supereroi e le supercanaglie. Quando i miei personaggi si innamorano di una donna o del proprio lavoro diventano più belli, più interessanti. Credo che ogni secondo non dedicato all’amore sia un secondo perduto».

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«Le piattaforme sono uscite di sicurezza»

Lei ha attraversato tutte le trasformazioni del cinema: dalla pellicola al digitale, dalle sale alle piattaforme. Quale cambiamento ha avuto l’impatto maggiore sul modo di realizzare e guardare i film?

«Il cinema resterà sempre come la Serie A nel calcio. Non siamo riusciti a inventare niente di meglio. La televisione, le piattaforme e i film guardati sul computer sono soltanto uscite di sicurezza.

Oggi il cinema sta ripartendo con grande forza. Le persone stanno capendo che vedere un film sul grande schermo non ha nulla a che fare con il guardarlo sul telefono o sul computer. In Francia il pubblico sta tornando numeroso nelle sale. La gente è stanca di vedere film in casa, tra i bambini che gridano, il telefono che interrompe e qualcuno che mangia.

Vedere un film è come andare in chiesa. Significa entrare in un luogo separato dal resto, in una bolla. Abbiamo bisogno di quella bolla. Nulla potrà mai sostituire il cinema e, per questo, sono molto ottimista sul suo futuro».

«La vita è il più grande sceneggiatore del mondo»

Dopo avere trascorso una vita a filmare storie d’amore, esiste qualcosa dell’amore che il cinema non è mai riuscito a catturare, qualcosa che continua a sfuggirle?

«Lavoro con il più grande sceneggiatore del mondo: la vita. Ha un’immaginazione assolutamente incredibile e non finisce mai di sorprendermi.

Passiamo la vita a fare alcune cose per la prima volta. Alla mia età, però, cominciamo anche a farne altre per l’ultima. È proprio questo che sto cercando di filmare: le esperienze che viviamo ancora per la prima volta e quelle che, senza saperlo, forse affrontiamo per l’ultima.

Persino morire sarà qualcosa che farò per la prima volta. Sarà una nuova avventura. Io adoro le sorprese e la vita me ne regala ogni giorno.

Penso che il positivo sia più forte del negativo e che il sì sia più potente del no. Ogni volta che ho detto sì sono stato ricompensato più di quando ho detto no. E non ringrazierò mai abbastanza tutte le persone che mi hanno risposto di no: mi hanno permesso di trovare quelle disposte a dirmi di sì.

È grazie a quei sì che sono arrivato al mio cinquantaduesimo film. E, all’età che ho, non mi sono mai divertito tanto. In fondo sono ancora un bambino».

Il cinema, moglie infedele e amante fedele

Lei ha raccontato l’amore come pochi altri cineasti. Prendendo in prestito il linguaggio dei sentimenti, nella sua vita il cinema è stato più una moglie infedele o un’amante fedele?

 «Il cinema è stato la grande storia d’amore della mia vita. Ho tradito tutte le donne della mia vita con il cinema.

Anche il cinema, di tanto in tanto, ha tradito me, soprattutto quando il pubblico non è arrivato. Ma continuo a vivere con lui una grandissima storia d’amore e, quando si è innamorati, non si fanno i conti. Non mi pongo questo genere di domande.

L’unica cosa importante per me è raccontare gli uomini e le donne quando sono un po’ meno schifosi del solito, cioè quando sono innamorati».

«I bari sono i personaggi più fotogenici»

In Finalement i personaggi sembrano vivere molte più vite della propria. Ascoltare le storie degli altri può aiutarci a comprendere chi siamo?

«Viviamo in un mondo molto strano, come se fossimo tutti disposti lungo una grande scala: c’è sempre qualcuno sopra di noi e qualcuno sotto di noi. E siamo gelosi. Abbiamo fabbricato un mondo di persone gelose.

La vita, però, è un gioco straordinario. Il più bello di tutti. L’unico problema sono i bari, e ce ne sono moltissimi. Tutti i guai, nell’amore come negli affari, nascono da loro. Sono i bari a complicare l’esistenza.

Allo stesso tempo, però, sono anche i personaggi più fotogenici. Sono quelli con maggiore senso dell’umorismo e quelli che le donne preferiscono. Per questo ne ho filmati tanti.

La vita è un gioco e bisogna prenderla come tale. Siccome abbiamo tutti appuntamento nello stesso luogo, tanto vale arrivarci cantando, ballando e senza prenderci troppo sul serio».

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«I nostri occhi sono la cinepresa più bella»

Ripensando ai suoi esordi, quando realizzava reportage e cortometraggi con mezzi limitati, quale consiglio darebbe a un giovane regista che desidera trovare la propria strada senza rinunciare alla libertà creativa?

«Siamo tutti cineasti. I nostri occhi sono la cinepresa più bella del mondo e la nostra memoria è la migliore sala di montaggio. Facciamo tutti cinema.

Oggi otto miliardi di persone filmano con il proprio telefono. Siamo diventati tutti registi, perché il cinema è un’arte naturale. Con uno smartphone si possono realizzare grandissimi film, con pochissimo denaro oppure con moltissimo denaro.

Quando ero povero giravo film da povero. Quando sono diventato ricco ho realizzato film da ricco. E ho guadagnato più con quelli da povero che con quelli da ricco. Il cinema non ha limiti.

Naturalmente alcuni filmano un po’ meglio degli altri, e sono quelli che conquistano il diritto alla sala e al grande schermo. Ma oggi tutti filmano e tutti recitano. Ognuno di noi è il protagonista della propria vita e ci sono otto miliardi di persone che fanno da comparse per ciascuno di noi».

«Amo l’Italia quanto la Francia»

Può lasciare un saluto al pubblico del Lamezia International Film Fest e spiegare perché non ha potuto raggiungerlo?

Claude Lelouch: «Sono molto infelice di non essere con voi. Davvero, sinceramente. Prima di tutto perché adoro l’Italia. Ho persino sposato un’italiana, quindi potete capire quanto ami questo Paese.

Purtroppo sono nel pieno delle riprese del mio nuovo film. Nella vita le cose non accadono mai come le avevamo immaginate e non pensavo che in questi giorni sarei stato ancora sul set.

Vi abbraccio forte. Amo l’Italia quanto la Francia. È stato detto molte volte: gli italiani sono francesi che non si prendono troppo sul serio. Adoro il cinema italiano, ne sono appassionato. Mi sarebbe piaciuto essere con voi, abbracciarvi e raccontarvi quanto amo l’Italia e il suo cinema.

Spero di esserci il prossimo anno. Perché no? Viva il cinema».

Il collegamento finisce e lo schermo diventa nero. Lelouch torna al suo set, noi restiamo con la sua dichiarazione d’amore. La vita continua a scrivere, il cinema prova a starle dietro. E tra un sì e un no, il regista francese sceglie ancora il sì. D’altronde, dopo ottantotto anni e cinquantadue lungometraggi tra realizzati e in lavorazione, crede ancora che il prossimo ciak possa essere il primo.

Se fosse un cocktail

Se Claude Lelouch fosse un cocktail, sarebbe un French 75. Parigino di nascita e di temperamento, deve il nome a un cannone della Grande Guerra, eppure nel calice è tutto charme: gin, succo di limone, zucchero e champagne. Le bollicine risalgono il cristallo come le prime volte che il regista non ha mai smesso di collezionare, mentre il gin ricorda che dietro tanta leggerezza c’è un rinculo da artiglieria: cinquantadue film, due Oscar, ottantotto anni portati come un debutto. Da bere in sala, naturalmente, un attimo prima che si spengano le luci. E se qualcuno vi dice di no, brindate lo stesso: è soltanto il modo che ha la vita di presentarvi chi, un giorno, vi dirà di sì.

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