Stephen Frears, Premio Ligeia a Lamezia: "Ho imparato molto sulla vita dal cinema"
Cinema
Stephen Frears riceve il Premio Ligeia alla Carriera al Lamezia International Film Fest 2026 e si racconta con irresistibile understatement, da vero gentleman che ripete «non so nulla» e intanto, con una battuta dopo l’altra, dice tutto. Gli attori, il montaggio, Philomena, la BBC minacciata dalla politica, l’intelligenza artificiale e la crisi di un cinema sempre meno originale, fino all’Italia scoperta soltanto adesso. Con una certezza: dal grande schermo ha imparato la vita, persino come si abbraccia una donna
Stephen Frears, l’arte sopraffina di non sapere nulla
Stephen Frears ripete spesso una frase: «Non so nulla». Non sa nulla del digitale, non sa nulla dell’intelligenza artificiale, non è nemmeno sicuro di avere avuto grandi meriti nel dirigere Daniel Day-Lewis. Se Socrate avesse avuto una macchina da presa, probabilmente avrebbe parlato così. Perché quel «non so nulla», pronunciato con flemma britannica, è la civetteria di un uomo che in cinquant’anni dietro la macchina da presa ha spaziato dalla Londra multietnica degli anni della Thatcher ai boudoir del Settecento francese, da Buckingham Palace ai conventi d’Irlanda, sapendo evidentemente tutto quello che serve: raccontare gli esseri umani.
Sicché il Lamezia International Film Fest, nella serata conclusiva di sabato 18 luglio alla piazzetta San Domenico, ha consegnato al regista britannico il Premio Ligeia alla Carriera, forgiato dal maestro orafo Michele Affidato. La motivazione recita: “per la sua straordinaria capacità di spaziare tra generi, epoche e culture diverse, mantenendo sempre uno sguardo lucido, dissacrante e profondamente empatico”.
Difficile trovare parole più esatte per l’autore di My Beautiful Laundrette, Le relazioni pericolose, Rischiose abitudini, Alta fedeltà, The Queen e Philomena. Un cineasta che ha sempre rifiutato la posa del maestro, preferendo definirsi un artigiano al servizio delle storie. E che a Lamezia, tra una battuta fulminante e un’alzata di spalle, ha regalato una lezione di cinema travestita da conversazione.
«Nella vita speri di essere fortunato»
Che tipo di riscontro cerca dal pubblico quando realizza un film?
Stephen Frears: «Non mi aspetto nulla. Le persone vanno a vedere i film e ci sono film che ho realizzato che il pubblico chiaramente ama: è una sensazione meravigliosa. Ma non mi aspetto niente. Nella vita ti aspetti sempre molto poco e speri di essere fortunato».
Ecco il primo comandamento del vangelo secondo Frears: la fortuna come poetica. Altri registi parlano di visione, di urgenza espressiva, di necessità interiore. Lui alza le spalle e ringrazia la sorte, come un giocatore che ha appena vinto al tavolo e non vuole disturbare la dea bendata.
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Le relazioni pericolose, l’emozione prima della società
Nel successo di Le relazioni pericolose colpisce la scelta di non imporre agli attori americani alcun accento. Non temeva che il pubblico lo considerasse un rischio?
Stephen Frears: «Nessuno ha mai detto una parola. Magari lo detestavano, ma nessuno me lo ha mai fatto pesare. Abbiamo girato a Parigi con una grande troupe francese, e so che i francesi adoravano avere attori americani nel film. Erano tutti americani, tranne i domestici, che erano scozzesi.
E poi è un film sull’emozione e sui sentimenti, più che sulla società. Quando il testo lo hanno recitato gli inglesi, prevaleva la dimensione sociale; quando lo hanno recitato gli americani, è diventato molto più emotivo».
I domestici scozzesi in un vizioso Settecento francese: soltanto Frears poteva permettersi un simile understatement di casting e cavarsela con un’alzata di sopracciglio. Perché il visconte di Valmont non ha bisogno di passaporto: la crudeltà sentimentale è una lingua parlata correntemente a ogni latitudine.
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«Un amore fedele durato cinquant’anni»
Il cinema per lei è stato una moglie infedele o un amore fedele?
Stephen Frears: «Un amore fedele. È durato cinquant’anni, quindi qualcosa di buono deve esserci stato. Orson Welles diceva che il cinema era sua moglie. Io non sono mai stato così romantico. Però faccio film da cinquant’anni».
Welles sposò il cinema con rito solenne. Frears, più inglese, ha preferito un lungo fidanzamento senza cerimonie: a giudicare dalla durata, il suo è stato il rapporto più solido.
La libertà degli attori e il controllo del montaggio
Concede molta libertà ai suoi attori. È perché vede in loro qualcosa che gli altri non vedono?
Stephen Frears: «Possono avere libertà se sono bravi. Se sono cattivi, niente libertà. Non mi piace dire agli attori cosa fare: mi piace ciò che viene da loro, ha più profondità.
Quando scegliemmo Daniel Day-Lewis, era semplicemente bravissimo. Non sono sicuro di avere avuto grandi meriti. Ma ovviamente il controllo lo eserciti in un altro modo: ho montato il film, e alla fine è lì che ho deciso».
La regia come dottrina liberale: massima libertà agli individui, purché se la meritino, e un potere centrale che interviene soltanto in sede di montaggio. Margaret Thatcher, di cui Frears è stato uno dei più eleganti avversari, non avrebbe mai sottoscritto un programma così ragionevole.
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«Tempi brutti»: l’elogio dell’originalità perduta
Il potere di Hollywood sta cambiando o è soltanto la sua superficie a trasformarsi?
Stephen Frears: «Penso che sia il potere a cambiare, ma i film che producono mi sembrano molto convenzionali. My Beautiful Laundrette o Le relazioni pericolose erano film originali. Amo i film originali, come La dolce vita o il grande cinema italiano. Oggi le persone ripetono le cose, fanno gli stessi film una seconda volta. E lo trovo poco interessante».
C’è un sogno che non ha ancora realizzato?
Stephen Frears: «Ho del materiale che mi piace e che vorrei realizzare. Vorrei fare un altro film, ma non so se lo farò: è molto, molto difficile. In America non c’è niente, è tutto stupido. Questi sono tempi brutti».
«Questi sono tempi brutti», detto senza enfasi, con il tono di chi constata che fuori piove. Eppure in quella frase asciutta c’è più malinconia che in cento editoriali apocalittici sulla morte del cinema. Perché a pronunciarla è un uomo che ha ancora del materiale sul tavolo e una voglia intatta di girare.
Divertire, educare, informare (e Humphrey Bogart)
Divertire, educare, informare, secondo la celebre formula della BBC: di quale delle tre ha più bisogno un film?
Stephen Frears: «Mi sembra evidente che i film debbano anzitutto divertire. Quella formula la pronunciò Lord Reith negli anni Trenta, e non ha perso nulla del suo potere. Io ho imparato molto sulla vita dal cinema. Da spettatori abbiamo imparato tutto: come abbracciare una donna, come fare questo e quello. L’ho imparato guardando Humphrey Bogart, o chiunque altro ci fosse sullo schermo».
Generazioni intere hanno appreso il corteggiamento da Bogart, l’ironia da Cary Grant e la malinconia da Jean Gabin. Altro che tutorial: il cinema è stata la più grande scuola serale del Novecento, e non rilasciava diplomi, soltanto ricordi.
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A cena con Judi Dench e Daniel Day-Lewis
Se potesse invitare a cena tre persone, fra tutte quelle incontrate in carriera, chi sceglierebbe?
Stephen Frears: «Non risponderò. Però Jack Black è divertentissimo. Dustin Hoffman è divertentissimo. Daniel Day-Lewis è adorabile. E Judi Dench ti ruba il cuore. E poi Helen Mirren, e Kate Winslet. Mi sta mettendo nei guai».
«Non risponderò», e poi elenca sei nomi. È la sintesi perfetta del metodo Frears: annunciare la reticenza e concedersi subito dopo una generosità incontenibile. La cena, peraltro, sarebbe memorabile: converrebbe soltanto tenere Jack Black lontano dal carrello dei liquori.
L’Italia, scoperta all’ultimo atto
Che cosa la affascina dell’Italia?
Stephen Frears: «Ho trascorso gran parte della mia vita andando in Francia, e ho cominciato a venire in Italia soltanto di recente. Mi piace. Credo che sia un Paese meraviglioso. Semplicemente, non lo conoscevo».
C’è qualcosa di commovente in un uomo di oltre ottant’anni che confessa di avere scoperto l’Italia in ritardo, come un libro rimasto troppo a lungo sul comodino. Il Premio Ligeia, che porta il nome della sirena di Lamezia, suona allora come un risarcimento: benvenuto, mister Frears. Faceva prima a venire, ma l’importante è che adesso sia qui.
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Se Stephen Frears fosse un cocktail
Stephen Frears sarebbe un Hanky Panky. Gin, vermouth rosso e due gocce di Fernet-Branca: una ricetta nata al Savoy di Londra dalle mani di Ada Coleman, la leggendaria bartender che lo inventò per l’attore di teatro Charles Hawtrey, che cercava qualcosa capace di rimetterlo al mondo.
Il gin è l’eleganza britannica, asciutta e senza fronzoli. Il vermouth rosso è il calore che Frears riserva ai suoi attori, ai quali concede libertà e profondità, purché se le guadagnino. E il Fernet è quella stilla amara e dissacrante che attraversa tutto il suo cinema: appena percettibile, eppure capace di cambiare il sapore di ogni cosa.