Neri Parenti al Lamezia Film Festival: "Da Paolo Villaggio ho imparato a non avere limiti"

Cinema
Paolo Nizza

Paolo Nizza

Neri Parenti si racconta al Lamezia International Film Fest 2026, dove ha ricevuto il Premio Paolo Villaggio. Il regista immagina Fantozzi alle prese con i social, le app e le verità assolute, difende Amici miei... Come tutto ebbe inizio dalla «gogna mediatica» che ne segnò l’uscita e ricorda la lezione più radicale di Villaggio: «Se una cosa fa ridere, si fa». Poi parla di comicità fisica, politicamente corretto, lavoro con gli attori e giovani autori cresciuti tra smartphone e TikTok: «Una pillola non è un film».

Neri Parenti, l’Italia fantozziana e la risata senza airbag

Se Ugo Fantozzi vivesse oggi, il Megadirettore Galattico probabilmente non avrebbe più un volto. Sarebbe un algoritmo. La signorina Silvani invierebbe vocali di otto minuti, Filini aprirebbe un gruppo WhatsApp per organizzare la gita aziendale e il ragioniere finirebbe bannato per avere messo un “mi piace” alla fotografia sbagliata. Naturalmente durante una diretta mondiale.

Neri Parenti non ha dubbi: il nuovo girone infernale della commedia italiana abita nei social network, nelle app d’incontri e in quella pletora di tuttologi che pontificano su politica, gossip e qualsivoglia scibile umano. Una fauna che Fantozzi avrebbe attraversato con la consueta miscela di sudditanza, speranza e sventura.

Al Lamezia International Film Fest 2026, dove ha ricevuto il Premio Paolo Villaggio, il regista ha ripercorso oltre quarant’anni di cinema popolare: dai sette capitoli fantozziani diretti tra Fantozzi contro tutti e Fantozzi – Il ritorno ai due film dedicati a Fracchia, passando per cinepanettoni, esplosioni, equivoci e catastrofi assortite. Un’opera che ha osservato l’Italia prendendola spesso per il bavero, un istante prima di farla precipitare dalle scale.

Del resto, pochi cineasti possono vantare un rapporto altrettanto stretto con la lingua italiana: quando il cinema entra nel vocabolario, significa che non si è limitato a fotografare un’epoca, le ha consegnato le parole con cui raccontarsi.

A Lamezia Terme abbiamo incontrato Neri Parenti per parlare dell’Italia dei social, della lezione senza cintura di sicurezza di Paolo Villaggio, del politicamente corretto, di Amici miei... Come tutto ebbe inizio e di una comicità fisica che, dai tempi di Buster Keaton, sa che il corpo cade molto prima delle ideologie.

«Fantozzi oggi sarebbe alle prese con i social»

Lei ha raccontato l’Italia attraverso le sue nevrosi, le figuracce e le catastrofi. Quale vizio degli italiani di oggi trasformerebbe immediatamente in una gag?

 «Sicuramente l’uso indiscriminato dei social network e delle app di qualsiasi genere: quelle per gli incontri, il gossip, la politica. Tutti parlano di tutto e tutti si considerano depositari della verità.

Mi dispiace che non si possano più realizzare film di Fantozzi, perché sarebbe stato molto divertente vederlo alle prese con le nuove tecnologie. Credo che sarebbe venuto fuori un bell’episodio».

Il ragioniere, insomma, non avrebbe bisogno di essere aggiornato. Basterebbe consegnargli uno smartphone, dimenticare di comunicargli la password e aspettare la catastrofe. Il cloud diventerebbe una perturbazione atmosferica; i cookie, biscotti aziendali distribuiti soltanto ai dirigenti.

Approfondimento

Fabrizio Lopresti: "Per recitare bisogna partire dalla propria verità"

Quando Fantozzi entra nel vocabolario

Fantozzi ha generato l’aggettivo “fantozziano”, mentre “cinepanettone” è diventato il nome di un genere. Quando un film entra nella lingua comune è il massimo riconoscimento oppure rischia di trasformarsi in una gabbia per i suoi autori?

 «Oggi non lo considero più una gabbia. Purtroppo Paolo non c’è più e quei film non si realizzano più. Direi che ormai è soprattutto un riconoscimento».

Fantozzi non è più soltanto un personaggio. È una condizione meteorologica dell’anima, un avverbio della disgrazia, l’unità di misura di ogni riunione aziendale convocata alle sette di sera.

Approfondimento

Claude Lelouch: "Il cinema è la grande storia d’amore della mia vita"

Da Buster Keaton a TikTok, la caduta si è fatta breve

La sua comicità nasce spesso dal corpo, dalle cadute e dalla precisione dei tempi, come nel cinema di Buster Keaton. Nell’epoca dei meme e di TikTok, il pubblico possiede ancora la pazienza necessaria per gustare una gag costruita dentro un film?

 «Soprattutto i giovani hanno ormai un modo di comunicare frammentario. Non lo dico necessariamente come una critica: è qualcosa che cambia insieme ai tempi.

In realtà questa tendenza esisteva già prima dei social. Molti anni fa c’era già chi spezzettava i film, costruendoli attraverso episodi brevi, quasi fossero vecchie comiche. Gli albori di questo modo di raccontare erano già presenti».

 

Una volta la caduta aveva bisogno di una rincorsa, di un ostacolo e di un’inquadratura. Oggi può durare sei secondi, essere montata in verticale e ricominciare automaticamente. Ma la forza di gravità, almeno lei, continua a lavorare in formato panoramico.

Approfondimento

Lelouch e Frears al LIFF 2026, due maestri a Lamezia Terme

«Amici miei... fu vittima di una gogna mediatica»

Tra i suoi film ce n’è uno che considera particolarmente riuscito e che il pubblico o la critica non hanno compreso fino in fondo?

Neri Parenti: «Sicuramente Amici miei... Come tutto ebbe inizio. L’ho rivisto recentemente e penso che sia un bellissimo film: una commedia ricca, costosa, ambientata nel Quattrocento, con grandi costumi e attori molto bravi.

All’epoca subì una sorta di gogna mediatica. Secondo molti non si poteva toccare l’universo creato da Pietro Germi e portato sullo schermo da Mario Monicelli. Eppure al soggetto avevano lavorato anche sceneggiatori storici come Piero De Bernardi e Leonardo Benvenuti.

In quel periodo avevamo realizzato anche un cinepanettone. Per motivi di programmazione, le uscite vennero organizzate in modo diverso da come erano state immaginate. Quando il pubblico ritrovò Christian De Sica e Giorgio Panariello anche nel film ambientato nel Quattrocento, fece immediatamente due più due e cominciò a considerarlo una specie di cinepanettone in costume. È un peccato, perché il film è bello».

Uscito nel 2011 e ambientato nella Firenze del 1487, Amici miei... Come tutto ebbe inizio schierava Christian De Sica, Giorgio Panariello, Michele Placido, Paolo Hendel e Massimo Ghini, su un soggetto al quale, oltre a De Bernardi e Benvenuti, aveva lavorato anche Tullio Pinelli. Ma il cinepanettone arrivato in sala pochi mesi prima, Natale in Sudafrica (17 dicembre 2010), aveva per protagonisti proprio De Sica e Panariello. Forse il peccato originale del film fu tutto qui: arrivare mentre i suoi interpreti erano ancora inseguiti dall’eco del safari natalizio.

Approfondimento

Lamezia Film Fest 2026: Lelouch e Frears guidano la 13ª edizione

«Paolo Villaggio mi ha insegnato a essere cinico»

Che cosa le ha insegnato Paolo Villaggio sulla comicità che nessuna scuola di cinema potrebbe insegnarle?

«A essere cinico e a non avere limiti. Se una cosa fa ridere, si fa».

Quindi la comicità non dovrebbe avere confini?

 «No. Negli ultimi anni abbiamo vissuto una fase in cui sembrava non si potesse dire più nulla. Si interveniva persino sulle indicazioni che non sarebbero mai apparse sullo schermo.

Si arrivava a correggere una semplice didascalia come “entra una signora grassa”, sostituendola con una formula più edulcorata. E parliamo della parte descrittiva della sceneggiatura, che il pubblico non avrebbe mai letto. Secondo me si era raggiunto un livello eccessivo».

Il sogno di un’avventura all’italiana

C’è un progetto che non è mai riuscito a realizzare e che le è rimasto particolarmente a cuore?

Neri Parenti: «Non un progetto già scritto e definito. Però mi sarebbe sempre piaciuto girare un grande film d’avventura, qualcosa nello spirito di Indiana Jones o All’inseguimento della pietra verde.

Avrei voluto realizzare un’avventura anche comica, ma in Italia non ci sono mai stati i mezzi necessari. E forse, ormai, non c’è più neppure il tempo».

 

Le discussioni si fanno prima di arrivare sul set»

Qual è il suo rapporto con gli attori? Fa molte prove e lascia spazio all’improvvisazione?

Neri Parenti: «Utilizzo un metodo che credo sia comune a molti miei colleghi. Prima delle riprese organizzo letture collettive della sceneggiatura. È in quelle occasioni che possono nascere idee, suggerimenti e modifiche.

Se un attore non sente propria una battuta o propone qualcosa di valido, ne discutiamo e interveniamo sul testo. Quando si arriva sul set, però, il lavoro deve essere sostanzialmente concluso.

Oggi i film hanno tempi di realizzazione molto stretti. Non ci si può fermare durante le riprese per discutere a lungo una scena. Se qualcuno aveva qualcosa da dire, doveva farlo prima».

La libertà si esercita durante le prove. Sul set comanda l’orologio, autentico Megadirettore Galattico di ogni produzione cinematografica.

Fracchia la belva umana e il doppio Villaggio

In Fracchia la belva umana, uno dei suoi film più amati, ci fu un contributo degli attori alla costruzione delle gag oppure era già tutto scritto?

Neri Parenti: «La struttura era sostanzialmente scritta. La difficoltà principale nasceva dal fatto che Paolo interpretava due personaggi, Fracchia e la Belva Umana.

All’epoca non esistevano le tecnologie di oggi. Per fare interagire i due personaggi, l’attore doveva recitare seguendo il suono e i tempi della parte registrata in precedenza, quasi alla cieca. Se sbagliava una pausa o un movimento bisognava ricominciare.

Oggi chi interpreta due ruoli può vedere immediatamente ciò che ha fatto nell’altra parte. Allora era un lavoro molto più complesso e, talvolta, persino noioso dal punto di vista tecnico».

Diretto da Parenti nel 1981, Fracchia la belva umana affida a Villaggio il doppio ruolo dell’inerme Giandomenico Fracchia e del sanguinario sosia. Una scissione della personalità realizzata senza effetti digitali e senza la comodità di attribuire ogni errore all’intelligenza artificiale.

Da Checco Zalone a Ficarra e Picone

C’è qualcuno che oggi riesce ancora a farla ridere, al cinema o in televisione?

 «In televisione faccio fatica a individuare qualcuno, anche perché mi sembra che i comici siano quasi scomparsi. Non ci sono più, o comunque sono diventati molto più rari, i programmi costruiti interamente intorno alla comicità, come accadeva con Zelig.

Al cinema Checco Zalone è la risposta più facile. Anche Ficarra e Picone mi fanno ridere. In generale, quelli che continuano a fare davvero i comici riescono ancora a divertirmi. In televisione, invece, non saprei dove cercarli».

«Una pillola non è un film»

Quale consiglio darebbe a un giovane che vuole cimentarsi con la commedia e con la regia?

 «Prima di tutto gli direi di cercare di essere originale. Oggi i ragazzi sono molto facilitati dalla tecnologia. Non viviamo più nell’epoca in cui bisognava procurarsi la pellicola e trovare i mezzi necessari per girare.

Ormai si possono realizzare film persino con un telefono. È diventato molto più semplice mostrare ciò che si sa fare e raggiungere un pubblico.

Sui social sono nati molti fenomeni, ma pochissimi sono riusciti a compiere davvero il passaggio al cinema. Chi ci ha provato spesso non ha ottenuto i risultati sperati. Evidentemente un conto è realizzare una pillola di pochi secondi, un altro è sostenere un intero film».

Lo smartphone ha democratizzato la cinepresa, non il talento. Per girare bastano un dito e una batteria carica; per raccontare una storia servono ancora ritmo, visione e la capacità di non confondere un milione di visualizzazioni con il secondo atto.

Se Neri Parenti fosse un cocktail

Neri Parenti sarebbe un Long Island Iced Tea: vodka, tequila, rum bianco, gin, Cointreau, succo di limone, sciroppo di zucchero e una colata finale di cola. Un drink in cui entrano quasi tutti, nessuno chiede il permesso e, nonostante il nome, non compare neppure una goccia di tè.

La vodka è la trasparenza crudele di Fantozzi. Il rum, lo spirito vacanziero dei cinepanettoni. La tequila rappresenta le catastrofi fantozziane; il gin, la precisione geometrica necessaria perché una caduta faccia ridere nel momento esatto. Il Cointreau aggiunge una dolcezza popolare, lo sciroppo di zucchero il lieto fine obbligatorio delle feste comandate. Il limone è la critica: serve ad acidificare, ma non decide il sapore. E la cola è la patina scura e pop che copre tutto, il colore del botteghino: i puristi la disprezzano, il pubblico la ordina da quarant’anni.

Sembra un caos alcolico, ma sotto l’apparente anarchia esiste una ricetta ferrea. Esattamente come nel cinema di Parenti: corpi che precipitano, porte che esplodono, dignità che evaporano, mentre la macchina da presa resta perfettamente al proprio posto.

Si prepara direttamente nel bicchiere highball colmo di ghiaccio e si mescola con delicatezza. Perché persino le catastrofi, quando devono fare ridere, vanno organizzate con estrema serietà.

Spettacolo: Per te