Giuseppe Piccioni al Lamezia Film Fest: lo sguardo che illumina ciò che normalmente sfugge

Cinema
Paolo Nizza

Paolo Nizza

Giuseppe Piccioni si racconta al Lamezia International Film Fest 2026, intitolato Luce dei miei occhi come il film del 2001. Il regista parla dello sguardo di sbieco dei suoi personaggi, della famiglia presente anche come assenza, della solitudine nascosta dietro i paesaggi e del lavoro con gli attori: «Cercare, cercare, cercare». Poi ricorda Sandra Ceccarelli dietro un vetro e confessa che il cinema non ha risolto il mistero della vita: lo ha spostato dentro il tunnel delle riprese, dove continua a cercare

Giuseppe Piccioni ha una predilezione per i vetri. Li mette tra i personaggi e il mondo non per separarli, ma per catturare l’istante in cui un riflesso si trasforma in confessione. Il volto resta da una parte, la vita dall’altra. In mezzo, sottile e quasi invisibile, c’è il cinema.

Sicché non sorprende che il Lamezia International Film Fest abbia scelto proprio Luce dei miei occhi come titolo della tredicesima edizione. Il film del 2001, interpretato da Luigi Lo Cascio e Sandra Ceccarelli, raccontava l’incontro tra due solitudini dentro una Roma notturna, marginale, quasi irreale. Presentato in concorso alla 58ª Mostra del Cinema di Venezia, valse a entrambi i protagonisti la Coppa Volpi.

Il LIFF 2026 ha dedicato a Piccioni la sezione monografica Monoscopio e il primo volume della collana “I libri del LIFF”, intitolato Nel sole, nel vento, nel sorriso, nel pianto. Il cinema di Giuseppe Piccioni, scritto da Gianlorenzo Franzì. Nella giornata del 17 luglio, il programma ha riunito la proiezione di Zvanì – Il romanzo famigliare di Giovanni Pascoli, l’incontro del regista con Sandra Ceccarelli e, in serata, Luce dei miei occhi.

Zvanì è un film per la televisione presentato nel 2025 alle Giornate degli Autori e trasmesso su Rai 1 il 13 gennaio 2026. Attraverso i ricordi della sorella Mariù, ricostruisce la vita di Giovanni Pascoli, dall’assassinio del padre alle dolorose dinamiche familiari, sino al tentativo del poeta di ricreare quel nido perduto che continuò a inseguire per tutta l’esistenza.

Abbiamo incontrato Piccioni per parlare dello sguardo come resistenza, di città truccate che nascondono la solitudine, di personaggi che abitano il mondo qualche grado fuori asse e di attori che non devono essere semplicemente diretti, ma accompagnati verso una verità imprevedibile. Perché il cinema di Piccioni non entra quasi mai dalla porta principale. Preferisce restare sul pianerottolo, guardare di sbieco e aspettare che qualcuno, finalmente, accenda la luce

«Rallentare lo sguardo è diventato necessario»

Il titolo Luce dei miei occhi sembra contenere una dichiarazione poetica: guardare le persone e le cose che normalmente sfuggono. In un’epoca in cui tutto deve catturare immediatamente l’attenzione, rallentare lo sguardo è diventato un gesto di resistenza?

Giuseppe Piccioni: «Rallentare lo sguardo è importante, perché viviamo in un periodo in cui prevale il mainstream. Non soltanto nel cinema, ma anche nel giornalismo, nella comunicazione, nell’informazione, nella discussione pubblica e nella scelta degli argomenti.

Persino una certa correttezza ideologico-politica rischia, a volte, di farci valutare la realtà attraverso un paradigma che finisce per chiuderci.

Con Luce dei miei occhi cercavo di non osservare Roma da un punto di vista puramente sociologico. Volevo guardarla attraverso Antonio, quasi con uno sguardo distopico: una città dura e difficile, nella quale le persone sono sole.

Il nostro paesaggio spesso viene abbellito, truccato. In questo modo, però, finisce per nascondere le solitudini che non riescono a trovare né una voce né una luce».

Le città, come certi attori, sanno trovare il lato migliore davanti all’obiettivo. Piccioni preferisce riprenderle quando il trucco comincia a cedere e sotto il fondotinta urbano riappaiono le occhiaie.

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Roma, anticamera di una vita che non arriva

Che cosa rappresentava la Roma raccontata in Luce dei miei occhi?

Giuseppe Piccioni: «Era come se vedessi Roma quale anticamera di un’esistenza piena che non arrivava mai. La città è anche questo: tante vite disperse, tante aspettative, molte persone arrivate da fuori.

Penso al mondo dello spettacolo, ai tanti attori che sono venuti a Roma, come del resto molti di noi.

L’incontro con Maria era anche l’incontro con un’attrice che allora non si trovava sotto i riflettori. Lavorare con Sandra Ceccarelli fu una bellissima avventura».

Roma non come capitale, dunque, ma come sala d’attesa. Il numero sul display non cambia mai, il futuro tarda a chiamarti e intanto impari a riconoscere le altre persone rimaste sedute accanto a te.

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«La famiglia è una costante, anche quando è assente»

Guardando oggi i tuoi film uno accanto all’altro, riconosci un filo comune che forse, mentre li giravi, non sapevi ancora di seguire?

Giuseppe Piccioni: «Probabilmente sì. Quando realizzi un film vai avanti anche attraverso l’istinto. E l’istinto possiede una sua logica paradossale, ha ragioni che spesso comprendiamo soltanto dopo.

Si parte da alcune decisioni, anche da impostazioni costruite a tavolino. Durante le riprese, però, bisogna avere il coraggio di tradirle e disporsi a scoprire quale film si stia realmente facendo.

Con il tempo mi sono accorto che una costante del mio cinema è probabilmente la famiglia, anche come assenza. I miei sono spesso personaggi soli, fuori dal mondo. A volte hanno avuto una famiglia e poi l’hanno perduta.

Anche Pascoli è profondamente definito dalla famiglia, dalla sofferenza per una vita mancata e dal tentativo di ricostituire ciò che aveva perduto.

Forse il filo è questo. Insieme al desiderio di dire qualcosa che riesca a sfuggire ai protocolli nei quali ormai siamo tutti infilati: nel cinema, nello spettacolo, nella musica, dappertutto».

La famiglia nei film di Piccioni somiglia a quelle stelle che continuiamo a vedere quando non esistono più. Può mancare dalla scena, eppure la sua luce arriva lo stesso: magari in ritardo, sicuramente deformata dal dolore.

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Lo sguardo del provinciale è sempre un po’ di sbieco

Da Antonio di Luce dei miei occhi fino al Pascoli di Zvanì, molti tuoi personaggi sembrano abitare il mondo leggermente di sbieco. È questa distanza dagli altri a renderli cinematografici ai tuoi occhi?

Giuseppe Piccioni: «Mi piace molto l’espressione “di sbieco”. Io ho usato spesso la parola “obliquo”, ma “di sbieco” è forse ancora più giusta, quasi onomatopeica.

È lo sguardo del provinciale, di chi è andato via da un luogo con l’illusione che un giorno sarebbe tornato e, contemporaneamente, con la certezza che non si torna mai davvero.

Una volta stretto un patto con il posto dal quale sei partito, anche quando vi fai ritorno non torni più veramente. Io stesso abito Roma come se fosse ancora una sistemazione provvisoria.

Forse proprio questo mio essere di sbieco mi aiuta a non affrontare temi autoevidenti, temi che si dichiarano da soli.

Fuori dal mondo, per esempio, non è un film sulla scelta religiosa. È un film su una donna che ha compiuto una scelta definitiva dentro un mondo che continua a fare scelte provvisorie».

Non appartenere completamente a un luogo è una forma di malinconia, ma anche un eccellente punto macchina. Chi resta un poco estraneo vede dettagli che gli abitanti, per consuetudine o stanchezza, hanno smesso di notare.

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«Con gli attori bisogna cercare, cercare, cercare»

Qual è il tuo rapporto con gli attori? Come li scegli e come li dirigi?

Giuseppe Piccioni: «Il lavoro con gli attori è forse la parte che amo di più. Cerco di cercare insieme a loro.

Non so nemmeno se la definirei una direzione, perché un attore è un essere umano creativo.

Il punto è non accontentarsi della prima soluzione. Bisogna provare a trovare, tra le parole, dietro le parole e dietro i gesti, un segno personale.

Cercare, cercare, cercare. Questo è il lavoro con gli attori: trovare una qualche verità, qualcosa che accada in quel preciso momento davanti alla macchina da presa.

Non parlo necessariamente della verità intesa come realismo. Le parole sono scritte. Alcune battute di Luce dei miei occhi, sulla pagina, potrebbero sembrare quasi il verso di una canzone. Il lavoro consiste nel trovare un’inclinazione della voce, una sfumatura capace di renderle autentiche».

Dirigere, nel cinema di Piccioni, non significa indicare con il dito il punto esatto in cui deve nascere un’emozione. Significa organizzare l’incontro, lasciare socchiusa una porta e sperare che qualcosa decida di entrare.

Le prove servono ad avvicinarsi al mistero

Fai molte prove prima di girare?

Giuseppe Piccioni: «Cerco di farne molte, soprattutto con gli attori principali, anche se il tempo a disposizione è sempre meno.

Nel cast secondario devo trovare interpreti capaci di reggersi da soli, attori che mi offrano garanzie e riescano a svolgere in poco tempo un compito fondamentale. Sono grandi attori e sostengono l’impalcatura del film.

Con i protagonisti provo molto. Ma la prova è frammentaria: è una ricerca, non un risultato che l’attore deve imparare a memoria.

Non bisogna pensare di poter semplicemente ripetere sul set la cosa bella accaduta durante le prove. Rifarla nello stesso modo è quasi impossibile.

Le prove servono ad avvicinarsi a quel mistero che è la recitazione».

L’emozione, insomma, non accetta prenotazioni. Puoi prepararle la stanza, cambiare le lenzuola e mettere i fiori sul comodino. Ma non esiste alcuna garanzia che si presenti all’ora concordata.

«Continuo a cercare una voce limpida alla quale credere»

Nel tuo cinema le persone sono spesso sole, ma continuano ostinatamente a cercarsi. Credi ancora che un incontro possa salvarci dalla solitudine oppure oggi il cinema può soltanto raccontarla?

Giuseppe Piccioni: «Continuo a conservare alcune illusioni. Per esempio, quella che sia ancora possibile ascoltare una voce limpida e credere in ciò che dice, anche quando tutto ci suggerisce quanto sia difficile.

Oggi trovare qualcuno a cui credere, anche nella discussione pubblica e politica, non è affatto semplice.

Perciò direi entrambe le cose. Il cinema può raccontare la solitudine, ma può ancora provare a creare un incontro.

Mi piacerebbe che certi film dedicati ai problemi del mondo e della società facessero discutere veramente. Non che offrissero soltanto la sensazione di avere consumato un articolo di giornale, per poi lasciarci seduti in salotto a guardare ciò che accade».

Consumare un tema non significa comprenderlo. A volte un film socialmente impeccabile può evaporare alla velocità di una storia su Instagram. Piccioni chiede qualcosa di più scomodo: che le immagini continuino a lavorare anche dopo l’accensione delle luci.

Sandra Ceccarelli dietro il vetro

Dovendo scegliere una sola immagine della tua filmografia come personale “luce dei tuoi occhi”, quale indicheresti?

Giuseppe Piccioni: «Penso a una sequenza di Luce dei miei occhi. Maria, il personaggio interpretato da Sandra Ceccarelli, lavora in un negozio di surgelati ed è in ansia perché la figlia non torna da scuola.

Spesso la inquadravo attraverso un vetro. È una costante dei miei film e non so nemmeno spiegare completamente perché.

A un certo punto Maria fa l’ultimo scontrino, esce dal negozio e comincia a cercare la bambina. Abbiamo girato la sequenza con un teleobiettivo molto lontano, affinché Sandra avesse lo spazio per camminare, fermare le persone e chiedere se l’avessero vista.

Alcune erano comparse, ma altre erano veri passanti. Li abbiamo lasciati passare e reagire.

Quando la bambina torna, Sandra, prima delle riprese, era appoggiata con il viso alla vetrina per concentrarsi. Appena l’ho vista ho detto: “Fermi, partiamo da questa inquadratura”.

Non abbiamo mostrato ciò che si trovava fuori campo. Siamo rimasti su di lei, sul momento in cui si stacca dal vetro, comincia a camminare e scopre che la figlia sta arrivando, fino a riunirle dietro la vetrata.

Quelle scelte sono la sostanza del film, non soltanto la grammatica della ripresa. Sono piccole scoperte che si fanno mentre si gira. Mi piacerebbe, un giorno, raccontare tutte le soluzioni nate in questo modo».

Eccolo, il cinema secondo Piccioni: una donna dietro un vetro, una figlia fuori campo e un regista abbastanza attento da capire che l’inquadratura era già lì, prima ancora che qualcuno ordinasse il ciak.

Non si trattava di inventarla. Bisognava soltanto riconoscerla.

«La vita sta nel tunnel delle riprese»

Dopo tanti anni, il cinema ti ha aiutato a comprendere meglio la vita oppure l’ha resa ancora più misteriosa?

Giuseppe Piccioni: «Il cinema ha trasformato la vita in un lavoro. E non sempre in un lavoro felice.

La parte più misteriosa arriva quando si gira. La scrittura è importante, naturalmente, ma durante le riprese entri in un tunnel e pensi di non poter fare più nulla, di non avere spazio per altro.

Eppure la vita sta proprio lì. Dentro quel tunnel».

Il tunnel, il vetro, lo sguardo di sbieco. Piccioni non promette vie d’uscita né illuminazioni a buon mercato. Continua però a cercare una voce, un gesto, una sfumatura capaci di rendere visibile ciò che normalmente resta ai margini.

La luce dei suoi occhi non è un riflettore. È una piccola lampada lasciata accesa per chi torna tardi.

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