Valentina Bivona al Lamezia Film Fest: "Marta sceglie la verità invece di una bella bugia"
Serie TV
Valentina Bivona si racconta al Lamezia International Film Fest 2026. L’attrice de I Cesaroni - Il ritorno parla dell’ingresso in una famiglia televisiva amata da vent’anni, della costruzione di Marta, figlia di Marco ed Eva, e della libertà concessale da Claudio Amendola. Poi affronta bullismo, diversità, sostegno dei genitori e sogni di regia: «La verità può fare male, ma è meglio di una bella bugia». E rivela il desiderio di passare un giorno dietro la macchina da presa, senza rinunciare alla recitazione
Entrare ne I Cesaroni è come accomodarsi a un pranzo di famiglia cominciato vent’anni prima. Tutti conoscono i soprannomi, ricordano le vecchie discussioni, sanno chi ha amato chi e persino dove sia finito il cavatappi. Chi arriva deve trovare il proprio posto a tavola senza rovesciare il sugo sulla memoria collettiva.
Valentina Bivona non ha chiesto una sedia aggiuntiva. Ha portato Marta, la figlia adolescente di Marco ed Eva che torna dall’America e deve imparare ad abitare una Garbatella molto diversa da quella custodita nei ricordi. Nella nuova stagione, diretta da Claudio Amendola, la ragazza entra nella famiglia Cesaroni con bugie, inquietudini, desiderio di libertà e un rapporto sempre più profondo con Olmo, interpretato da Andrea Arru.
L’attrice ha incontrato il pubblico del Lamezia International Film Fest il 17 luglio in piazzetta San Domenico, nell’ambito dell’appuntamento dedicato a I Cesaroni - Il ritorno. Un ritorno invocato per anni dagli spettatori, ma anche una difficile prova d’ingresso per i nuovi interpreti, chiamati a varcare la soglia di una delle famiglie più amate della televisione italiana.
Con Bivona abbiamo parlato di eredità televisive, bullismo, famiglie che sostengono i sogni e prati sbagliati nei quali bisogna trovare il coraggio di smettere di appassire. Ma anche di Yorgos Lanthimos, fotografia e desiderio di regia. Perché Marta arriva da New York, mentre Valentina guarda già oltre la Garbatella.
«È stato un bel frullato»
Hai sentito maggiormente il calore del pubblico oppure il peso delle aspettative?
Valentina Bivona: «È stato un bel frullato. Il pubblico desiderava fortemente questa nuova stagione: in fondo è tornata proprio perché le persone hanno continuato a chiederla.
Noi nuovi interpreti volevamo regalare più risate possibili, ma sentivamo anche la responsabilità di entrare in una storia tanto amata. Siamo stati avvolti da un calore che difficilmente riusciremo a ripagare.
Pensavo di arrivare dentro una famiglia già formata, composta da persone che lavorano e crescono insieme da vent’anni. Invece ci hanno trattati come se anche noi avessimo trascorso con loro tutto quel tempo».
Sul set, dunque, nessuna sindrome della parente acquisita. Più che adottare le nuove entrate, i Cesaroni sembrano avere ritrovato vecchie fotografie di famiglia che nessuno ricordava di avere scattato.
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Marta, figlia di Marco ed Eva: l’eredità dei gesti
Marta è la figlia di Marco ed Eva, una coppia alla quale il pubblico è rimasto molto legato. È stato impegnativo raccogliere questa eredità?
Valentina Bivona: «Più che impegnativo è stato interessante e molto divertente. Per costruire Marta ho riguardato tutte le stagioni della serie.
Le avevo già viste quando ero piccolissima, ma stavolta le ho osservate con occhi diversi. Sono andata a rubare qualcosa ai suoi genitori: qualche tono di voce da mamma Eva e qualche movimento da papà Marco.
Mi sono concentrata soprattutto sulle prime stagioni, quando Marco ed Eva erano più vicini all’età che Marta ha oggi. È stato molto interessante, ma anche bellissimo, perché mi sono ritrovata a riguardare l’intera serie».
Marta non diventa così una copia in miniatura dei genitori. È un montaggio genetico ed emotivo: una cadenza di Eva, un movimento di Marco e il carattere di una ragazza che appartiene alla famiglia, ma non intende vivere di rendita sentimentale.
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«Marta sceglie la verità invece di una bella bugia»
Marta torna dagli Stati Uniti e deve ritrovare una famiglia che conosce, ma dalla quale è rimasta lontana. La sua condizione, insieme interna ed estranea, ti ha aiutato a entrare in un cast storico?
«Personalmente non mi sono mai sentita con un piede fuori dalla famiglia, perché l’accoglienza del cast è stata meravigliosa.
Marta, invece, attraversa un cambiamento evidente. All’inizio combina guai, dice bugie e cerca di difendere a ogni costo la propria libertà. Con il passare delle puntate, però, impara ad affrontare le verità scomode.
Sono quelle verità che a volte fanno male e restano nella scarpa come un sassolino. Ma a sedici anni cominciamo tutti a familiarizzare con la verità e a preferirla alla bella bugia».
La bella bugia è soffice, ben illuminata e trova sempre il filtro giusto. La verità, invece, entra senza bussare, spettinata e con le scarpe sporche. Però resta molto più a lungo.
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Cambiare scuola per trovare il prato giusto
Hai raccontato di essere stata un’adolescente più tranquilla di Marta. C’è, però, una sua ribellione nella quale ti sei riconosciuta?
«Ci accomuna innanzitutto lo stile. Nei primi anni del liceo frequentavo l’artistico ed ero molto influenzata dai movimenti e dagli autori che studiavo. Anche il mio modo di vestire era particolare.
La ribellione più importante è stata cambiare scuola. Non mi sentivo nel posto giusto, nella classe giusta, nel prato giusto per fiorire. Quando un fiore non ha acqua oppure si trova nel terreno sbagliato, non riesce a crescere.
Ho lasciato tutto a metà anno e ho ricominciato in una scuola completamente diversa. È stato un atto di ribellione, certo, ma soprattutto un grande gesto d’amore verso me stessa».
Non tutte le fughe sono codardia. A volte andarsene significa finalmente smettere di appassire per educazione. Altro che botanica: è un piccolo manifesto esistenziale.
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Claudio Amendola e la libertà di cambiare le battute
Claudio Amendola nella serie è interprete e regista. Quale indicazione ti ha aiutato maggiormente a trovare Marta?
«Claudio crede moltissimo negli attori e nei personaggi che ciascuno porta sul set. Per il ruolo di Marta aveva fatto molti provini.
Ricordo che durante il mio mi disse: “Mi sei piaciuta perché l’hai interpretata in modo completamente diverso da come l’avevo immaginata”. Da quel momento mi ha lasciata molto libera.
A volte riscrivevo alcune battute. Anzi, capitava che fosse proprio lui a chiederci di modificarle, affinché fossero il più possibile vicine al nostro modo di parlare.
Questa fiducia ci ha permesso anche di sbagliare, di provare e di entrare nei personaggi senza limiti troppo rigidi. A quel punto li conoscevamo bene ed eravamo liberi di abitarli».
Il paradosso è delizioso: per entrare davvero in un personaggio bisogna poter disobbedire un poco alla sceneggiatura. A patto, naturalmente, di conoscere la strada prima di scegliere la deviazione panoramica.
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Olmo, l’autismo e il diritto di non essere un problema
I primi spettatori de I Cesaroni oggi sono diventati adulti. Che cosa può raccontare questa stagione ai ragazzi della tua generazione?
«La nuova stagione affronta diversi temi attuali, alcuni dei quali non erano mai entrati prima nella serie.
La storia tra Marta e Olmo, per esempio, è molto particolare e secondo me era necessaria in una serie con una visibilità così grande. Mi è piaciuto soprattutto il modo in cui è stata raccontata.
Olmo non viene presentato come un personaggio problematico. È simpaticissimo, ci fa ridere moltissimo, come fanno ridere tutti i Cesaroni.
Spesso etichettiamo alcune persone come diverse, mentre Olmo ride e fa ridere come gli adulti della bottiglieria o i ragazzi della scuola. È stato molto bello raccontare questa storia».
La serie presenta Olmo come un ragazzo autistico e Mimmo come il suo insegnante di sostegno. Il personaggio, però, non viene ridotto alla diagnosi: partecipa alla comicità, desidera, sbaglia e cerca con Marta un linguaggio comune tra pudori e slanci.
Ed è qui che la leggerezza, parola troppo spesso scambiata per superficialità, rivela la propria forza. Far ridere un personaggio non significa negarne la complessità. Può voler dire, al contrario, concedergli finalmente il diritto di non rappresentare soltanto un problema.
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«Quel muro chiamato bullismo può essere affrontato»
Marta attraversa anche un periodo che hai definito «pseudobullismo». Quanto è attuale questo tema?
Valentina Bivona: «Marta vive una forma di pseudobullismo quando arriva nella nuova classe. È un argomento molto attuale.
Anche per me cambiare scuola non è stato semplice. Ho sofferto il bullismo in forme diverse e so quanto possa sembrare enorme quel muro.
Molti ragazzi della mia età mi hanno scritto in privato raccontandomi che, grazie a Marta, hanno compreso tante cose e trovato il coraggio di affrontare situazioni simili. Hanno visto che quel muro chiamato bullismo può essere affrontato».
Fare l’attrice come voler diventare astronauta
Hai sempre desiderato recitare? È stata una folgorazione sulla via di Damasco oppure sei arrivata al cinema per caso?
«È stata una folgorazione, ma è avvenuta quando avevo cinque anni. Quindi posso dire di avere sempre voluto fare l’attrice.
Da bambina organizzavo le classiche recite con le amiche, ma il desiderio era molto serio già a quattro o cinque anni. All’inizio vivevamo in un paese tanto piccolo che quasi non compariva sulla cartina geografica. Dire a mia madre “voglio fare l’attrice” equivaleva più o meno a dirle “voglio diventare astronauta”.
È stato complicato, e per questo devo ringraziarla. Ha sempre creduto in me, mi accompagnava a scuola a Verona e ai provini a Roma».
Classe 2006, Bivona ha messo piede sul suo primo set a sei anni, per una pubblicità, mentre il primo ruolo importante è arrivato intorno ai tredici. La scelta, racconta, era però già stata compiuta molto prima.
«Non seguire la propria passione può diventare un rimpianto»
Quanto è importante il sostegno della famiglia per chi sceglie una carriera come la tua?
«È importantissimo, soprattutto quando si comincia da bambini. Naturalmente, quando non si riceve subito quel sostegno, si può aspettare di diventare maggiorenni e scegliere autonomamente.
Ma bisogna sapersi scegliere la propria strada. Rinunciare alla passione può trasformarsi in un rimorso che non auguro a nessuno.
Se la famiglia inizialmente risponde di no, bisogna provare a farle cambiare idea e mostrarle quanto ci rende felici ciò che amiamo».
Da Claudio Amendola a Yorgos Lanthimos
C’è un genere cinematografico che vorresti affrontare oppure un regista con cui sogni di lavorare?
«In questo momento sono completamente affascinata da Yorgos Lanthimos. Lo trovo meraviglioso.
In futuro vorrei diventare anche regista. Mi piacerebbe fare come Claudio Amendola: dirigere un progetto nel quale magari recito.
La mia sensibilità va soprattutto verso la fotografia. Amo le immagini capaci di parlare e di restare impresse, quelle in cui il dialogo diventa quasi il contorno di ciò che vediamo.
I Cesaroni, naturalmente, ha un linguaggio diverso. È una serie pensata per farci ridere, alleggerirci e permetterci di riconoscere problemi che appartengono alla vita di tutti».
Se Valentina Bivona fosse un cocktail
Valentina Bivona sarebbe un New York Sour. Non soltanto perché Marta arriva da New York: la geografia, da sola, non è sufficiente a preparare un buon drink.
Il cocktail nasce dall’incontro tra whiskey, succo di limone e sciroppo di zucchero, con uno strato di vino rosso lasciato galleggiare in superficie. La ricetta IBA prevede anche alcune gocce di albume, utili a dare consistenza e a separare meglio i colori.
Il whiskey è la determinazione di una bambina che a cinque anni aveva già scelto il proprio mestiere. Il limone è la verità scomoda che Marta impara a preferire alla bugia ben confezionata. Lo zucchero è l’abbraccio della famiglia Cesaroni. Il vino rosso, sospeso in cima al bicchiere, rappresenta l’eredità di Marco ed Eva: visibile, importante, ma non tanto pesante da impedire alla figlia di trovare il proprio sapore. E l’albume è il lavoro invisibile: nel bicchiere non si vede, eppure è ciò che tiene insieme i colori. Per un’attrice che sogna di passare dietro la macchina da presa, non serve aggiungere altro.
È un cocktail costruito per strati, come un personaggio. Prima appare la superficie, poi arrivano l’acidità, la dolcezza e il carattere. Il vino va versato con attenzione, affinché non precipiti immediatamente sul fondo. Ma non importa se, bevendo, i colori finiscono per mescolarsi.
Le famiglie funzionano esattamente così.