Euphoria 3, tra Aperol Spritz, Far West, Striptease e America Dream. Recensione episodio 2

Serie TV
Paolo Nizza

Paolo Nizza

Introduzione

Nel secondo episodio di Euphoria 3, L’America è il mio sogno (America My Dream), la serie creata da Sam Levinson racconta il crollo di un’intera generazione tra identità fragili e illusioni. Rue, interpretata da Zendaya, resta in bilico tra lavoro e dipendenze, mentre Nate affonda nei debiti. Maddy e Cassie si affrontano in una scena chiave, mentre Jules, interpretata da Hunter Schafer, vive in una realtà da sugar baby sempre più costruita. Nell’episodio anche la sorprendente apparizione di Rosalía nei panni di una stripper, in una delle sequenze più provocatorie. Un episodio che segna una svolta più cupa e consapevole. Disponibile su Sky e NOW

Quello che devi sapere

Euphoria 3, la recensione del secondo episodio

America My Dream”(L'America è il mio sogno) è il titolo del secondo episodio di Euphoria 3 (disponibile su Sky e NOW), e già in quelle tre parole c'è tutto: la promessa, la menzogna, l'ironia feroce di Sam Levinson che prende il sogno americano e lo passa alla centrifuga finché non ne rimane niente. Dopo il debutto western e lisergico di Andale, con Rue sul Cherokee in bilico sul confine messicano e Alamo Brown che spara mele sulla testa con la pistola placcata d'oro, ci si aspettava una frenata. Invece Levinson alza ancora la posta, e lo fa spostando il baricentro: se il primo episodio era Rue contro il mondo, il secondo è Maddy contro tutto ciò che ha creduto di volere.

La voce fuori campo di Zendaya apre l'episodio con il quadro di una generazione, la sua, che durante il covid ha fatto le valigie e si è spostata a Ovest come i pionieri narrati da John Ford — senza sapere cosa avrebbe trovato, senza fuorilegge né nativi americani né grizzly a sbarrarle la strada, solo i social media, l'OnlyFans, e la domanda che torna a ciascuno come un boomerang: chi sei, adesso che non sei più quello che eri al liceo? È una domanda retorica solo in apparenza. In questo episodio qualcuno ci risponde davvero, e la risposta è peggio del silenzio.

 

LEGGI Euphoria 3, la recenione del primo episodio

Maddy arriva in città con una valigia piena di vestiti e un piano

Maddy Perez entra in scena come entra sempre: da una porta che si chiude alle sue spalle, pantaloni a zampa d'elefante, la certezza tatuata sul viso di essere la persona più interessante nella stanza. La voce fuori campo di Rue la introduce con la precisione di un atto d'accusa amorevole: "Maddy è arrivata in città senza soldi, con la valigia piena di vestiti e un piano." Il piano funziona, ovviamente. Alexa Demie è una di quelle attrici che rende credibile qualsiasi cosa, e quando il suo personaggio si siede davanti alla signora Penzler — Rebecca Pidgeon, fredda come una scultura di ghiaccio — e dice senza battere ciglio "Non sono una vittima, non sarò l'incubo delle risorse umane e amo il capitalismo", viene assunta sul posto. Viene assunta perché ha risposto al telefono della donna senza neanche chiedere il permesso. Non si capisce se ammirare l'audacia o chiedersi dove sia andata a finire la vergogna.

Il percorso di Maddy nell'industria del management è quello di una persona che ha capito come funziona il sistema e ha deciso di usarlo prima che lui usi lei. Trova un'influencer nascente di nome Katelyn — che somiglia in modo sospetto a Cassie, e non è un caso — la trasforma in una star da un milione di follower, la porta a fare foto sexy, le procura un appuntamento con Dylan Reed, il bel ragazzo della soap opera di Lexi. L'incontro avviene ai Warner Bros. Studios, e Levinson non si lascia scappare l'occasione: i due si siedono sul divano arancione di Friends davanti alla fontana della sigla, quello stesso divano che dal 1994 è diventato il simbolo televisivo mondiale della giovinezza e dell'amicizia e del credere che andrà tutto bene. Sedercisi sopra nel 2026, in una Los Angeles dove tutto ha un prezzo e niente va davvero bene, è un gesto che vale più di mille battute. Tutto bene, finché i paparazzi non beccano i due insieme e il capo di Maddy esplode: "Rappresentiamo star, non pornostar." Un anno dopo, Katelyn guadagna 700.000 dollari al mese e Maddy è ancora la sua assistente. Il sogno americano funziona, sì. Ma di solito funziona per qualcun altro.

 

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Euphoria 3, Juana e la battuta più onesta dell'episodio

Il titolo di questo episodio non lo pronuncia Rue. Non lo pronuncia Maddy, che quel sogno lo insegue con unghie e denti. Non lo pronuncia Nate, che lo sta vendendo agli investitori mentre affoga nei debiti. Il titolo lo pronuncia Juana — Minerva García, una comparsata che vale più di molte protagoniste — la domestica messicana di Cassie e Nate, chiamata a immortalare la sua datrice di lavoro travestita da adult baby per i follower di TikTok.

Cassie, circondata da candele, con il gelato che le cola sul seno e la posa da neonata costruita con la consapevolezza di una performer e l'inconsapevolezza di una persona che non sa bene chi è, si gira verso Juana e le chiede, con quella sua qualità specifica di sembrare sincera anche quando dice le cose più assurde: "Tu non vorresti di più dalla vita?"

Juana smette di guardare nel mirino della telecamera. Risponde: "No."

Cassie non ci crede. Come potrebbe? Insiste: "Anche se sei solo una domestica?!"

E Juana, con la stessa semplicità di prima, con quella semplicità che in televisione è la cosa più difficile da recitare: "Sì. L'America è il mio sogno."

La scena dura venti secondi. Levinson non la commenta, non ci mette sopra una canzone, non ci ritorna. La lascia lì, come una bomba a orologeria che non esplode. Perché non ce n'è bisogno: Juana ha detto tutto quello che i personaggi principali non riescono a dire in un'intera stagione. Ha un sogno. Sa qual è. Non lo sta cercando su OnlyFans, non lo sta annegando nell'Aperol Spritz, non lo sta costruendo sui debiti di qualcun altro. Ce l'ha già. Ed è questa cucina, questa casa, questo lavoro, in questo paese.

Il sogno americano di Euphoria 3 non abita nei grattacieli di Jules né nelle ville di Nate né nello strip club di Alamo. Abita nel telefono di Juana, che riprende Cassie senza giudicarla, e risponde "No" alla domanda sbagliata

 

Rue, Nate e i conti che non tornano mai

Nel frattempo, Nate Jacobs guida il suo Cybertruck, costruisce villaggi per anziani contando che "un boomer muore ogni 15 secondi" e deve 550.000 dollari a un tizio del settore funerario — una cifra che cresce mentre parliamo, e che sale a 600.000 nel corso dell'episodio con la velocità silenziosa di un debito che non perdona. Organizza una festa per convincere gli amici a investire nella sua impresa edile e si ritrova a rispondere della carriera su OnlyFans della fidanzata davanti a tutti. Cassie vuole 50.000 dollari di addobbi floreali per il matrimonio. Nate cede. Nate cede sempre, e questo è esattamente il problema.

Cal Jacobs — Eric Dane alla sua ultima apparizione in una serie tv, e questo pesa come un macigno ogni volta che lo si vede in scena — viene a trovare il figlio con quella goffaggine un po' ubriaca dei padri che non sanno come chiedere scusa. Sa di Cassie, lo ha saputo da qualcuno del suo gruppo di supporto per dipendenti dal sesso. Si ridefinisce edonista, non gay. È abbastanza lucido da capire che Nate è nei guai, non abbastanza da capire fino a che punto. Jacob Elordi abita questa scena con una stanchezza che non è solo recitata: è il ritratto di un uomo che ha imparato a sembrare solido anche quando tutto sta franando sotto.

 

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Il Silver Slipper, Angel e la riabilitazione

 

Rue Bennett ha trovato la sua collocazione nel mondo: è il braccio destro del manager del Silver Slipper, il nightclub di Alamo Brown la cui insegna recita "Completamente nudo. Sempre osceno" come se fosse un manifesto elettorale. Il lavoro consiste nel pulire i bagni e distribuire droga alle ballerine. Zendaya lo fa con quella naturalezza disarmante che ormai è la sua firma: rende plausibile qualsiasi cosa, anche una ex tossicomane che fa da intermediaria tra uno spacciatore e una spogliarellista alle due di notte.

La ballerina si chiama Angel — Priscilla Delgado, brava e spezzata nella misura giusta — ed era la migliore amica di Tish, la ragazza morta di overdose nell'episodio precedente. Quando Alamo le racconta che Tish si è innamorata e se n'è andata con un uomo, Angel non ci crede. Un giorno lancia tacchi a spillo e Rue le dice la verità: è morta. La notizia la manda in pezzi, e quello che segue è uno dei percorsi emotivi più riusciti dell'episodio. Angel crolla, smette di esibirsi, smette quasi di funzionare — e Alamo, con quella placida crudeltà che è il suo marchio di fabbrica, incarica Rue di convincerla ad andare in riabilitazione: o Angel entra in rehab, o Angel se ne va dal Silver Slipper, punto. Rue accetta il compito, e nel tragitto in macchina le descrive la struttura come un posto meraviglioso, quasi un rifugio, perché è quello che Angel ha bisogno di sentirsi dire. Angel trema. Le fa promettere che tornerà a prenderla. Rue promette.

Quando arrivano a Hope Springs, la realtà è l'opposto di quello che Rue aveva raccontato: corridoi bui, luce al neon che sfarfalla, una receptionist che non alza gli occhi dal cellulare e non fa compilare nessun modulo. "Lavori per Alamo?" chiede senza quasi guardare, come se la risposta cambiasse qualcosa — e in effetti la cambia, anche se non nel senso che Angel vorrebbe. Un assistente la porta via lungo il corridoio. Rue resta ferma, con quella sensazione specifica di aver appena fatto una cosa sbagliata senza sapere esattamente quale. Il posto puzza di losco da tutte le parti. Fuori, nell'auto parcheggiata nelle vicinanze, qualcuno la osserva senza che lei lo sappia. Levinson lascia la scena aperta come una ferita.

Prima di tutto questo, però, c'è un'altra Rue che l'episodio non dimentica: quella dei flashback notturni, la versione più buia e più vera. Alamo ha incaricato Rue di cancellare ogni traccia del passaggio di Tish dall'appartamento — la ragazza morta di overdose che non doveva essere mai lì. Rue raccoglie dallo scarico della doccia una ciocca dei suoi capelli. È un gesto piccolo, quasi banale, eppure è il momento in cui l'episodio smette per un secondo di essere cinico e diventa qualcos'altro: il contatto fisico con la morte di qualcuno che non conoscevi abbastanza. Poi brucia tutti gli effetti personali di Tish, e mentre le fiamme fanno il loro lavoro, Levinson taglia su uno dei flashback più strazianti della stagione: Rue che lascia un messaggio vocale in lacrime alla madre, chiedendole di tornare a casa, mentendo di essere pulita. La stazione di servizio illuminata nell'oscurità. La voce che si spezza. Da allora, dice la voce fuori campo, non è mai stata veramente sobria. È la sequenza che ricorda perché Euphoria, sotto tutti i western e le guest star e i maiali e le borse a forma di scarpa, è ancora e prima di tutto una serie sul dolore di non riuscire a smettere.

Euphoria 3, Rosalía stripper: la scena che sorprende

In un episodio già abbastanza affollato di guest star, Sam Levinson trova spazio per il cameo più inaspettato e forse più riuscito: Rosalía, nei panni di Magick, ballerina del Silver Slipper con un dettaglio di costume che vale da solo il biglietto d'ingresso. Magick lavora con al collo un collare cervicale — quello che si mette dopo un colpo della frusta, per capirci — e non ha la minima intenzione di toglierlo. Non per ragioni mediche. Per ragioni finanziarie: sta aspettando che l'assicurazione liquidi il sinistro, e finché non arriva l'assegno, il collare resta. È il personaggio più onestamente capitalista dell'episodio — il che, in un episodio intitolato America My Dream, è già una dichiarazione di poetica.

Magick parla quasi esclusivamente in spagnolo, con quella qualità specifica di chi non ha nessun interesse a farsi capire da chi non merita lo sforzo, ed è aggressiva con la precisione chirurgica di chi sa esattamente quale effetto vuole ottenere. Quando Rue cerca di convincerla che esibirsi sul palco con il collare ortopedico potrebbe essere un problema — per lei, per il locale, per l'intera catena logistica del Silver Slipper — Magick la fissa con quell'espressione che solo Rosalía sa fare, metà disprezzo e metà noia, e risponde in un modo che non lascia spazio a repliche. Il battibecco dura poco, ma è sufficiente a stabilire le gerarchie: Rue gestisce il locale, Magick gestisce Rue.

Levinson usa il cameo con intelligenza: Rosalía non è lì per fare la popstar che si diverte a recitare. È lì perché Magick è esattamente il tipo di personaggio che solo lei potrebbe incarnare — indomabile, autosufficiente, straniera in un paese che conosce già tutti i trucchi. Il collare cervicale come accessorio di scena, come atto di resistenza economica, come — volendo leggere oltre — metafora perfetta di una generazione che porta i segni delle proprie cadute e li usa come leva contrattuale. Non si guarisce. Si incassa.

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Euphoria 3: il maiale, la svastica e il messaggio di Alamo

C'è un momento in questo episodio che vale da solo più di molte scene di televisione contemporanea: un maiale grosso come un dinosauro sfonda le finestre di casa di Laurie mentre Faye e Wayne stanno facendo sesso sul divano sullo sfondo di una bandiera del terzo reich con tanto di svastica, e defeca rumorosamente accanto a una bandierina con su scritto "Ricordatevi di Alamo." Il messaggio è chiaro anche prima che Rue lo spieghi nella voce fuori campo, ma Levinson lo spiega lo stesso — e qui sta uno dei piccoli difetti ricorrenti di questa stagione, questa tendenza a didascalizzare quello che l'immagine aveva già detto da sola.

"Ricordatevi di Alamo" è il grido di battaglia texano nato dopo l'assedio del 1836 alla missione di Alamo, dove circa duecento volontari, tra cui Davy Crockett e Jim Bowie, morirono difendendo il forte contro i soldati messicani del generale Santa Anna. Levinson usa quella bandierina come un biglietto da visita: Alamo Brown non è solo un nome, è una dichiarazione di guerra. E il maiale è il suo ambasciatore. Esattamente come nell'episodio precedente ogni animale diceva qualcosa che i personaggi non riuscivano a dire a parole, qui il maiale dice tutto quello che Alamo non ha bisogno di pronunciare: sono entrato a casa tua, ho fatto quello che volevo, e me ne sono andato. La scena funziona perché è grottesca nel modo giusto, perché tiene insieme l'ironia e la minaccia, e perché ci ricorda che in Euphoria 3 ridere e tremare è quasi sempre la stessa cosa.

Se questo episodio fosse un cocktail: Aperol Spritz al Peninsula

Me lo chiedo ogni volta che guardo qualcosa che mi colpisce davvero: se questa storia fosse un drink, cosa ordineresti? L'episodio 2 di Euphoria 3 è un Aperol Spritz, e non potrebbe essere altrimenti, perché è esattamente quello che Maddy ordina al Peninsula per sé e Cassie nel momento clou della puntata.

L'Aperol Spritz è il cocktail più frainteso d'Italia e forse del mondo: sembra innocuo, colorato, festivo, quasi frivolo — arancione brillante, bollicine, una fettina d'arancia che galleggia come se non avesse pensieri. Eppure, in quel bicchiere c'è l'Aperol, che è amaro come certi ricordi, il Prosecco, che è festoso e tagliente al tempo stesso, e uno spruzzo di seltz per ammorbidire tutto quanto. È il drink che ordini quando vuoi sembrare a tuo agio mentre stai per fare una cosa cattiva. È il drink di Maddy mentre sorride a Cassie, mentre la ascolta dire "mi sembra di aver trovato l'amore della mia vita a spese dell'altro amore della mia vita", mentre la voce fuori campo di Rue ci avverte che Maddy sta per "sferrare il colpo di grazia."

Il bicchiere è bello. Il contenuto è una trappola. E Cassie continua a bere, perché Cassie continua sempre a bere, e perché Maddy sorride così bene che è quasi impossibile accorgersene finché non è troppo tardi. Perché sono cocktail che ti fanno sopportare l'esistenza. E cocktail che la complicano. L'Aperol Spritz al Peninsula appartiene alla seconda categoria, anche se non lo capisci finché non sei già al terzo.

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Maddy, Cassie e la domanda più bella dell'episodio

La scena al Peninsula è quella che resterà. Cassie e Maddy ai tavoli del bar, un biliardo sullo sfondo, due Aperol Spritz sul tavolo, anni di rancore che circolano nell'aria come fumo di sigaretta. Cassie si scusa per la faccenda di Nate — "mi sembra di aver trovato l'amore della mia vita a spese dell'altro amore della mia vita", dice, e la frase è così triste e così imprecisa da essere quasi commovente. Maddy ascolta. Maddy sorride. Maddy aspetta.

Dopo qualche altro giro, Cassie è ubriaca e Maddy dice quello che pensa davvero: che Cassie si sta "sforzando troppo invece di essere semplicemente se stessa." È il momento in cui Sydney Sweeney fa la cosa più difficile dell'episodio: lascia che il panico prenda il viso di Cassie in modo credibile, reale, quello specifico panico di chi non sa rispondere a una domanda che avrebbe dovuto avere risposta da sempre.

CASSIE: Essere cosa?

MADDY: Te stessa.

CASSIE: Chi sono io?

MADDY: Questa è una bella domanda.

È lo scambio più onesto dell'intera puntata, e anche il più crudele. Perché Maddy non lo chiede per aiutarla: lo chiede per vedere l'effetto che fa. E l'effetto è esattamente quello che si aspettava. Cassie non sa rispondere. Non ci aveva mai pensato, non in questi termini. Ha sempre saputo cosa voleva — l'attenzione, l'amore, il matrimonio con i fiori a 50.000 dollari — senza mai chiedersi chi fosse la persona che lo voleva. Juana, venti minuti prima, sapeva rispondere in due secondi. Cassie, con tutto il privilegio del mondo a disposizione, non ci riesce.

Levinson non chiude la scena con un commento. La lascia aperta, come sempre. Ed è giusto così.

Jules Sugar Baby: il ritorno di Hunter Schafer

Jules Vaughn vive in un attico da sogno — moderno, elegante, lampade costose, poltrona color cuoio — e tutto è pagato da un uomo sposato. Hunter Schafer indossa una vestaglia di seta, una parrucca lunga 127 centimetri e una pochette Balenciaga a forma di tacco a spillo, come se fossero le tre parti di un unico costume di scena — perché in effetti lo sono: Jules si è costruita un personaggio anche nella vita reale, esattamente come aveva fatto nella piece scolastica di Lexi nella stagione precedente. Il trucco occhi leggermente scintillante è l'unico filo che la lega ancora al passato, il solo dettaglio che Levinson lascia intatto tra tutto il resto della messa in scena. La differenza rispetto al liceo è che questa volta non c'è un pubblico da convincere. O forse sì, e il pubblico è lei stessa.

Rue arriva senza avvertire, come sempre, e mente come sempre: dice di essere "sobria come in California", che è un modo di dire che non dice niente. Jules la fissa: "Eppure ti sei presentata qui." Si versano da bere, fumano, parlano di monogamia — "non credo che le persone siano fatte per la monogamia", dice Jules con quella superiorità leggera che è il suo modo di costruire distanza — e Rue risponde: "Quindi quello che stai dicendo è che ho ancora una possibilità." La speranza, per Rue, non muore mai. È la sua caratteristica peggiore e la sua caratteristica migliore, spesso insieme.

La scena finisce con Jules che rientra in soggiorno con l'accappatoio allentato e dice: "Non mi fai compagnia?" È l'invito più semplice e più complicato dell'episodio. E il cerchio si chiude, com'è sempre stato, com'è sempre sarà, finché Levinson non deciderà altrimenti.

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La colonna sonora: tra pop e malinconia

La colonna sonora di questo episodio è una playlist che non avrebbe senso da nessun'altra parte. "Say So" di Doja Cat apre come una promessa pop, subito spiazzata da "WASSUP" di Young Miko. "(How Much Is That) Doggie in the Window" di Patti Page accompagna Cassie travestita da cagnolina per i suoi follower su TikTok — e se questo non è satira, non so cos'altro potrebbe essere. "Get It Sexyy" di Sexyy Red. "I Wanna Be Loved By You" di Marilyn Monroe nel passaggio dalla reunion Maddy-Rue al servizio fotografico di Cassie, un accostamento che non è casuale: Monroe posò per fotografie di nudo, fu sfruttata, la sua immagine venne manipolata anche dopo la sua morte. Il punto è lì, tra quelle note, anche se Levinson non lo dice.

E poi c'è "Speak Low" di Billie Holiday, che chiude tutto con quella malinconia specifica delle cose belle che si sa già che finiranno male. Hans Zimmer è ancora lì con le sue architetture cinematografiche, ma questa settimana la colonna sonora licensed si prende più spazio, e lo fa bene. È la playlist di qualcuno che ha vissuto troppo e dormito poco.

Euphoria 3x02: il significato di America My Dream

Euphoria 3x02 è un episodio più sghembo e asimmetrico del primo. Ma ha momenti che pochissime altre serie sarebbero in grado di produrre: la scena al Peninsula, lo scambio "chi sono io" tra Cassie e Maddy, il maiale con la bandierina, Jules nell'attico con la vestaglia di seta e la borsa a forma di scarpa. E soprattutto, quella sequenza con Juana che dura venti secondi e pesa come un'ora di film.

C'è anche spazio per un dettaglio che vale più di molte battute: Maddy che arriva a bordo piscina al Peninsula in pelliccia e tacchi a spillo, i boccoli da femme fatale, l'aria di chi non ha mai sentito freddo in vita sua e non intende cominciare adesso. È un ingresso da film noir anni Quaranta — prendete La Fiamma del peccato, metteteci Alexa Demie e toglietele qualsiasi remorse. L'effetto intimidazione sortisce esattamente il risultato previsto.

Zendaya è, ancora una volta, al di là del giudizio critico ordinario. Abita Rue con una semplicità disarmante: non la interpreta, la consuma. Alexa Demie e Sydney Sweeney fanno il lavoro più difficile dell'episodio, tenere insieme personaggi che potrebbero scivolare nella caricatura e invece restano veri, anche quando dicono cose assurde, anche quando fanno cose imperdonabili. E Minerva García, con venti secondi e quattro battute, ruba la scena a tutti.

"America My Dream" non è il sogno americano. È la versione notturna di quel sogno, quella che non metti sui social, quella che non hai il coraggio di raccontare neanche all'Aperol Spritz. È la versione in cui Cassie non sa chi è, Jules vive in un attico pagato da qualcun altro, Rue porta una ballerina in una clinica losca, e Nate deve mezzo milione a un imprenditore funebre. Il sogno esiste. Ma di notte, quando le luci del Silver Slipper si spengono, ha la faccia di qualcun altro.

Ce l'ha la faccia di Juana. Che ha risposto "No" alla domanda giusta, senza nemmeno alzare gli occhi dalla telecamera.

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