Euphoria 3, Andale! Tra Messico, droga, Dio e western. La recensione dell'episodio uno
Serie TV ©HBOIntroduzione
Euphoria torna con la stagione 3 e lo fa con un episodio d’apertura che segna una svolta radicale. In Andale, Rue attraversa il confine tra Messico e Stati Uniti e si ritrova in un mondo fatto di cartelli della droga, fede e violenza. La serie abbandona definitivamente il liceo per trasformarsi in un neo-western visionario, tra deserto, strip club e nuove gerarchie di potere. Zendaya domina ogni scena, mentre Sam Levinson cambia linguaggio visivo e narrativo, spingendo Euphoria verso territori più oscuri e adulti. Un debutto potente e divisivo che ridefinisce trama, stile e destino dei personaggi. Disponibile su Sky e su NOW
Quello che devi sapere
Il ritorno di Euphoria: cosa cambia nella stagione 3
Dopo quattro anni di silenzio, Euphoria torna su Sky e NOW con la terza stagione, e lo fa con una parola sola, messicana, universale: Andale. Avanti. Forza. Muoviti. Nel primo episodio di Euphoria 3, intitolato Andale, la trama segue Rue Bennett la Zendaya più magnetica che si sia mai vista in televisione, al volante di un Cherokee sgangherato che scala il muro di confine tra Messico e Stati Uniti e si inceppa esattamente in cima, sospeso tra due mondi. E' la metafora perfetta: lo spettatore si ritrova esattamente lì, in bilico insieme a Rue. Euphoria non è più la serie del liceo. E' un neo-western lisergico dove la protagonista fa la mula del fentanyl, Alamo Brown spara mele sulla testa con una pistola placcata d'oro e Hans Zimmer - già parte del progetto - si ritrova solo a guidare la colonna sonora dopo l'addio polemico di Labrinth. Attorno a Rue, un universo di ventenni che si sbattono a Hollywood, nei suburbi californiani e nei cartelli della droga. Sharon Stone entra in scena come una showrunner leggendaria. Cassie e Nate vivono un'esistenza da incubo americano volutamente grottesco. E poi c'e' Ali, lo sponsor di Rue, che le suggerisce di leggere la Bibbia dall'inizio alla fine. Andale, dice Levinson allo spettatore. Non stare lì fermo. Siediti e guardati tremare.
L'attesa, i morti e la macchina in bilico: Euphoria ritorna
Quattro anni in cui Euphoria e' diventata leggenda, mito, oggetto di culto, come solo le grandi serie televisive sanno fare. Quattro anni durante i quali il mondo ha perso tre persone che avevano contribuito a costruire quella serie: Angus Cloud, il dolcissimo Fezco dalla faccia da bambino e l'anima da vecchio saggio, morto nel 2023 per un'overdose accidentale; Kevin Turen, produttore, scomparso improvvisamente nello stesso anno; e infine Eric Dane, il terribile Cal Jacobs, morto a febbraiocomparso nel 2026 per insufficienza respiratoria legata alla SLA.” Tre lutti che pesano come macigni sull'intera operazione e che trovano posto, giustamente, nella dedica finale del primo episodio. Tornare dopo tutto questo non era affatto scontato.
Eppure eccoci qui. Levinson sceglie di aprire con un'immagine che e' gia' un manifesto: Rue Bennett sul tetto del muro di confine tra Messico e Stati Uniti, l'auto bloccata in cima, incapace di andare avanti e incapace di tornare indietro. Non serve altro per capire dove siamo. E soprattutto, da che parte non si torna.
Andale: significato del titolo e perché è la chiave dell’episodio
Il titolo del primo episodio è una parola sola: “Andale", una parola entrata nell’immaginario popolare anche fuori dallo spagnolo, Speedy Gonzales ce l'ha insegnato quando eravamo bambini: andale, andale, arriba, arriba. Forza. Avanti. Non aspettare. Ma Levinson usa quella parola come un contrappunto amaro: l'episodio parte dall'ultima promessa che Rue aveva fatto alla fine della seconda stagione, sulle note di I'm Tired, con la voce di Zendaya che diceva: "Sono rimasta pulita per tutto l'anno scolastico. Il pensiero di poter essere una brava persona mi spinge a cercare di essere una brava persona." Una promessa fatta in buona fede. E di buone intenzioni, si sa, è lastricato l'inferno.
Quello che segue è un catalogo visivo di istinti primordiali che percorre l'intero episodio come un contrappunto silenzioso. Levinson costruisce un vero e proprio bestiario dell'America contemporanea: mentre il bus Greyhound porta Rue verso la California con il cartello "Entering Pacific Time", un serpente striscia nella sabbia del deserto - e non serve essere un esegeta per capire cosa significhi un rettile che striscia. Alla dogana sul confine col Messico, un cane poliziotto orina su uno pneumatico mentre Rue si precipita verso il colino. A casa di Laurie, uccelli esotici in gabbia osservano la scena mentre lei guarda un vecchio western in bianco e nero. Un pollo sgozzato da Watson introduce il viaggio verso la dimora di Alamo. Il coniglietto Playboy campeggia tra calze a rete e autoreggenti nei locali di confine. E' una puntata che trasuda fluidi corporali e funzioni vitali: ogni animale dice qualcosa che i personaggi non riescono - o non vogliono - dire a parole.
Il tutto incorniciato da un cambio di linguaggio visivo radicale, con Euphoria che diventa un western a tutti gli effetti: formato 2.20:1, riprese in 65mm con nuova pellicola Kodak, colori primari accesi come pugni in faccia. Le note di "Ride Like the Wind" di Christopher Cross - una canzone degli anni Ottanta, melodiosa e vagamente epica, sospesa tra fuga e nostalgia - aprono il deserto, Waylon Jennings segna l'arrivo in California, copripunta a forma di scorpione sugli stivali da cowboy e una pistola placcata d'oro chiudono il quadro. Più quel passeggero Uber vestito da Batman - interpretato dal regista Eli Roth - che sentenzia: "Questa città sta andando allo sbando." L'unico supereroe in campo è una ragazza che trasporta fentanyl nel corpo. Andale: Euphoria è arrivata nel Far West.
Trama episodio 1: Rue e il traffico di fentanyl
La trama del primo episodio si muove su due assi principali. Il primo è quello di Rue: dopo il diploma, la glaciale Laurie - una Martha Kelly da manuale del personaggio rettiliano - la raggiunge con un conto da regolare, gonfiatosi a 43 milioni di dollari con gli interessi ma che lei, generosamente, è disposta a saldare per 100.000 dollari in contanti. Nasce così la carriera di Rue come mula della droga, una dozzina di viaggi in due anni, sempre con Faye Valentine al suo fianco - Chloe Cherry, che riesce a essere contemporaneamente comica e straziante - a ingoiare chilogrammi di fentanyl in palloncini e a portarli oltre il confine dentro al proprio corpo.
C'è chi ha scritto che questa stagione è un Breaking Bad generazionale, e l'accostamento è pertinente: la stessa escalation dalla legalità alla criminalità, lo stesso humour nerissimo che affiora nella disperazione. Ma Rue non è Walter White: è Jesse Pinkman, caotica e autodistruttiva, capace di lampi di grazia proprio quando il baratro è più vicino. E Zendaya - due Emmy meritatissimi -abita ogni sfumatura con una naturalezza che rasenta il miracolo. La sua faccia è un racconto completo: ogni primo piano vale più di dieci pagine di sceneggiatura.
Chi è Alamo Brown: il nuovo personaggio tra Dio e violenza
Il climax del primo episodio è costruito attorno all'incontro con Alamo Brown, interpretato con carisma magnetico da Adewale Akinnuoye-Agbaje - il signor Eko di Lost, impossibile non ricordarlo - proprietario dello strip club più trasgressivo della California e uomo che si occupa, parole sue, di quella cosa che ha più potere dell'uranio e del petrolio. Alamo è un personaggio levinsoniamo puro: kitsch, minaccioso, filosoficamente volgare e stranamente affascinante. Porta copripunta a forma di scorpione sugli stivali da cowboy e gestisce il tutto con quella placida crudeltà di chi sa esattamente quanto vale ogni cosa, inclusa una vita umana. Quando Rue gli racconta di credere che sia stato Dio a portarla da lui, Alamo sorride - quel sorriso largo e pericoloso - e risponde con una frase che vale un intero western: "Dici di credere in Dio. Vediamo ora se Dio crede in te." Poi piazza una mela verde sulla testa di Rue e imbraccia la pistola placcata d'oro.
La mela cade. Rue ride. E' un riso liberatorio, isterico, il riso di chi ha appena guardato la morte in faccia e si è accorto che non era ancora il suo momento. Levinson costruisce la scena con una precisione da maestro: i colori pop del locale contro il buio, il primo piano sul volto di Zendaya che attraversa in pochi secondi il terrore, la resa e poi quella gioia assurda di essere ancora viva. Se stai cercando un segno, Rue, questo è il tuo segno. Il problema è capire da quale parte venga davvero.
Sharon Stone e la Hollywood di Euphoria 3
Lexi Howard - Maude Apatow, dolce e precisa come sempre - lavora come assistente di Patty Lance, la showrunner interpretata da una Sharon Stone che entra in scena come se non fosse mai uscita dalla scena: glamour, cinica, intelligente, con quella qualità specifica delle donne che hanno attraversato Hollywood e ne conoscono ogni corridoio segreto. La sua prima battuta è quasi una dichiarazione di poetica: "Gli sceneggiatori sono gli ingegneri dell'animo umano. La gente sottovaluta il potere dell'intrattenimento: quello che vedete in tv influenza direttamente come ci percepiamo a vicenda, a scuola, a casa e soprattutto nella cabina elettorale." Levinson parla di sè, ovviamente. E lo fa con l'autoironia di chi sa di non essere immune dalla critica.
Lexi lavora alla soap opera serale LA Nights, prodotta dalla Lance, e già si intravede come la sua vita reale finirà per infiltrarsi nelle trame della serie - esattamente come aveva fatto con lo spettacolo scolastico della stagione precedente. Maddy (Alexa Demie, sempre meravigliosamente vestita) lavora come assistente in un'agenzia di management, guadagna poco e spende molto, guardando la vita dei famosi da fuori. Jules non appare in questo episodio: la sappiamo sugar baby di qualcuno, fuori campo. Fezco è vivo - Levinson non ha potuto portarsi via anche lui dopo la morte di Angus Cloud - ma è in prigione per trent'anni, e Lexi è troppo impegnata per chiamarlo. C'è qualcosa di molto triste, e molto umano, in questo ultimo dettaglio.
Cassie e Nate: satira feroce dell’America contemporanea
Il secondo asse narrativo è quello di Cassie e Nate, coppia fidanzata che vive in una villa enorme e sfarzosa in qualche versione californiana del sogno suburbano americano. Nate ha ereditato l'azienda edile del padre Cal, guida un Cybertruck - la rivelazione più esilarante dell'episodio - e costruisce villaggi per anziani sulla costa calcolando con pragmatismo glaciale che "un boomer muore ogni 15 secondi". Cassie vuole 50.000 dollari di addobbi floreali per il matrimonio, cena circondata da 97 candele e progetta di aprire un account OnlyFans per finanziare le nozze dei suoi sogni. E come se non bastasse, cerca di monetizzare con Tik Tok travestendosi da cagnolina sule note di How Much Is That Doggie in the Window” di Patti Page
E' satira, e Levinson la usa come un bisturi: questi due personaggi sono lo specchio deformante di un'America che ha fatto del consumismo e dell'apparenza i propri valori fondanti. Sydney Sweeney e Jacob Elordi abitano queste caricature con la consapevolezza di attori che sanno benissimo a quale gioco stanno giocando. "Non ho aspettato tutta la vita per un matrimonio da ghetto", dice Cassie con la massima serietà possibile. E lo spettatore ride, ma con quella risata amara che sa di riconoscimento.
Il ruolo di Ali e il tema della fede nella serie
Tra i momenti più riusciti dell'episodio c'è la scena tra Rue e il suo sponsor Ali (Colman Domingo, sempre magistrale, uno degli attori americani piu' completi della sua generazione) nella stessa diner del leggendario episodio speciale tra le stagioni. Piove fuori, come allora. I due parlano di fede, di Bibbia, di se Dio esista o meno. Ali suggerisce a Rue di leggerla dall'inizio alla fine, prendendola come un fatto. E' una conversazione che tocca qualcosa di vero: la ricerca disperata di un ordine in un mondo caotico, di una struttura a cui aggrapparsi quando tutto il resto cede.
C'è anche la sequenza nella fattoria texana dei Miller, famiglia cristiana che ha ospitato Rue dopo il suo arrivo clandestino, offrendole qualcosa di inaspettatamente prezioso: un bicchiere di latte fresco. Suona banale, eppure è il momento più quieto e più luminoso dell'intero episodio. Rue si sveglia in quella fattoria senza internet, senza fentanyl, senza debiti, e qualcuno le porta del latte. Viene in mente il cavaliere Antonius Block ne Il Settimo Sigillo di Bergman: "Lo ricorderò questo momento: il silenzio del crepuscolo, il profumo delle fragole, la ciotola del latte. Lo porterò con me delicatamente come se fosse una coppa di latte appena munto che non si può versare. E sarà per me un conforto." Rue non cita Bergman, ovviamente. Ma quella scena respira della stessa aria: la bellezza fragile di un momento ordinario vissuto come se fosse l'ultimo, o forse il primo.
Il nuovo stile visivo: formato, colori e font western
C'è un dettaglio che i più attenti hanno notato subito, prima ancora che Rue aprisse bocca: il font scelto per i titoli di testa di questa terza stagione. Euphoria abbandona la sua estetica tipografica precedente - moderna, quasi brutalista, figlia dell'era degli smartphone e dei feed Instagram - e adotta un carattere serif dall'anima western, dorato, caldo, con quelle grazie spesse che evocano immediatamente i cartelli di un saloon, i titoli di coda di un film di Sergio Leone, o - come ha fatto notare la critica americana - la title card gialla istantaneamente riconoscibile di serie come Columbo e Murder She Wrote. Una scelta che non è decorativa: è programmatica.
Il font è una dichiarazione d'intenti silenziosa ma potentissima. In tipografia, come in mixologia, ogni ingrediente comunica qualcosa prima ancora di essere assaporato: il bicchiere, il colore, la consistenza. Quel carattere serif dorato su fondo scuro dice allo spettatore, prima ancora che inizi la storia: siamo in un altro tempo, in un altro spazio, le regole che conoscevi sono cambiate. Levinson ha capito - e non è scontato - che in televisione la scelta del font è come la scelta della colonna sonora: plasma l'umore prima che la narrazione abbia il tempo di farlo. E in questo caso, quei caratteri d'oro nel buio del deserto preparano perfettamente all'arrivo di Rue sul suo Cherokee sgangherato, con Christopher Cross nelle casse e il confine davanti.
Colonna sonora: da Labrinth a Hans Zimmer, cosa cambia
Bisogna fare una precisazione importante, perché la storia della colonna sonora di questa terza stagione è più complicata di quanto sembri. Hans Zimmer non è un intruso arrivato a rimpiazzare Labrinth: era già parte del progetto, coinvolto fin dall'inizio con l'idea di far convivere due linguaggi diversi, quasi opposti, per accompagnare musicalmente il passaggio dei personaggi dall'adolescenza all'età adulta. L'idea era affascinante: il gospel elettronico viscerale di Labrinth a dialogare con la grandiosità cinematografica di Zimmer, due voci per una serie che stava diventando qualcos'altro.
Poi, a pochi giorni dalla première, Labrinth pubblica su Instagram una storia che non lascia spazio a interpretazioni: "Sono fuori da questa industria... f*** Columbia... f*** Euphoria." Parole dure, rabbiose, seguite da una spiegazione più articolata nei giorni successivi: "Sono disposto a sottostare alla visione creativa di chi sta sopra di me, ma non a essere trattato come spazzatura." Sam Levinson ha dichiarato di non conoscere le motivazioni dell'allontanamento. Labrinth ha ritirato la musica già registrata per la terza stagione. Risultato: Zimmer resta solo a guidare la colonna sonora, e quella dialettica che avrebbe dovuto essere il cuore sonoro della stagione viene meno in un colpo solo.
Quello che rimane è Zimmer, e Zimmer fa il suo mestiere con la consueta maestria: le sue trombe alla Ennio Morricone - quelle stesse trombe che hanno reso immortali Per un Pugno di Dollari e C'era una Volta il West - danno a Rue la statura epica di un'anti-eroina del Far West. La lunga camminata nel deserto è cinematograficamente memorabile. Certo, nell'orecchio di chi ha amato I'm Tired rimane una domanda senza risposta: cosa sarebbe stato Euphoria con entrambe le voci?
Se questo episodio fosse un cocktail:
Me lo chiedo ogni volta che guardo qualcosa che mi colpisce davvero: se questa storia fosse un drink, cosa ordineresti? Euphoria 3x01 sarebbe un Tequila Sunrise preparato con mano spericolata e fotografia impeccabile. La base è la Tequila Blanco - messicana, ovviamente, non potrebbe essere altrimenti -- trasparente come le intenzioni di Rue all'inizio e tagliente come le sue scelte. Poi il succo d'arancia, che qui sono i colori della fotografia di Marcell Rev: quel rosso e arancio del deserto texano che brucia sullo schermo come il sole alle sei del mattino, quando non sai ancora se stai andando a dormire o se stai già tornando.
La granadina - il dettaglio finale, quello che trasforma il drink in un'opera d'arte - è Zendaya. Scende lenta sul fondo del bicchiere, pesa più di tutto il resto, colora ogni cosa di rosso scuro senza dissolversi completamente. Il suo personaggio è così: sta sotto, regge tutto, non si amalgama mai del tutto con gli altri ingredienti. Il risultato finale è un cocktail che è bello da guardare prima ancora di essere bevuto, che scende con una facilità sospetta e che lascia un retrogusto di mezcal affumicato - quella nota di Hans Zimmer che ti rimane in testa anche quando vorresti la melodia di Labrinth. Si beve in un'ora, come l'episodio. E poi si vuole subito il prossimo.
Euphoria 3 episodio 1, il giudizio finale
Euphoria 3x01 è un episodio coraggioso, visionario, capace di momenti di televisione che pochissimi altri show sarebbero in grado di produrre. La performance di Zendaya è al di là del semplice giudizio critico: è una certezza assoluta, una presenza che trascina ogni scena verso qualcosa di vero anche quando tutto intorno sembra sopra le righe. Il nuovo look western è una scommessa ambiziosa che Levinson vince, rinnovando una serie che avrebbe potuto semplicemente ripetere se stessa.
Euphoria non vuole più essere capita. Vuole essere attraversata. Sam Levinson spinge la serie fuori dal liceo e dentro un territorio più pericoloso, dove ogni scelta ha un peso e ogni errore lascia un segno. Zendaya non interpreta Rue: la consuma, la svuota, la tiene in piedi quel tanto che basta per farci restare a guardare.
"Andale" non è un invito. E' un ordine. Vai avanti, anche se non sai dove. Anche se sai già che potresti sbagliare. E allora restiamo lì, sospesi su quel confine, con il motore acceso e il vuoto sotto. Non perché sia comodo. Ma perché è l'unico posto da cui non si riesce a distogliere lo sguardo.