Avvocato Ligas episodio 5, recensione: orologi, padri e il tempo che sfugge al controllo
Serie TVIntroduzione
Nel quinto episodio di Avvocato Ligas, il legal drama Sky con Luca Argentero compie un salto decisivo e trasforma il racconto in una riflessione sul tempo e sulle conseguenze. Dopo il crollo emotivo del quarto episodio, Ligas tenta di rimettere ordine nella propria vita, ma ogni gesto sembra arrivare troppo tardi. Il caso della giovane borseggiatrice che ruba orologi di lusso diventa così una potente metafora: non si sottraggono solo oggetti, ma il tempo, il potere e il controllo che gli adulti credono di possedere.
Mentre emergono relazioni sempre più fragili tra padri e figli – dalla vergogna dichiarata della giovane imputata al rifiuto ostinato di Ligas di confrontarsi con il proprio passato – la serie costruisce un episodio che intreccia dimensione privata e giudiziaria con grande precisione. Anche l’amicizia con Paolo viene messa alla prova, trasformandosi in una scelta morale più che professionale, mentre Marta attraversa una fase di consapevolezza che la avvicina sempre più al protagonista.
Sul piano formale, la regia di Fabio Paladini insiste su dettagli, sfocature e rallentamenti per raccontare una perdita di controllo ormai evidente, mentre la sceneggiatura lavora per accumulo, facendo dialogare simboli e situazioni in modo sempre più serrato. Fondamentale anche la colonna sonora, che accompagna la parabola di Ligas con brani che oscillano tra energia e collasso, fino all’esplosione finale sulle note dei Radiohead.
Ma è soprattutto nel finale che l’episodio trova la sua verità: il successo si trasforma in minaccia, il riconoscimento in caduta, e il tempo – quello che Ligas ha sempre creduto di poter gestire – smette definitivamente di essere un alleato. L’episodio è disponibile su Sky e NOW e prepara il terreno per un finale di stagione che si preannuncia come un vero e proprio punto di non ritorno.
Quello che devi sapere
Avvocato Ligas, episodio 5: orologi, padri e il tempo tiranno
C'è un momento, all'inizio del quinto episodio di Avvocato Ligas, in cui la telecamera indugia su due oggetti posati nello studio di uno psicoterapeuta. Un orologio. Un rompicapo di legno a incastri, un burr puzzle. Non è una scelta decorativa — la serie non si permette scelte decorative. Il rompicapo si smonta e si risolve. L'orologio no. Il tempo scorre e non si negozia. Marcel Proust lo sapeva bene. E Ligas, che di Proust probabilmente non si è mai preoccupato granché, sta per impararlo a sue spese. Per quanto, grazie a questa puntata, scopriremo che il personaggio interpretato da Luca Argentero ha letto il Signore delle mosche e da quel momento la sua percezione dei bambini è cambiata.. Insomma con Ligas mai dire mai.
Lo psicologo gli fa una domanda semplice: perché ha picchiato il compagno della sua ex moglie? «Perché ero molto incazzato», risponde Ligas. Nessuna analisi, nessuna apertura. Sul padre, poi, si chiude come un'ostrica al limone: si mangia le unghie, si ritrae, si alza e se ne va venti minuti prima della fine della seduta. È il gesto che definisce tutto l'episodio, e forse tutta la serie: Ligas è il più grande avvocato della stanza, in qualsiasi stanza si trovi, tranne una. Quella in cui il cliente è lui.
Sulle immagini dei titoli partono le note di Bug dei Fontaines D.C. — canzone su un uomo disfunzionale, sull'amore quando smette di essere poesia e diventa ossessione, errore di sistema. La colonna sonora di Avvocato Ligas non accompagna le scene: le interpreta. A volte le contraddice. Quasi sempre le precede. È un racconto parallelo, non un tappeto.
Il cubetto di ghiaccio: una piccola profezia visiva
Dopo i titoli, la breve sequenza-indizio che ogni episodio usa come profezia visiva: un tumbler, una fetta di limone, un cubetto di ghiaccio che cade in gin tonic, ossia l'ingrediente principale del regime alimentare seguitto dalla avvocato rockstar del foto di Milano Suono secco. Niente altro. Se nell'episodio 4 era un cane che inseguiva palloncini senza mai afferrarli, qui la metafora è più elementare e più spietata: il ghiaccio non si ferma. Cade, e poi si scioglie. Non torna indietro, non resta uguale. È esattamente quello che sta succedendo a Ligas, anche se lui è l'ultimo ad ammetterlo.
Ligas e Patrizia: quando il controllo non basta più
C'è poi un momento che sposta definitivamente il peso dell'episodio 5 di Avvocato Ligas fuori dall'aula. L'incontro con Patrizia.
Ligas arriva con qualcosa da offrire. Come sempre. Una soluzione, un gesto, un tentativo di rimettere le cose a posto. Ha iscritto Laura al centro ippico. Le ha comprato Zelda, la cavalla più bella del maneggio. È il suo modo di fare: risolvere, compensare, aggiustare. Ma qui non funziona. Patrizia lo ascolta. Resta ferma. E soprattutto non cede.
Perché il punto non è più quello che Ligas può fare. È quello che ha già fatto. La distanza tra loro non è fatta di eventi isolati. È fatta di accumulo, di errori ripetuti, di mancanze, di instabilità. Quando Patrizia gli chiede di trovarsi una casa vera, una stabilità, non sta parlando solo di uno spazio fisico. Sta parlando di identità. Di un uomo che continua a muoversi come se tutto fosse reversibile, come se ogni errore potesse essere compensato con il gesto giusto al momento giusto.
Questo episodio dice il contrario. Ci sono cose che non si recuperano. Non si comprano. Non si sistemano. E in quella scena, più che in tribunale, si vede davvero la sconfitta di Ligas
Il caso: una ragazza, un orologio, un padre
Il nuovo caso riguarda Giada Gallerani (Matilde Bianco), sedicenne, figlia del custode dell'Etoile (Alberto Astorri), il club di tennis e golf che Ligas ha adottato come studio informale. Giada è accusata di omicidio colposo: ha sottratto l'orologio a un uomo ricco, lui ha cercato di riprenderselo, è caduto e ha battuto la testa.
Ligas accetta il caso. Lo dice esplicitamente: ha quella componente torbida che gli piace, e poi in questo momento è sensibile ai padri che hanno problemi con le figlie. È una delle rare ammissioni dirette del protagonista, e vale più di molti dialoghi.
L'oggetto rubato — l'orologio — non è mai casuale. Giada non ruba soldi. Non ruba qualsiasi cosa. Ruba il tempo, e lo ruba sempre agli stessi: uomini maturi, uomini ricchi, uomini che esercitano un potere che lei non riconosce come legittimo. Non è un dettaglio criminologico. È una lettura del mondo. Chi possiede l'orologio crede di possedere il tempo, e quindi il controllo. Giada sottrae esattamente questo.
I tre padri: Bugia, silenzio e incrinatura
Qui la sceneggiatura fa una cosa molto precisa, lavorando su tre livelli in parallelo senza mai nominarli esplicitamente. Ligas e suo padre: un trauma mai elaborato, un passato che rifiuta di affrontare nello studio dello psicologo. Giada e suo padre: lei non lo difende, lo accusa. Si vergogna di lui perché serve i ricchi, perché accetta una posizione subordinata, perché rappresenta tutto ciò che lei rifiuta. E Ligas e sua figlia Laura: una relazione che si è incrinato dopo l'episodio della festa di compleanno
Giada ruba status, ruba potere, ruba tempo. Il suo furto è un atto politico prima che criminale. E il processo — che in apparenza riguarda un incidente — diventa in realtà un processo sulla menzogna (In aula tutti sembrano mentire), sui rapporti di forza, su chi ha diritto di decidere cosa vale e cosa no.
Rashomon: la verità è sempre una costruzione
Le immagini delle telecamere di sicurezza che hanno ripreso lo scippo vengono analizzate in aula. Ligas e il PM ne danno due interpretazioni completamente diverse della stessa sequenza. È un riferimento esplicito a Kurosawa, e la serie lo usa con precisione: la verità non è mai oggettiva, è sempre una narrazione. E chi la racconta meglio, vince.
È uno dei temi centrali di tutta la serie, ma qui trova la sua formulazione più netta. Il quarto episodio aveva già esplorato questa idea attraverso il caso Masi — il conduttore radiofonico che trasformava le parole in strumenti di consenso — e ora il tema ritorna, più concreto e più diretto. In aula non si stabilisce cosa è successo. Si stabilisce quale versione regge meglio
Hannibal Lecter e il tofu
Nel frattempo, Ligas decide di trasferirsi sui Navigli, nella casa in cui è cresciuto. Lo fa, si capisce, più per assecondare la richiesta di Patrizia che per vera convinzione. Vuole dare un segnale: stabilità, ordine, controllo. Il trasloco lo aiuta Paolo, e proprio lì arriva la battuta migliore dell'episodio.
Paolo lo guarda e dice: "Ligas che vuole mettere ordine nella propria vita è come Hannibal Lecter che scopre il tofu."
È perfetta perché non ha bisogno di spiegazioni. Dice quello che tutta la puntata mostra: Ligas non è fatto per l'ordine. È fatto per il caos controllato, per le situazioni limite, per i casi che nessun altro vuole toccare. Quando prova a cambiare, qualcosa non quadra. Non perché sia incapace — ma perché quella non è la sua natura. E lui, in fondo, lo sa.
Paolo e la scelta morale
C'è poi un passaggio che sposta il peso dell'episodio sul piano personale in modo definitivo. Ligas rischia la radiazione dall'albo — per l'aggressione di cui all'episodio precedente — e chiede aiuto a Paolo. Non per un caso. Per se stesso.
Per la prima volta il meccanismo si ribalta: Ligas non è l'avvocato, è il cliente. E Paolo — che lavora ancora nel loro vecchio studio — si trova davanti a una scelta vera. Accettare significa mettersi contro lo studio, rischiare il posto, compromettere la propria posizione. Ligas prova a vendergli un futuro: uno studio inglese, una potenziale società, una nuova avventura professionale. Ma sotto le parole c'è altro. C'è un'amicizia che chiede di essere messa alla prova nel momento peggiore.
La domanda non è professionale. È morale. E la risposta che darà Paolo dirà molto su chi è davvero, al di là delle battute e della complicità.
Gli inglesi e la barzelletta: identità e maschera
La scena con i referenti dello studio inglese è apparentemente leggera, ma è tra le più sottili dell'episodio. Gli inglesi si complimentano per le cause vinte ma esprimono perplessità: nell'ambiente, su Ligas, non circolano esattamente buone voci. Lui ribalta il tavolo con quello che sa fare meglio: il linguaggio.
Racconta la più famosa barzelletta inglese: "Sapete perché la gallina attraversa la strada? Per andare dall'altra parte." Una non-battuta. Una battuta che non fa ridere. E il punto è esattamente quello. Ligas usa quella barzelletta per dire una cosa precisa: ci sono mondi che funzionano con regole diverse. L'Inghilterra è logica, lineare, prevedibile. L'Italia — e lui — no. È un modo per affermare la propria identità, per trasformare il difetto in valore, l'imprevedibilità in metodo.
Ma è anche una maschera. Perché mentre convince gli altri della sua efficacia, il sistema in cui vive sta iniziando a non riconoscerlo più.
Marta e Ligas: dalla parte di chi difende
Il confronto tra Marta e Ligas al circolo è il punto emotivo più alto dell'episodio. Non succede nulla di spettacolare, e proprio per questo funziona.
Marta rivela all'avvocato quello che finora aveva tenuto per sé: la relazione con Enrico, professore sposato, in attesa di un figlio dalla moglie. Lo dice senza costruire una narrazione difensiva, senza cercare giustificazioni. Dice le cose come stanno. E Ligas, per una volta, fa lo stesso: racconta il compleanno di Laura, la rabbia, la perdita di controllo, il gesto che ora rischia di costargli l'albo.
È una scena di disarmo reciproco. Due personaggi che smettono di difendersi. E lì arriva la frase che riassume l'intera serie: "Siamo esseri umani, commettiamo errori. Per questo mi sento più a mio agio dalla parte di chi difende piuttosto che da chi giudica." Non è una battuta. È una dichiarazione di poetica. Dice perché Ligas fa il lavoro che fa, e perché lo fa nel modo in cui lo fa. Non crede nell'innocenza assoluta — crede nel diritto di essere difesi nonostante la colpa.
Poi arrivano le note di Tony Hawk of Ghana, primo brano degli I Hate My Village, e la serata prende un'altra direzione. Il riposo del guerriero — e della guerriera. Una pausa, non una soluzione. Anche se con risultati diversi. Ligas troverà un modo creativo di utilizzare il brunello di Montalcino, Marta dovrà affrontare il disagio di chi è solito far utilizzare le pattine agli ospiti.
La colonna sonora: il racconto parallelo
Come nell'episodio 4, la musica in questo quinto appuntamento non accompagna le immagini: le interpreta, a volte le contraddice, quasi sempre le precede. Bug dei Fontaines D.C. in apertura definisce il personaggio — uomo disfunzionale, amore che diventa ossessione. Tony Hawk of Ghana marca la fuga nel corpo, nel desiderio, nella distrazione. Jungle Jive di Stan Laferriere introduce la cerimonia di premiazione con una superficie elegante e un ritmo sociale che promette stabilità.
Poi arriva 2+2=5 dei Radiohead. È la scelta più precisa di tutto l'episodio. La canzone parla di un mondo in cui la logica non regge più, dove l'evidenza può essere manipolata, dove chi ha potere riesce a far credere che due più due faccia cinque. Quando parte, si capisce che qualcosa si è rotto definitivamente. Non c'è più spazio per l'equivoco
La premiazione e il colpo gobbo di Petrello
I Milano Legal Awards avrebbero dovuto essere un trionfo. Ligas è nominato penalista dell'anno. È il riconoscimento pubblico di tutto quello che ha costruito, la conferma che il suo metodo — non ortodosso, spesso al limite, sempre efficace — funziona.
Ma l'imprevisto è dietro l'angolo. Petrello prende la parola. Non alza la voce. Non attacca in modo diretto. Però distrugge: rivela pubblicamente che Ligas è stato segnalato all'ordine degli avvocati per un illecito. È un gesto freddo, calcolato, irreversibile. Il riconoscimento si trasforma in condanna. Il palco di onore diventa il banco degli imputati
La regia: sfocare la caduta
La scena finale è tra le migliori della serie. Le immagini si sfocano. Il tempo rallenta. Ligas in primo piano, poi che si allontana. Non scappa, non corre — semplicemente esce.
È una scelta registicamente precisa. Fabio Paladini non mostra il crollo: lo suggerisce, lo dilata, lo rende inevitabile senza didascalismi. Come nell'episodio 4 il lavoro era sui dettagli — primissimi piani, oggetti, superfici — qui il lavoro è sul tempo stesso: il rallentamento è la forma visiva della perdita di controllo. Quando il mondo accelera, Ligas rallenta. E in quello scarto si capisce che questa volta non sa come uscirne.
Quello che resta
Ligas esce dalla cerimonia lentamente. Non scappa. Non corre. Semplicemente si allontana, mentre le immagini si sfocano e il mondo intorno continua a girare senza di lui. È l'immagine giusta per chiudere un episodio che non ha bisogno di urlarsi addosso: tutto quello che doveva dire l'ha detto sottovoce, attraverso un orologio rubato, un cubetto di ghiaccio, una cavalla comprata per farsi perdonare.
Avvocato Ligas ha costruito una stagione in cui ogni episodio aggiunge peso, e questo è il momento in cui il peso diventa insostenibile. Non per la segnalazione all'ordine. Non per Petrello. Ma perché Ligas ha sempre creduto di poter arrivare in tempo — a rimettere le cose a posto, a trovare la battuta giusta, a ribaltare il tavolo all'ultimo secondo. Adesso il tempo è finito. Il finale di stagione è il 3 aprile su Sky e NOW, e per la prima volta non si capisce da che parte starà lui.