Romulus, la recensione del quinto e del sesto episodio della serie tv di Matteo Rovere

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Linda Avolio

Leggi la recensione del quinto e del sesto episodio di ROMULUS, la serie tv creata da Matteo Rovere, un suggestivo viaggio nel passato e una coinvolgente rivisitazione del mito di fondazione della città di Roma. ** ATTENZIONE: SPOILER **

Romulus, cos'è successo nel quinto episodio

Il quinto episodio di Romulus si apre esattamente dov’era si era chiuso il precedente, con Yemos e Wiros nelle mani dei ruminales, i seguaci della dea Rumia guidati dalla Lupa. E’ proprio lei ad avvisare i nostri: per loro è arrivato il tempo di morire. Ma anche di rinascere. I due, infatti, vengono “battezzati” tramite un rito in cui viene invocata anche per loro la protezione della Signora dei Lupi. Ora dunque anche loro fanno parte del branco, volenti o nolenti. Intanto a Gabi Ertas è costretto a mandare via Numitor e Silvia. Amulius, infatti, è stato allertato da qualcuno, e sicuramente tra non molto sarà lì. Li affida al figlio, il fidato Lausus: con lui saranno al sicuro.

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L’entrata “nel club” di Yemos è Wiros è l’occasione perfetta per scoprire finalmente le origini di queste oscure figure che vivono nascoste nelle profondità del bosco. Grazie al racconto della Lupa veniamo a sapere che i ruminales sono i discendenti del popolo proveniente dalle terre degli osci. Tempo addietro i padri dei loro padri si spostarono nel territorio dei latini, dove fondarono un villaggio, ma il villaggio venne dato alle fiamme dalle popolazioni autoctone, decise a non condividere il loro spazio coi nuovi arrivati. Braccati, vennero tratti in salvo da alcuni lupi, che li portarono al sicuro presso le caverne. Da quel momento si consacrarono alla dea Rumia, e da quel momento sul corpo degli uomini e delle donne di quel popolo c’è un simbolo che decreta la loro appartenenza e la loro fedeltà.

 

Deftri e Herenneis, due seguaci, spiegano che da piccoli, insieme ai loro genitori, tentarono di tornare alle loro terre, ma vennero fermati dai locali. Forse da bambini in quel periodo passarono del tempo insieme a Wiros, che, a differenza loro, venne catturato e reso schiavo? E’ possibile, considerando che anche il giovane porta il simbolo di Rumia sulla nuca. E’ stato proprio quel simbolo a scatenare l’attenzione dei ruminales e a convincerli a seguirlo e ad aiutarlo. Ecco poi spiegato anche il motivo per cui i figli della Signora di Lupi parlano anche in una lingua estranea a quella comune…lingua che Wiros sembra in qualche modo ricordare…

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Yemos, però, non è per niente contento di ritrovarsi lì, ma quando prova a scappare si ritrova con la mano sinistra trapassata da parte a parte dalla lama del pugnale in osso della Lupa: lei non può lasciarlo andare via, perché lui sa dove si trova il loro nascondiglio. Mentre Wiros è affascinato da quelle persone e sembra disposto ad affidarsi a loro – meglio libero lì che schiavo a Velia, e poi lì c’è Deftri, che nutre un certo interesse per lui… –, il principe fuggiasco di Alba non se la passa bene. A differenza del suo compagno di sventure sa benissimo chi è e qual è la sua verità, e il suo posto non è certamente in quella caverna. Wiros però lo fa riflettere: la sua verità non esiste, perché tutti pensano che sia un fratricida e un traditore. Meglio accettare questa nuova occasione.

 

Nonostante Attus, il sacerdote di Marte, non la consideri ancora pronta, Ilia lascia l'apprendistato e si unisce al padre, in marcia verso Gabi. La giustizia non può attendere oltre. Il confronto con Ertas – che si rifiuta di uccidere Hirtius perché questi, nonostante sia un traditore, non ha mentito quando ha detto che Numitor è stato accolto lì – è veloce e sanguinoso. E’ la giovanissima “figlia di Marte” a ucciderlo e a decapitarlo: è questa la fine che attende chi sta dalla parte dell’assassino di Enitos. 

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Nel bosco, Cnaeus viene “detronizzato” dai luperci, uniti e terrorizzati, così decide di andarsene: non dureranno che qualche giorno senza un leader, ne è certo. Nel suo esilio lo segue Maccus. Per rincorrere una capra, i due finiscono nelle grotte dei ruminales: Maccus se la dà a gambe levate, mentre Cnaeus viene catturato. Quando intravede Wiros pensa di potersela cavare – certo, gliela farà pagare per averlo costretto a belare –, ma la Lupa, molto meno diplomatica, lo sgozza e mette fine a quel teatrino. Poi gli strappa il cuore dal petto e obbliga Wiros e un assai riluttante Yemos a mangiarne un boccone, come rito d’iniziazione.

 

Umiliato e dolorante, il principe di Alba, alla fine, si riconcilia con la sua nuova leader, che ammette di apprezzare il suo coraggio e che per questo motivo gli restituirà ciò che gli ha tolto. Gli regala un guanto sinistro con degli artigli affilati in osso: ora anche lui è parte della famiglia, dunque ora anche lui è sotto la sua protezione. L’episodio si conclude con la Lupa che mostra ai suoi due nuovi fratelli delle incisioni. Al centro c’è una sorta di labirinto a forma circolare che in realtà è la città che la dea Rumia ha promesso ai suoi seguaci, un posto dove ci saranno pace e giustizia per tutti. Quella città si chiamerà Ruma…

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Ritrovato da alcuni pastori lungo la riva del fiume, Maccus viene riportato a Velia. Re Spurius inizialmente è adirato – come ha osato tornare indietro prima dello scadere dei sei mesi! –, ma poi, ascoltato il suo racconto, cambia idea. Nel bosco c’è un problema, e quel problema va eradicato. Ritrovati i luperci superstiti, ormai alla deriva, il compare di Amulius espone la sua decisione ai soldati: qui non si tratta di spiriti ostili, bensì di esseri umani ostili, dunque bisogna stanarli e ucciderli.

 

Intanto Yemos e Wiros, intenti a pescare, discutono degli ultimi avvenimenti. A quanto pare il principe fuggiasco di Alba ha deciso di accettare questa situazione, quantomeno per ora. Chi invece non ha intenzione di accettare niente è Ilia, che insieme al padre incute terrore ai poveri abitanti di Gabi. La giovane ex vestale vuole giustizia, ma intanto deve accontentarsi di chiedere ad alcuni soldati com’era il suo amato Enitos. In fondo non lo conosceva, non per la persona che era nel mondo reale… Uno degli uomini le racconta di quella volta in cui il giovane principe – un ragazzino intelligente, coraggioso, onesto, fedele e buono –  lo aiutò ad arrivare a casa quand’era ubriaco fradicio…e Ilia è sempre più furibonda per il torto subito.

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Wiros parla a Deftri di Yemos, rimarcando il fatto che “un re non è solo uno che comanda,” ma è anche qualcuno senza paura e capace di grande altruismo. A interrompere il momento ci pensano i soldati di pattuglia di Spurius: la situazione non promette bene. I ruminales discutono sul da farsi: fuggire o restare? In fondo è stata Rumia a portarli lì e a dare loro quella casa, scappare significherebbe mostrarsi irriconoscenti e codardi. La Lupa però non ha dubbi: sarà la dea, che parlerà tramite la ragazza albina, la ragazza sacra, a indicare la via. Durante il rituale, la giovane, dopo una serie di convulsioni, è pronta a parlare con la Lupa: è tempo di combattere. Tra i prescelti ci sono anche Wiros, letteralmente terrorizzato all’idea di doversi lanciare in battaglia, e Yemos, che invece si offre volontario, sia per tenere d’occhio l’amico, sia per dimostrare alla Lupa e a sé stesso di essere dalla parte dei suoi nuovi compagni.

 

Amulius nel frattempo comincia a essere vittima della paranoia. Dopo un incubo il Re dei Re salito al potere con l’inganno parla va a parlare con la figlia, che però, accecata dal dolore e dal desiderio di vendetta, lo rassicura: non ha creduto un solo istante alle parole del defunto Re di Gabi. Meglio non rischiare, però, e farne le spese questa volta sono i soldati che erano insieme a lui e a Enitos e Yemos quel maledetto giorno. D’altronde un segreto non è mai al sicuro quando più di una persona ne è conoscenza. In tutta risposta, Ilia, che crede al padre, dunque si beve la storia che ad avvelenare i loro uomini siano stati i seguaci di Ertas, non esita un solo istante: "Per ognuno dei nostri fai uccidere cinque di loro." Ma ecco arrivare un messaggero da Alba: la regina Gala sta male. Amulius decide di partire immediatamente, ma sua figlia non lo seguirà: non tornerà a casa fino a quando Enitos non sarà stato vendicato.

 

I ruminales si preparano alla battaglia. L’ex schiavo di Velia quasi trema per la paura, così il principe di Alba decide di donargli il bracciale del padre: in questo modo il suo spirito sarà sempre con lui. Lo scontro avviene presso il fiume. Wiros, incitato da Yemos, alla fine si lancia nella mischia...e ne esce tutto intero! Il secondo, tra un colpo d’artiglio e una pugnalata, salva la vita alla Lupa: possono fidarsi l’uno dell’altra.

 

Spurius non prende bene la sconfitta, ma ha già un altro piano: darà fuoco al bosco, così stanerà questi nemici così bestiali. Di notte, le caverne dei ruminales vengono invase dal fumo. L’unica via di fuga è tramite la strada di corde, cioè le radici. Scatta il panico, e Wiros si ritrova separato dal suo amico. Una volta fuori, davanti ai suoi occhi trova uno spettacolo terribile: il bosco è in fiamme. Nonostante il pericolo, però, riesce a trarre in salvo la ragazza albina e a riportarla incolume dal resto del gruppo, per la gioia di tutti, soprattutto di Deftri, chiaramente impressionata. Ma dove sono Yemos e la Lupa?

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E finalmente, esattamente a metà strada, arrivò la storia dei ruminales e della Lupa. Il quinto episodio di Romulus, infatti, schiaccia nettamente sull’acceleratore e ci svela non solo da dove arrivano i figli della Signora dei Lupi, ma anche, soprattutto, come e per quale motivo si giungerà alla fondazione di Ruma, la città promessa. Ovviamente a oggi non esistono fonti certe in merito, ma tra le varie ipotesi – perché di fatto di ipotesi si tratta – sulla nascita di Roma c’è anche quella secondo cui fu una popolazione di lingua indoeuropea arrivata in territorio italico a seguito di una serie di migrazioni ed entrata successivamente in contatto con le popolazioni locali del latius vetus a fondare quella che poi sarebbe diventata una delle città più importanti del mondo antico. La questione, comunque, è assai complessa, dunque per chi volesse approfondire sarà bene fare un salto qui, sulla relativa pagina di Wikipedia.

 

Ma torniamo ai protagonisti della serie tv di Matteo Rovere. Per Yemos, Ilia e Wiros inizia una nuova fase. Fino a non molto tempo prima sono stati una cosa – un principe, uno schiavo, una vestale –, ma ora sono diventati altro - un fuggitivo assetato di giustizia, un uomo libero assetato di appartenenza, una donna assetata di vendetta - , e il cambiamento, anche quando attivamente ricercato e non passivamente subito, non è mai semplice. Wiros accetta di buon grado di entrare a fare parte del branco, un po’ perché meglio libero con loro che schiavo a Velia, un po’ perché in fondo sente di avere una sorta di connessione con queste persone; Ilia, dopo il suo addestramento, è totalmente votata alla vendetta, e non vede l’ora di affrontare colui che crede sia l’assassino dell’amato Enitos; Yemos si rende conto che, quantomeno per adesso, non ha senso fare la guerra alla Lupa e agli altri figli di Rumia, perché non sono loro i suoi nemici, dunque è meglio aspettare e intanto dare prova di essere degno di fiducia. Tutti e tre, comunque, sono in bilico, sono in attesa di qualcosa che verrà e che spariglierà nuovamente tutte le carte in tavola.

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Del quinto episodio colpisce sicuramente la brutalità di certe scene – quella in cui Yemos si ritrova la mano sinistra infilzata, quella in cui la Lupa strappa il cuore dal petto a Cnaeus e lo fa mangiare ai suoi nuovi due compagni, e quella in cui Ilia, decisa e spietata, decapita Ertas –, ma colpisce anche la scoperta di lati finora inediti dei tre giovani personaggi principali: Wiros, solitamente sottomesso (anche per non lasciarci le penne), non ci pensa due volte a umiliare senza pietà il “re dei luperci” ordinandogli di belare; ferito e demoralizzato, Yemos è sul punto di spezzarsi quando l’amico gli dice che la sua verità non esiste e che lui ormai lontano da lì non è più niente se non l’assassino di suo fratello; e Ilia, pervasa dal fuoco di Marte e dura come la roccia, è diventata completamente un’altra persona.

 

Il sesto episodio, invece, da questo punto di vista sembra quasi fare un passo indietro: il personaggio di Francesco Di Napoli è ancora un ragazzo che ha il terrore dello scontro fisico e della morte; quello di Andrea Arcangeli è nuovamente un giovane uomo che non ha paura di ciò che lo aspetta, come ripetuto al fratello prima della tragedia; e quello di Marianna Fontana per un momento torna a essere una ragazza innamorata che preferisce abbandonarsi all'amara dolcezza del ricordo di ciò che non ha mai potuto conoscere anziché alla dolce amarezza della vendetta.

 

NOTE SPARSE

  • Anzitutto un commento su Silvia Calderoni - attrice di cinema e teatro, performer, scrittrice e danzatrice – che è semplicemente pazzesca nel ruolo della Lupa!
  • Wiros – che ha più di 15 anni e meno di 20, come rivelato da lui stesso alla sua nuova leader – non ha poi tutti i torti quando dice “Se devo obbedire voglio almeno sapere a chi obbedisco!”
  • “Marte ha cancellato i pensieri vani e ha illuminato soltanto quello che conta…” spiega Ilia al padre. Della serie: il desiderio di vendetta è un desiderio totalizzante e accecante.
  • Mentre osserva Gabi in fiamme, Lausus riflette sulle decisioni del padre e dice a Silvia: “Lo abbiamo fatto per la giustizia, gli dei non ci abbandoneranno.” E’ interessante notare come il concetto di giustizia esposto dal figlio di Ertas sia praticamente l’opposto rispetto a quello di Ilia, per la quale la giustizia coincide con la cieca vendetta.
  • La Lupa fa mangiare il cuore di Cnaeus a Wiros e Yemos…e la nostra mente non può fare altro che correre a Game of Thrones e alla Madre dei Draghi! Bon appétit!
  • La ragazzina albina attraverso cui Rumia parla al suo popolo è interpretata da Angelica Aureli, già nota, online ma non solo, come modella insieme alla sorella Matilde. Qui il loro profilo Instagram.
  • Il fatto che sia proprio una persona albina a fare da tramite tra gli esseri umani e la Signora dei Lupi non è un caso: dalla notte dei tempi, infatti, gli individui affetti da questa particolare condizione sono sempre stati considerati “speciali.” A noi contemporanei tutto ciò può far sorridere (o inorridire, visto e considerata la fine a cui purtroppo vanno incontro le persone albine in certe aree del mondo…), ma all’epoca l’albinismo doveva essere veramente qualcosa di stupefacente, qualcosa di riconducibile soltanto alla sfera del divino.
  • Deformazione professionale: non trovate anche voi che l’incisione “fatta da Rumia” raffigurante la città di Ruma sia pressoché identica al famigerato labirinto della prima stagione di Westworld?
  • Molto bella la frase che l’artigiano della terracotta dice a Numitor prima di accoglierlo nella sua capanna: “Non ho fatto nulla di grande in vita mia, ma la gratitudine è senza dubbio il primo dovere di un uomo.”

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