Mahmood compie 30 anni, le canzoni più famose

Approfondimenti

Manuel Santangelo

A trent’anni appena compiuti, Mahmood ha già un’identità musicale ben riconoscibile e un palmarès da grande della musica italiana. Riscopriamolo attraverso alcune delle sue canzoni più amate

 Iscriviti alla nostra newsletter per restare aggiornato sulle notizie dal mondo

 

Alessandro Mahmoud, in arte Mahmood (un gioco di parole tra il suo cognome e “my mood”), compie trent’anni. Il cantante nato il 12 settembre 1992 a Milano ha mischiato nella sua musica diverse influenze e suggestioni, riuscendo a diventare un nome di riferimento per la Generazione Z senza perdere al contempo l’occasione di raccontare sempre un po’ di se stesso. Vi parliamo di lui attraverso alcuni dei suoi pezzi più famosi. Così potrete creare anche voi la playlist perfetta di Mahmood.

Soldi

C’è sempre nella carriera di un cantante di successo “quella” canzone, in grado di riassumere ciò che rappresenta come artista e cosa potrà diventare. Soldi più che per la vittoria a Sanremo che lo ha rivelato a un pubblico trasversale, è importante in quanto rappresenta il perfetto punto di partenza per iniziare ad ascoltare Mahmood. In questa hit troviamo elementi che torneranno poi in tutta la discografia del cantante sardo/milanese/egiziano. Soldi ha alla base uno spunto autobiografico che però finisce per diventare in qualche modo racconto collettivo, presentando un mondo in cui il denaro ha un riverbero forse inedito nello sviluppo dei rapporti interpersonali. Un mondo in cui è facile sentirsi accantonati dopo l’ennesimo discorso che si risolve in un superficiale “come va come va come va”.

Rubini

Come vedremo anche più avanti in questa classifica, Mahmood è in grado di esaltarsi al fianco di un altro artista. Rubini è un brano dall'arrangiamento quasi minimale, che serve più che altro da base all’incrociarsi di due voci complementari come quella di Elisa e Alessandro. La cantante triestina, che da sempre ha cercato un suono pop moderno e in grado di uscire dai confini italiani, si trova perfettamente a suo agio con un collega che ne imita quasi naturalmente il percorso. Mahmood è infatti figlio di una generazione abituata più delle precedenti a mischiare i riferimenti nostrani con tutto ciò che propone il mondo globalizzato, fino a creare uno strano ibrido che suona “italiano” ma anche proponibile all’estero senza apparire kitsch o forzato.

Inuyasha

Il titolo di questa hit non dirà molto a chi è nato prima degli anni Novanta ma contiene una metafora abbastanza esplicativa per chi conosce il personaggio del manga omonimo. Come il personaggio del mezzo-demone Inuyasha anche Mahmood in questo pezzo racconta il suo sentirsi scisso tra diversi sé, forse a causa di medesime cicatrici che ne hanno segnato il percorso e che ne impediscono ancora un rapporto "completo". L’omaggio a questo fumetto giapponese poi diventato anime non deve sorprendere vista la passione per la cultura asiatica più volte esternata da Mahmood (basti pensare a un altro suo brano come Uramaki).

Barrio

Un altro brano in cui Mahmood ribalta gli stereotipi. Qui parla del quartiere, del “barrio”, ma senza farlo diventare come da cliché hip-hop il teatro di spacconerie da gangster. La periferia di Mahmood diventa in questa canzone lo scenario perfetto di una complicata storia d’amore e incomunicabilità, in un luogo senza identità dove si è tutti e nessuno allo stesso tempo. Dopo il successo di Soldi anche in Spagna Mahmood strizza di nuovo l’occhio a quel mercato, senza al contempo rinunciare a certe suggestioni arabe e nordafricane che fanno ormai parte della sua identità musicale.

Dorado

Nel 2020, l’anno dopo Barrio, arriva Dorado che in qualche modo è un altro passo nella stessa direzione. Stavolta Mahmood si fa affiancare dal più internazionale dei nostri trapper (Sfera Ebbasta) e dal cantante colombiano Feid, famoso per la sua musica a metà strada tra il reggaeton, l’hip hop e l’r&b. Ne viene fuori un mix inedito, in cui viene evocata persino Lana Del Rey (ritratta in un poster nel videoclip). Un “viaggio onirico”, per utilizzare le parole dello stesso cantante, che al Corriere della Sera raccontava il pezzo così al momento dell’uscita: “Dorado è un racconto che parte dall’ultimo anno che ho vissuto, un anno patinato completamente diverso da tutto quello che è stata la mia vita precedente. Gli artisti più grandi hanno in comune una cosa: sono quelli più semplici, ti trattano come se fossi loro amico da una vita. E questo mi ha fatto riflettere. È sempre importante ricordarsi le proprie origini, le proprie radici, come canto in Dorado: nelle tasche avevo nada, ero cool non ero Prada”.

Brividi

La canzone vincitrice dell’ultimo Sanremo è forse l’esempio più eclatante di quanto Mahmood sia in grado ormai di poter ricoprire il ruolo di mentore per un artista più giovane. Alessandro, che già aveva dimostrato la sua capacità di mettersi nei panni altrui in veste di autore, qui affianca un Blanco mai così intenso. Una canzone che è ha colpito anche grazie ai suoi diversi piani di lettura, una canzone d’amore che non è solo una canzone d’amore o almeno non nel senso classico del termine.

Klan

Trovare qualcun altro per ritrovare se stessi. Dopo la sbornia del successo di Soldi è capitato qualcosa di simile anche a Mahmood. In Klan il cantante racconta il bisogno di ricostruire una base di rapporti forti, simile a quella che gli ha permesso di sopravvivere negli anni in periferia. Un concetto, quello della ricerca di una più stretta prossimità, ancora più esaltato dal videoclip (in cui si richiamano quasi certe opere di Vanessa Beecroft).

Milano Good Vibes

Il contraltare perfetto di Klan è questo brano di qualche anno prima.  Qui la metropoli svuotata dall’esodo agostano diventa l’emblema di una solitudine con cui si è arrivati a convivere, fino quasi ad apprezzarla o a ironizzarci sopra. Mahmood vaga in una Milano che è un “bellissimo deserto” alla ricerca di “good vibes” ben conscio che “sentirsi uno schifo non ha senso se a pagare sono sempre i tuoi”. Quei tuoi che comunque restano sempre, quantomeno nei pensieri: il clan non lo scioglie né la distanza né la calura estiva.

Calipso

Mahmood torna a collaborare con due pesi massimi della scena rap come Sfera Ebbasta e Fabri Fibra. Ne viene fuori questo tormentone che racconta una fuga dai vicoli e da quella mediocrità di periferia che non è poi troppo diversa dal tentativo di Ulisse di scappare dalla ninfa Calipso. D’altronde bisogna muoversi per poter uscire da una stasi che sembra perenne, altrimenti si finisce come “la gente che aspetta miracoli” evocata nel pezzo.

Spettacolo: Per te