Jeff Buckley, 25 anni fa morì durante una nuotata: storia del cantautore e le sue canzoni

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Valeria Valeriano

©Getty

Il 29 maggio del 1997, mentre era a Memphis per registrare il suo secondo album in studio, il cantautore e chitarrista 30enne decise di farsi un bagno nel Wolf River, un affluente del Mississippi. Non riemerse più, il suo corpo fu trovato quasi una settimana dopo. Nonostante la sua breve carriera, ha lasciato un segno indelebile nella storia della musica

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È sera, siamo a Memphis. Un furgone passa vicino alle sponde del Wolf River, un affluente del Mississippi. A bordo c’è un trentenne che chiede al conducente di fermarsi, perché ha voglia di fare una nuotata. Il ragazzo scende, si tuffa in acqua, poi scompare. È il 29 maggio del 1997 e quel giovane si chiama Jeff Buckley. Il corpo senza vita dell’artista - cantautore e chitarrista - verrà ritrovato quasi una settimana dopo. Da quella sera sono passati 25 anni, ma il suo ricordo è ancora vivo. Nonostante abbia fatto in tempo a pubblicare un solo album in studio (un altro uscirà postumo), ha lasciato un segno indelebile nella storia della musica.

Chi era Jeff Buckley

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Jeffrey Scott Buckley nasce in California, ad Anaheim, il 17 novembre del 1966. Sua madre è Mary Guibert, violoncellista. Suo padre è Tim Buckley, cantante folk leggendario. I due genitori si separano a pochi mesi dalla nascita di Jeff, quando Tim lascia la moglie per trasferirsi a New York. Jeff incontra il padre poche volte: nel 1975, quando lui ha 8 anni, Tim ne ha 28 e muore per overdose. Il fantasma del padre, l’eredità di un uomo che conosceva appena, ha un peso enorme sulla sua vita. Jeff cresce con il patrigno Ron Moorhead, che influenza anche la sua crescita musicale facendogli conoscere i Led Zeppelin, Jimi Hendrix, The Who, i Queen, i Pink Floyd. In un’intervista racconterà che il primo album che ha chiesto è stato Physical Graffiti dei Led Zeppelin. In un’altra rivelerà di aver iniziato a suonare la chitarra acustica a 5 anni, di aver deciso di diventare un musicista a 12 e di aver ricevuto la sua prima chitarra elettrica un anno dopo. Ma a influenzarlo c’è anche la madre, musicista classica, che gli fa scoprire il blues, Robert Johnson, Nina Simone, Billie Holiday.

Gli esordi

Dopo il diploma nel 1984 alla Loara High School, dove suona nel gruppo jazz della scuola, si trasferisce a Los Angeles per iscriversi al Guitar Institute of Technology. In quegli anni, mentre continua a suonare sperimentando esperienze e generi diversi, lavora in un hotel. Nel 1990 si trasferisce a New York, poi torna in California per registrare la sua prima demo di brani originali, e poi di nuovo a New York. Una data importante è il 26 aprile del 1991: Jeff Buckley si esibisce durante “Greetings from Tim Buckley”, un concerto organizzato dal produttore Hal Willner per ricordare Tim. Nella chiesa di St. Ann a Brooklyn, accompagnato dal chitarrista Gary Lucas, per la prima volta Jeff canta in pubblico brani del padre. Più tardi, ribadendo la distanza dalla carriera del genitore, racconterà: “Usai quello show per dargli il mio ultimo saluto”.

Il successo

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Dopo quel concerto, Jeff inizia a collaborare con Lucas: insieme a lui scriverà diversi pezzi, tra cui i famosi Mojo Pin e Grace. Si esibisce, e si fa notare, in alcuni locali di Manhattan e dell'East Village, in particolare al Sin-é: il suo repertorio è vasto, va dal folk al rock, dal blues al jazz fino all’R&B. La svolta arriva nel 1992, quando firma un contratto con la Columbia Records. Nel 1993 pubblica il suo primo Ep, Live at Sin-è, e inizia a lavorare al suo disco d’esordio. L’anno dopo parte per i primi tour, in Nord America e poi in Europa, per promuovere l’uscita dell’Ep. Il 23 agosto del 1994 esce Grace, l’unico album in studio che riesce a pubblicare da vivo: contiene sette pezzi inediti e tre cover, tra cui la celebre versione di Hallelujah di Leonard Cohen. È un successo. Sull’album arrivano pareri entusiasti dai critici, dal pubblico e da altri musicisti (come Jimmy Page, Robert Plant, Bob Dylan, fino a David Bowie che include Grace nella lista dei dieci dischi che avrebbe portato su un’isola deserta). Rolling Stone lo inserirà tra i 500 album migliori di sempre, altri lo indicheranno come uno dei dischi fondamentali degli anni '90. Tra le canzoni più apprezzate, oltre Grace, Mojo Pin e Hallelujah, ci sono Last Goodbye e Lover, you should’ve come over. Per Jeff Buckley seguono anni di tour in tutto il mondo, anche in Italia, con alcuni concerti che vengono registrati e diventano Ep (come Live from the Bataclan) o saranno pubblicati postumi (come Mystery White Boy, Live À L'Olympia o Grace Around the World). 

La morte

I mesi in tour sono logoranti. Ai tormenti interiori e alla pressione dei live si aggiunge anche quella esercitata dai fan del padre e il peso delle aspettative sui suoi prossimi passi. Jeff Buckley inizia a bere, a fumare, a drogarsi. Si esibisce in piccoli locali con nomi falsi, per tornare a fare ciò che gli piace: divertirsi suonando musica davanti a gente che non lo conosce, racconta. Nel 1996, tra un concerto e l’altro e collaborazioni importanti, inizia a lavorare alle canzoni del nuovo album. Nel 1997 si trasferisce a Memphis, nel Tennessee, per finire di comporre e perfezionare le registrazioni. A fine maggio invita la band in città per le sessioni finali. La sera del 29, mentre il gruppo è in volo verso Memphis, Jeff sta andando allo studio di registrazione insieme a Keith Foti, un tecnico che lavora con lui. Passano vicino al Wolf River, Jeff decide che vuole farsi il bagno: l’ha già fatto altre volte da quelle parti. Secondo il racconto di Foti, il cantante s’infila in acqua con le scarpe e i vestiti, canticchiando il ritornello di Whole Lotta Love dei Led Zeppelin. Il tecnico, rimasto sulla riva, a un certo punto non lo vede più, decide di allertare la polizia. Iniziano le ricerche, viene ordinato anche un dragaggio della zona, ma Jeff Buckley non si trova, inghiottito dalle acque del fiume. Il suo corpo senza vita riappare nella notte tra il 4 e il 5 giugno, impigliato tra i rami di un albero sotto il ponte di Beale Street, la via più importante di Memphis: un passeggero dell'American Queen, uno dei battelli del Mississippi, lo avvista e lancia l’allarme.

Il caso archiviato come incidente

Le indiscrezioni sulla morte del cantante si moltiplicano. C’è chi dice che soffrisse di disturbo bipolare o di psicosi maniaco-depressiva e che si sia suicidato, chi sospetta che al momento della nuotata fosse ubriaco o drogato. A cercare di spegnere le voci ci pensa la madre, con un comunicato ufficiale: “La morte di Jeff Buckley non è stata misteriosa, legata a droghe, alcool o suicidio. Abbiamo un rapporto della polizia, un referto del medico legale e un testimone oculare che provano che si è trattato di un annegamento accidentale e che era in un ottimo stato mentale prima dell'incidente”, si legge. L’autopsia conferma che non ci sono tracce di alcol o altre sostanze. Il caso viene archiviato come incidente. L’ipotesi è che una barca passata lì vicino abbia creato un mulinello che l’ha risucchiato. Il funerale si tiene il primo agosto del 1997 nella chiesa di St. Ann a Brooklyn, la stessa in cui sei anni prima Jeff Buckley aveva suonato per il tributo al padre.

Il disco postumo e l’eredità

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L’album a cui Jeff stava lavorando, il suo secondo in studio, esce postumo nel 1998. Il titolo originale probabilmente sarebbe dovuto essere My sweetheart the drunk, ma esce col nome Sketches for my sweetheart the drunk. Negli anni successivi escono altri album, live e raccolte. Nel 2016 viene pubblicato You and I: contiene 8 cover, la prima versione di Grace e il brano inedito Dream of You and I, tutto inciso nel 1993. Dopo la morte, i fan hanno continuato a cercare le tracce sonore lasciate da Jeff Buckley. Come altri artisti misteriosi e maledetti scomparsi troppo presto, intorno alla sua figura si è creato un culto. Il suo nome, la sua voce, la sua musica sono entrati nella storia della musica, segnando il rock alternativo e influenzando e ispirando chi è venuto dopo.

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