Pugno arriva col singolo Credi di essere Figo: il video

Musica

La canzone racconta, in maniera cruda, che quando le parole non bastano restano le onomatopee: calci, pugni, rumore

IL VIDEO E' INTRODOTTO DA UN TESTO ORIGINALE DELL'ARTISTA

Di mestiere salviamo vite. Lo facciamo da anni, in diversi pronto soccorso e sale operatorie tra Pisa e Massa, con le mani che sanno cosa fare anche quando la testa è stanca. Poi ci togliamo il camice, mi lavo via la notte e andiamo in sala prove a urlare. Può sembrare una contraddizione, ma per me è la stessa cosa. Ogni giorno vediamo anche ragazzi, arrivano da noi con addosso il dolore più vero, e ogni giorno, uscendo, li rivedo con le cuffie nelle orecchie. Ascoltano musica fatta da nessuno che non ha dentro niente: voci violentate e falsate dall’autotune fino a diventare tutte uguali, basi costruite da un’intelligenza artificiale che non ha mai avuto fame, né paura, né un cuore che si rompe. Le macchine non sudano. Ho pensato che salvarli in sala operatoria non bastasse, se poi li lasciavamo morire di noia e di finzione fuori dall’ospedale.

Così, insieme ad altri colleghi, abbiamo fatto l’unica cosa che ci sembrava sensata: abbiamo deciso di prendere a pugni quella musica senz’anima. PUGNO è nato così, come una reazione brutale, e lo dico senza vergogna: è musica per fare a botte. Siamo un collettivo intergenerazionale. Dentro ci sono voci adulte e voci piccolissime, perché volevo che la cura, la medicina partisse dal basso, dai più giovani, e la rivoluzione fosse gridata proprio da quelli che sono stati convinti che basti un filtro per essere qualcuno. Nei nostri pezzi attraversiamo i tempi malati di oggi, la demenza, la follia rabbiosa, il dolore che non finisce, e quando le parole non bastano restano le onomatopee: calci, pugni, rumore.

Il nostro primo singolo, Credi di essere figo, dura due minuti scarsi e in quei due minuti io grido “che ca**o dici” trentacinque volte. Lo so, non è poesia. Ma è una domanda, e non è retorica. La rivolgo a chi canta il niente, a chi vende il niente, a chi nasconde il vuoto dietro un effetto, a chi si sente un piccolo idolo e in fondo è solo un timido nano con un microfono. Ed è un appello che rivolgo anche a me stesso, perché nessuno è al sicuro dalla pigrizia. Quello che voglio ricordare, a me e a chi ascolta, sono quattro verità semplici, che il punk, il metal, il folk, il trash e persino il pop nelle loro abissali differenze hanno sempre saputo e condiviso, e che anche la mia generazione ha dimenticato troppo a lungo. Non c’è arte senza sofferenza. Non c’è risultato senza fatica. Non c’è bellezza senza idee. Non può esistere musica senza sudore. I computer non sudano.

So bene che forse non riusciremo a strappare le cuffie dalle orecchie dei vostri figli. Forse la trap vincerà ancora. Ma ho imparato in sala operatoria che si combatte anche quando l’esito è incerto, e che si continua finché si può. Noi continueremo a urlare, a sudare, a sbagliare in diretta, a suonare vero. Se non vi piace, come urlo nella canzone, ditecelo pure. Rovinateci la festa, sparate finché potete. Noi siamo qui, con le mani ancora sporche di vita, pronti a rispondervi. Con un pugno.

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