C'Mon Tigre, l'album Lumina: "Siamo un collettivo iconoclasta"

Musica
Fabrizio Basso

Fabrizio Basso

Nell'album l'elettronica diventa la struttura portante di un linguaggio che intreccia strumenti acustici, ricerca sonora e dimensione rituale, superando i confini tra club culture, musica d'autore e sperimentazione. L'INTERVISTA

Lumina è il nuovo album dei C’Mon Tigre, un lavoro che conclude un percorso creativo sviluppato nell'arco di un anno tra singoli, sperimentazione e performance dal vivo, trasformando il pubblico in parte attiva del processo. Composto da tredici brani, il disco segna una nuova evoluzione del collettivo (proprio per questo non usano i cognomi, io mi sono conftontato con Marco, ndr): l'elettronica diventa la struttura portante di un linguaggio che intreccia strumenti acustici, ricerca sonora e dimensione rituale, superando i confini tra club culture, musica d'autore e sperimentazione. Insomma con Lumina i C’Mon Tigre proseguono una evoluzione artistica che negli anni ha trasformato ogni disco in un progetto multidisciplinare, in cui musica, immagine, performance e ricerca convivono come parti di un'unica visione. Questo album rappresenta una nuova tappa di una ricerca che continua a mettere in discussione i confini tra generi, linguaggi e forme espressive.

Marco partiamo ovviamente dalla storia di Lumina: come è nato il progetto e come ci avete lavorato?
E’ il nostro quinto album e lo abbiamo già testato live. L’obiettivo è creare uno spazio con persone che stanno insieme non solo nel luogo ma pure nel tempo, è condivisione. Lumina mescola elettronica con strumenti della tradizione mediterranea, tipo oud, violoncello, xilofono, vibrafono e percussioni, per bilanciare la rigidità di una composizione elettronica e innesta pulsazioni per mantenere il lato umano.

Il titolo si richiama a una radice latina che significa luce ma anche splendore: la vostra musica in cosa è illuminante?
E’ un percorso di ricerca dunque la luce da qualche parte arriva. Il titolo nasce dalla prima esposizione al pubblico dove si partiva dal buio per arrivare a una luce accecante.

So che avete condiviso col vostro pubblico il processo creativo: in cosa vi è stato utile questo scambio?
Era il primo esperimento di questo tipo di musica, ci serviva capire se l’incedere fosse efficace per questa sorta di rave da ascolto, ci interessa che funzioni soprattutto la parte fisica dell’esperienza. Più che l’effetto provocato dall’album in studio ci ha confermato che questa cosa funziona. In studio abbiamo asciugato un po’ i tempi anche se alcune tracce hanno un andamento più live, altri brani sono più cesellati.

Il video di The Beautiful Glitch è costruito come un videogame: in un’epoca altamente competitiva e dove si insegue la perfezione è l’errore che ci rende umani?
E’ l’errore che determina la forza del messaggio. Per noi concepire l’errore è fondamentale fin dai primi take, abbiamo sempre vissuto il processo di composizione come una vicenda legata allo spazio personale. I primi sono stati registrati in modo non perfetto e abbiamo provato a sostituirli con elementi più precisi ma denaturava l’idea iniziale. Il nostro è un errore metodologico e che caratterizza la nostra pasta sonora.

Con Lumina credo che abbiate toccato i vertici dell’elettronica, l’idea adesso è di forzare ulteriormente oppure magari cercare una dimensione più intima, più acustica?
Ci siamo sfogati, lo faremo ancora in tour ma stiamo già annusando che fare nel prossimo lavoro, probabilmente ricercheremo una intimità artistica.

Cosa resta oggi di una band che nel 2014 si è presentata con un progetto che rileggeva la concezione europea della musica africana contaminandola con sonorità mediterranee e balcaniche?
Mi piace riascoltare quello che siamo stati, a volte so che c’è riluttanza ma io mi ci perdo volentieri. Abbiamo messo in pedi un collettivo che ora è una seconda famiglia, si cresce insieme, si ascolta musica seguendo una stessa direzione che porta a cambiamenti che non sono poi così distanti dagli esordi. Gli strumenti africani nei flussi migratori sono andati in un altro continente e seppure cambiano forma resta la matrice. Siamo degli iconoclasti.

Daniela Savoldi ha aggiunto l’elemento magico, in brani quali Nanã e Burukê si ha la sensazione di vivere un sabba, c’è una ritualità sonora forte: è qui che si crea l’equilibrio tra l’uomo e la tecnologia?
E’ una di quelle fasi. Ci siamo appoggiati al candomblé afrobrasiliano con mantra vocali e ci si perde come nelle pulsazioni della musica elettronica. La ritualità è il contraltare dell’elettronica. Cercavamo una voce per rappresentare il candomblé e lei è stata una piccola magia, considera che non è una cantante di professione e dunque mantiene un elemento istintivo. Ci piace il suo timbro poco educato.

Se non erro non ci sono fiati, che per voi è una anomalia. Perché una scelta così radicale e non per sottrazione graduale?
Ci serviva qualcosa che rompesse la nostra abitudine, i fiati colorano la musica in un certo senso e qua non era il momento di usarli. Poi quando facevamo primi spettacoli abbiamo compreso che era difficile lavorare con la nostra sessione di fiati e dunque abbiamo fatto sì che si potessero sottrarre e questo ha portato a un album molto diverso. Ma tranquillo i fiati torneranno.

Alla fine avete trovato una risposta al ruolo della musica nella contemporaneità, legata dunque anche ai fattori socio-culturali?
Non credo che siamo stati così bravi, sono una indagine e una ricerca costanti, ci siamo accorti di alcune cose e abbiamo cercato equilibrio tra l’umano e l’artificiale, tra uomo e macchina; la tecnologia è molto presente nelle nostre vite e il solo modo per capire se come sta modificando la produzione artistica ci può interessare è metterci le mani dentro. Posso dirti che forse non ci interessa l’Intelligenza Artificiale, la abbiamo usata davvero poco un po’ come i software che David Bowie si era fatto fare per stimolare i momenti di in cui i testi faticavano a fluire.

Cosa mi potete anticipare del tour? Come lo avete pensato? Ci sarà una componente immersiva in cuffia?
Sarà più tradizionale, dall’esperienza immersiva ci aspettavamo qualcosa che non è successo, l’ascolto in testa è rimasto cerebrale e noi da Lumina cerchiamo stimolazione corporea. Creeremo lo stesso flusso praticamente come fosse un unicum; alla fine eseguiremo circa sei brani del nostro passato che possono convivere con Lumina.

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