Tära, prima il tè, poi le canzoni: con Zefiro porta due mondi sul palco

Musica
Fabrizio Basso

Fabrizio Basso

La giovane artista italo-palestinese ha chiuso a Milano le sue date italiane e a fine novembre porta la sua musica e le sue parole in Europa con Parigi già sold out. Il suo debut album si intitola Zefiro ed è un progetto in movimento, sia fisico che culturale. L'INTERVISTA

Una voce tra due rive, dove identità e appartenenza si incontrano. Dove le parole hanno coraggio e i racconti sono permeati da una delicatezza profonda. Come Tära mi ha raccontato, in occasione dell'ultima data (ovviamente sold out) del suo tour italiano al circolo Arci Bellezza di Milano, un sasso contro un carro armato fa solo rumore ma se quel rubore diventa eco diventa un messaggio forte. Insomma ognuno contribuisca a suo modo. Tära  all’anagrafe Tamara Al Zool, ha 23 anni, vive a Cassino, è italiana di seconda generazione, è una giovane e fore donna itali-palestinese. Ora parte per l'Europa: porterà la sua musica e le sue parole sui palchi di Vienna, Monaco, Berlino, Copenhagen, Amburgo, Londra, Manchester, Rotterdam, Bruxelles e Parigi (doppia data, la prima è già sold out). Tra i suoi riconoscimenti più recenti c'è la targa Voce della Comunità. che le è stata assegnata nell'ambito della assegna Genova per Voi, il primo talent italiano dedicato agli autori/compositori di canzoni ideato da Gian Piero Alloisio con Claudio Buja e Franco Zanetti.

 di MilanoTära partiamo dalla fine, quindi dal concerto di ieri sera al Circolo Arci Bellezza che ha chiuso il tour italiano e ti accompagna verso quello europeo: come cambierà il live per l’Europa?
Mi piacerebbe portare quello di ieri sera che è stato rivoluzionato rispetto ai miei concerti estivi ma sarà comunque in scala ridotta perché i palchi saranno più piccoli, tutto sarà più intimo ma ti anticipo che Parigi è già sold out e dunque ci sarà una doppia data. Il desiderio sarebbe andare con tutta la mia squadra ma per ora manca la possibilità. Però il test ufficiale lo ho abbiamo fatto in casa, a Milano. Inoltre riprenderemo tutto, anche in video, c’è l’idea di costruirci un qualcosa che rimanga, vorrei che restasse documentato.

Cantare in due lingue oltreché una questione artistica è anche un segnale forte di appartenenza: avere oggi la consapevolezza di essere una delle prime artiste riconosciuta come una voce di una seconda generazione ti crea più emozione o senso di responsabilità?
Entrambe ma ti dico che il concetto di responsabilità ha sempre fatto parte di me, non mi spaventa ma è chiaro che deve portare a trovare i giusti modi di sensibilizzazione. Ripeto la parola responsabilità mi piace e si traduce anche sul palco dove ogni elemento ha un significato come ogni persona che collabora con me ha una storia che si intreccia con la mia.

Per il tuo pubblico hai creato l’Arab’n’B, che nasce dall’intreccio di lingue, ritmi e immaginari diversi e trasforma il tema dell’identità, della diaspora e dell’appartenenza in una scrittura immediata, e lo incontri in un Meet & Tea dove tu preparerai il tè per loro, in un momento di condivisione e spiritualità: com’è nata questa splendida e originale idea?
Amo potermi confrontare con le persone e ti dico anche che finché non le vedo non credo che siano venute tutte e in così tante a un mio concerto; voglio stare con loro prima di cantare e rompere così la barriera tra palco e gente; inoltre ci sono momenti in cui scendo tra loro durante il live.

In un recente post su Instagram hai detto che non ascoltare è un problema, che girare lo sguardo dall’altra parte è un problema e che è quello che da decadi accade nella tua Palestina ma hai anche scritto che non si tutelano le tradizioni se ogni giorno perdi libertà, diritto di dissentire e non puoi vivere con dignità: dove sono finiti il coraggio e il senso dell’umano?
Il coraggio lo vedo ancora nei giovani, quelle parole hanno valore perché la storia purtroppo si ripete, i media fanno lo stesso gioco anche quando descrivono la situazione nel proprio paese: io sono di seconda generazione eppure mi domando perché certe figure possono ritenersi più italiane di me se non ascoltano la loro gente. Bisogna ascoltare le voci dei giovani e imparare ad andare contro corrente. E’ vero, è un periodo storico particolare ma non difficile prendere posizione.

Hai scelto di titolare il tuo profetto d’esordio Zefiro, il vento che soffia da Ovest, e dunque già dal titolo c’è un senso di movimento, è il racconto di chi vive le terre di mezzo. Come lo hai costruito?
Movimento è una parola importante, è fisico ma anche culturale, è un manifesto, è ricerca di se stessi. Il vento che va dentro e fuori di te ti fa riconnettere con chi sei davvero. Le sensazioni le esprimo in musica e parole.

Mezza Luna è nostalgia e lontananza, parli di stanze silenziose, di camminare sulle uova per mantenere la pace eppure “we repeat the same mistakes over and over again”: siamo così ciechi? Gli errori della storia non hanno insegnato nulla?
Sicuramente quegli sbagli hanno bisogna della musica per dare forza alla denuncia, quegli errori si ripetono come un circolo vizioso, sono traslati in altre figure di potere e in altre mentalità ma restano la base di quello che st accadendo intorno a noi.

In Diaspora parli di sentirti altra anche nel tuo paese, la Palestina: quando ti guardi allo specchio vedi una giovane donna identitaria oppure sei confusa?
Sono confusa come tante persone, quando la ho scritta non pensavo solo a me ma anche agli italiani che non sono più italiani nella stessa terra, penso a quelli che dal Sud vengono al Nord e per troppi non sono parte della stessa nazione. Quando mi guardo allo specchio c’è confusione.


Sempre in Diaspora canti “chi l’ha detto che i cristiani odiano i musulmani? Forse un politico ha convinto tutti del contrario. Di Gesù e Maria nei racconti del Corano nessuno ne parla”. Le guerre di religioni hanno fatto milioni di morti. Quale è il tuo rapporto con la Fede?
Sono molto religiosa ma non mostro a tanti, è un rapporto veramente personale, è un rapporto con me stessa. La parola giusta per descriverla è un qualcosa che ancora non sai di essere. Se vissuta come si deve la Fede ci cambia in senso positivo.

In Hala dici “chiedono dove suono, non dove sono” dove una semplice u fa una differenza abissale. Uno dei problemi di questa epoca è il non essere visti, avere addosso sguardi che attraversano: sostituiresti il ti amo con il ti vedo?
Non so se lo sostituirei ma ha un bellissimo il significato. La parte filosofica mi porta a dire che le parole non hanno il vero peso, sarebbe bello essere ascoltati davvero.

Yafa inizia così: “Ti ricordi quando a Yafa si poteva andare al mare? L'odore di gelsomino per le strade e ci svegliavamo all'alba per pescare. Ti ricordi? Eravamo nella città delle arance”. Sono immagini che ti arrivano attraverso i racconti della nonna: quel sasso contro il carro armato sta girando tutto il mondo o resta soffocato tra i “grattacielo costruiti sopra il sangue”?
Credo che sia importante avere tante voci che formano un coro e che quel coro possa risuonare: la coralità e l’unione sono una immensa sono forza.

Infine, tour europeo a parte, che accadrà nelle prossime settimane della tua vita artistica?
Da novembre a Natale saremo in giro per l’Europa, prima mi riposo un pochino nella mia Cassino ma non riesco a stare troppo ferma e quindi penso già a nuove cose. Ma il mio desiderio ora è che quello europeo sia un tour speciale.

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