Paolo Jannacci, album Scimmie Ovunque: "Credo nel riscatto umano ma stavolta non lo vedo"
Musica Credit Galbiati
L'album racconta le fragilità e le contraddizioni del presente, alternando temi più duri e momenti di leggerezza. C'è una canzone dedicata a papà Enzo. L'INTERVISTA
Scimmie Ovunque segna il ritorno sulle scene di Paolo Jannacci con un progetto pop-cantautorale che unisce la grande tradizione ereditata da Enzo a una produzione attuale. L'album è composto da 11 brani caratterizzati da testi ironici e poetici e sonorità immediate, melodie orecchiabili e ricche di groove, è un viaggio tra storie quotidiane, critica sociale, sentimenti e la tipica verve ironica ed empatica dell’artista. Con uno sguardo insieme ironico e poetico, Paolo Jannacci nel suo nuovo progetto discografico racconta le fragilità e le contraddizioni del presente, alternando temi più duri e momenti di leggerezza. Nei testi dei brani vengono affrontati temi attuali come il femminicidio, le morti sul lavoro e il politicamente corretto, a cui si affiancano storie d’amore e una dedica intima al padre Enzo.
Paolo il tuo nuovo album Scimmie Ovunque è un album fotografico sulla vita quotidiana di questa epoca: come lo hai pensato, come ci hai lavorato ed è stato complicato trovare l’equilibrio tra ironia e amarezza?
Non è difficile raccontare determinate storie, con Paolo Re abbiamo iniziato già alcuni anni fa questo cammino, ci siamo divertiti ed emozionati a poter raccontare fantasmi e fragilità cercando una catarsi a problematiche e negatività cui stavamo assistendo. La Faccenda dell’Ammazzo, che apre il progetto, è uno dei primi brani scritti e nasce dal desiderio di un artista di raccontare quello che sta accadendo di malvagio intorno a noi per poi trovare una soluzione.
Nell’immaginario popolare le scimmie sono caricature viventi: ci sono alcuni studiosi che sostengono che l’etimo della parola può venire da sìmilus quindi simile o da simulare quindi imitare: sono due cardini di quella grande commedia che è la vita?
Potrebbero essere sia simulazione che essere simile, ho sempre detto che le scimmie del titolo sono l’esteriorizzazione delle mie paure e rappresentano il mio rapporto con la negatività. Abbiamo antropomorfizzato in un animale divertente ma anche pericoloso e preoccupante come possano innescarsi possibili reazioni psicologiche e la mia più grande paura era quella di involvermi in quello che eravamo prima mentre cerchiamo di evolverci. La nostra intelligenza è involuzione se usata per gesti insani e terribili.
Apri il disco proprio con La Faccenda dell’Ammazzo che non è proprio una canzone leggera nonostante quell’incipit onomatopeico: credi che anche Dio abbia perso il dono del perdono?
Onomatopea è preoccupazione, evitare la normalizzazione, se lo canti anche in maniera ironica aiuta. Se non altro Dio si è stancato di perdonare e a volte di guardare ma poi mi dico che è così in alto rispetto a noi che perdonerà sempre; mi sono immedesimato in un giudice e quando assisti a certe mancanze di rispetto non c’è perdono, dal bruciare un barbone per strada a mille altre cose. Cerco sempre il lato del riscatto ma stavolta non lo ho visto.
Respira Ancora è una parabola di rinascita: quando dici “la nebbia che sale come marea, San Siro e il Milan dalla ringhiera” e poi i cavalli ci portano in una Milano che non esiste più.
Ho la fortuna di essere sempre stato futurista e futuribile con Milano, la ho sostenuta come qualcosa in progressione ma sto notando col passare degli anni di rimpiangere uno status della città più umano caratterizzato anche da quei valori nati a fine Ottocento: rimpiango quella temporalità e quel modo di vivere, percepisco molta confusione legata anche alla riscoperta turistica, al grande flusso di lavoratori che è, sia chiaro, un bene ma in città piccole come Milano creare confusione cui solo ora si cerca di porre rimedio. Anche nelle relazioni si è innestata una confusione di base che si origina per varie ragioni.
In La Rosa e il Fiorista canti che l’amore è “un bolero, baci fiori e mistero”: è difficile scrivere una bella canzone d’amore in un’epoca in cui bolero e mistero sono estinti, i fiori e i baci eccezioni? Complimenti per l’ironia del titolo.
Se qualcosa esiste ancora non può essere cancellata dal ricordo, i fiori ci sono, i fioristi sono una bellissima realtà, il bolero è un tempo che si usa ancora anche se legato al ballo è una nicchia. Il desiderio del disco è ricercare ancora l’essenza dell’essere umano, se riesci a interagire per come sei, in purezza, i rapporti umani diventano più semplici. Se vai su sovrastrutture tipo chi sei, da dove viene, quale è la tua famiglia, a che classe sociale appartieni, le relazioni si frammentano e non provi nessuna gioia nel ridere di una battuta o poter interagire durante una cena tra amici. Tornare a concetti semplici rende più facile raccontare l’emozione per una storia d’amore.
Le tue scimmie tragiche e perse, col mitra e sui cadaveri…sono, oltre alla fotografia dell’imbarbarimento umano, la fine del nostro fanciullino interiore? Perfetta la citazione “perché ci vuole orecchio”.
Le scimmie sono i fantasmi che riaffiorano e vorrei che questo brano fosse un campanello d’allarme. Le critiche sono rivolte a me e ai miei possibili errori, non ho la caratura per salire su un piedistallo e raccontare la mia verità. Io sono alla ricerca della verità. Abbiamo perso la purezza del fanciullo che farebbe vivere bene senza distinzioni, con le varie etnie che giocherebbero sempre insieme; chi cresce con l’indole del bambino rissoso, senza una crescita spirituale allora diventa monito d’allarme, chi al contrario è capace di ritrovare il suo fanciullo dentro saprà anche ridere di una battuta. Bisogna ritrovare un equilibrio perché se non saremo sempre succubi di quel puritanesimo bigotto che sterilizza il nostro modo di crescere e di evolverci.
L’Uomo nel Lampo è il ritratto di quel girone dantesco che accoglie i morti sul lavoro e “c’è più folla che a Rimini ad agosto”: dove è finita l’umanità che crea figli come Miché che non hanno conosciuto il padre?
L’umanità c’è, purtroppo il tema sul mondo del lavoro è complesso perché spesso ci si dimentica della nostra fragilità, si pensa di poter fare tutto da invincibili invece l’uomo è fallibile. Attenzione che sul lavoro la tragedia è dietro l’angolo, serve circospezione, siamo fragili e le fragilità aumentano col tempo: se non la riconosci perdi un po’ di umanità.
Come è nata Enzo, l’incrocio e tutto il Resto? E’ un viaggio geografico e umano profondo.
Nasce spontaneamente, il luogo geografico è dove ho vissuto in zona Città Studi con la mia famiglia, che ha attraversato avventure e disavventure, ritorni da serate, inizi di nuove storie e voglia di fare. Le chiacchiere con mio padre partivano da una mezza passeggiata o da un discorso fatto sotto casa davanti a quell’incrocio che mi ha visto tornare milioni di volte da scuole. Avevo cose dentro che ho voluto ricordare attraverso un sunto della storia del nostro vivere insieme. Penso anche l’ansia verso mia figlia che torna tardi la sera. Siamo stati una coppia che si è sempre voluta bene anche quando ci si gridava addosso.
Il Giorno Prima è sliding door: nella vita tu sei fatalista oppure il destino ce lo costruiamo?
Il destino ce lo costruiamo ma all’interno di una grande fatalità. L’universo quantistico sta diventando sempre più la realtà, non solo una teoria, finalmente ci si sfila dalla concezione positivista della vita.
Che accadrà nelle prossime settimane della tua vita artistica?
Cercherò di fare ascoltare i brani nuovi inserendoli nello spettacolo Jannacci arrenditi la Città Ascolta, nel racconto della città. Ragiono su un disco di piano solo e poi ho pezzi nuovi, c’è già una tracklist interessante. Avevo anche mandato un pezzo da ascoltare per Sanremo ma non avendo ricevuto cenni non trattenevo più il cavallo imbizzarrito che alberga in me e ho deciso di uscire col disco.