Amarene, l'album Psoriasi: "Oggi la coerenza è sapersi ascoltare"

Musica
Fabrizio Basso

Fabrizio Basso

il disco dell'artisa genovese è il superamento di quell’alert fatto di emozioni trattenute troppo a lungo che scalpitano per emergere. L'INTERVISTA

La pelle è l’organo più esteso del corpo, il primo punto di contatto tra noi e il mondo: assorbe, trattiene e restituisce ciò che viene percepito ma soprattutto ciò che è inespresso. Si intitola Psoriasi, ed è pubblicato dall'etichetta pugliese Mosho Dischi, l’EP d’esordio di Amarene, progetto musicale della cantautrice genovese Irene Marchesano. Psoriasi è il corpo che smette di stare in silenzio, sono le mani che si infiammano, si tagliano, bruciano sotto ogni crema, senza tregua. È l’alert di emozioni trattenute troppo a lungo che scalpitano per emergere. Lo fanno in musica, in sei canzoni scritte e composte con disincanto ma con delicatezza, con la leggerezza del pop e con la profondità delle parole di chi ha già compiuto trent’anni.

Irene partiamo dalla storia del tuo Ep Psoriasi: come è nato e come ci hai lavorato? I brani risalgono tutti all’ultimo periodo o sei andata a pescare nel passato? Perché Amarene?
Nasce dalla malattia che ho avuto, la ho avuta sulle mani ed è rappresentata sulla cover. Lì ho capito che era il momento di riprendere in mano la musica che avevo abbandonata. Qualche brano lo ho scritto nei mesi precedenti, tipo Le Ferie e Ripulire, gli altri sono arrivati dopo, ci ho lavorato ed è nato il progetto Amarene Il nome me lo hanno suggerito gli amici: ha l’assonanza col mio nome, Irene, e poi le amarene hanno quel gusto un po’ aspro come il carattere dei liguri.

La cover è più identitaria di un volto in primo piano: è stata una scelta interiormente complessa oppure è arrivata con naturalezza?
Volevo fare vedere le mani che è dove ho avuto il mio problema principale. Ho fatto diverse prove e quella era la più convincente, è stato naturale.

April il disco con Correre, un brano ipnotico che ripete ossessivamente la parola del titolo: correre è fuggire da qualcosa o raggiungere una meta?
E’ più in realtà il modo in cui ho vissuto la mia vita quando ho messo da parte la musica, inseguivo una cosa che poi non mi faceva stare bene.

Il Meriggiare di Eugenio Montale era pallido e assorto, il tuo come è in questa estate 2026?
E’ una cosa positiva, viviamo vite frenetiche e fermarci a pensare può essere positivo, è un fermarsi meditativo oltreché una citazione alla mia Liguria.

Sei un amante di Montale e della poesia in generale? Scrivi poesie oltre che canzoni?
Non scrivo poesie ma le canzoni sono poesie moderne. Mi ispiro alla poesia per scrivere i testi, lì prendo immagini, metafore, parole. Eugenio Montale ha scritto tanto della Liguria e ora che vivo a Torino apprezzo di più la mia terra d’origine.

Perché hai scelto di essere cicala? Nel Fedro di Platone erano esseri umani che si dimenticavano di mangiare e bere morendo di fame pur di cantare. Quelle di Montale invece cantano sui “calvi picchi”.
Mi faccio sempre un sacco di domande, voglio fare tante cose ma credo sempre di non fare nulla. Guardando gli altri vedo che hanno più successo di me, alla fine è una impressione perché questo disco è una soddisfazione. Nella musica mi sento molto più cicala più che formica.

Quelli come Noi sembra un brano dell’assurdo, mi fa pensare all’Aspettando Godot di Samuel Beckett: perché c’è così paura di rischiare?
E’ la solitudine che noi viviamo nelle nostre case, non avere qualcuno al proprio fianco ci dà meno sicurezza nel potere rischiare e nell’inseguire i propri sogni. Ci sono tante persone che non sono accompagnate, anche solo sole mentalmente, e anziché crogiolarsi nel proprio brodo dovrebbero essere più convinte di buttarsi, di rischiare. E’ una canzone generazionale.

Quello che definisci “il mondo precario di affettività” la tua generazione lo ha ereditato oppure ha ereditato mille problemi ma i vuoti sentimentali se li è costruiti attraverso i social e le app di incontri?
Abbiamo ereditato problemi e comunque viviamo un periodo dove è difficile trovare relazioni forti anche a livello di amicizia; è anche raro fare conversazioni profonde. I social aiutano il contatto ma creano anche barriere, prima c’era una realtà mentre ora ti paragonano a cose più grandi e questo crea problemi.

“Le stagioni passano in fretta” canti in Ferie: il passare del tempo ti inquieta o ci convivi?
Un po’ mi inquieta, cerco sempre di prevedere il futuro, voglio essere previdente ma credo anche che sia giusto godersi il tempo presente.

“Il mare è troppo mosso per noi due che cerchiamo un altro posto, ma un altro posto non c’è” è la tua idea di un amore si è arreso? Che non ha trovato un luogo interiore dove germogliare?
E’ una metafora di quando le relazioni vanno a naufragare e molti cercano di mettere in pausa i problemi e le incomprensioni con un vacanza: è un allungare una agonia di una storia che è già naufragata.

Ripulire sembra l’attesa passiva di tempi migliori, sembra una apatia dell’anima, quella che i poeti maledetti francesi chiamavano ennui, una noia profonda: la vita dovrebbe avere meno distrazioni e più coerenza?
Più coerenza sicuramente, le distrazioni non aiutano perché ti racconti meno scuse e sei meno lucido, basta pensare alle frenesia che non ti fa pensare o riflettere sugli stati d’animo. Oggi la coerenza è ascoltarsi.

Ti senti pronta e matura per mandare “all’aria questo universo”?
Penso già di averlo fatto. Ho messo la musica da parte, la ho ripresa ed è stato il mio combattimento contro la psoriasi, la musica mi fa stare bene.

Che accadrà nelle prossime settimane della tua vita artistica?
Sto scrivendo cose nuove, vorrei pubblicare un brano nuovo entro l’anno. A settembre suonerò in Puglia per la festa della mia etichetta, la Mosho Dischi e lo farò in full band per la prima volta finora ho raccontato Psoriasi da sola o in duo acustico.

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