Francesco De Gregori presenta i suoi progetti Nevergreen (Perfette Sconosciute)

Musica
Fabrizio Basso

Fabrizio Basso

Docufilm, album live e concerti, il Principe racconta i suoi imminenti progetti e poi parla di Leone XIV, di algoritimi, di Sanremo, di Springsteen, di guerra e di come "se io avessi vent'anni oggi Generale non sarebbe considerata". L'INTERVISTA

Tre progetti e un solo Principe. Francesco De Gregori racconta il suo 2026, che prevede un docufilm, un album live e un ciclo di concerti a Roma (dal 27 ottobre) e a Milano (dal 25 novembre) dove tranne Buonanotte Fiorellino, che chiuderà ogni serata, non ci sarà nulla di quello che ci si aspetta. Una lunga chiacchierata che ha toccato più argomenti, alcuni sfiorati con delicatezza e altri colpiti con convinzione. Abbiamo parlato di guerre, di Bruce Springsteen, dell'enciclica di Leone XIV, del perché mai è andato né mai andrà a Sanremo, dei giovani artisti che non trovano spazio e del fatto che "se avessi vent'anni oggi Generale non passerebbe. Ma neanche Yesterday".

Francesco iniziamo con l’elenco degli assenti?
Niente Donna Cannone, niente Rimmel farò solo, e a chiudere, Buonanotte Fiorellino.
Il mio è un controcanto alla rincorsa ai grandi numeri: oggi si parla sempre di chi riempie studi e a me porta fastidio una parola come sold out, così come biopic: in Italia c’è tanta gente che fa musica davanti a 100, 150 persone, questa musica che viene dal basso e va incoraggiata. E’ chiaro che può dirlo uno della mia generazione che è partito da un piccolo locale, non fosse esistito non sarei qui. Un po’ di locali chiudono poi ci aggiungo che la gente non ci va perché non conosce l’artista, le radio non li passano e per altro le radio sono state poco generose anche con me.

Sono tre i momenti importanti di questo momento della tua vita artistica: partiamo dal docufilm Francesco De Gregori Nevergreen di Stefano Pistolini che vedremo il 4 giugno in prime time su Rai 3.
Preciso che non è un biopic che rappresenta un artista anche attraverso interviste ad amici, ai genitori e, se sei giovane ai nonni, che poi spalmano tra una canzone e l’altra. Ho sempre preso le distanze da questa formula. Con Stefano Pistolini abbiamo stabilito fin dall’inizio la strada, quindi dai concerti alle prove. In un mese suonate circa 70 canzoni, sono venuti a trovarmi come ospiti amici quali Zucchero, Jovanotti, Pacifico, Malika, Elisa per fare qualche nome accettando il non patinato. E’ un film grunge.

Poi ci sono i live al Teatro Sala Umberto di Roma, dal 27 ottobre e al Teatro Out Off a Milano, dal 25 novembre: il progetto si chiama Nevergreen (Perfette Sconosciute).
Si parte da Roma da un teatro con circa 400 persone di capienza, non ne abbiamo trovato di più piccoli per le dimensioni del palco: siamo in nove. A Milano il pubblico sarà di circa la metà. Io cerco un rapporto intimo con gli spettatori, si crea una vicinanza fisica che mette il cantante in una posizione speciale. Sai per gli stadi non ho il giusto pubblico, palazzetti e teatri invece vanno bene. Sono qui perché mi diverto, farei i club ma anche loro stanno sparendo. Io rischio un cachet più basso ma non si abbassano le spese. Il mestiere che io faccio consente una grande libertà di scelta: faccio l’artista ed è la mia regola d’oro. Quando il tour proseguirà nei teatri più grandi avremo una scaletta più stabile.

Farai canzoni ingiustamente dette “minori”. Qualche titolo?
Qualcuno dirà meno male che sono sconosciute perché fanno schifo
La ragazza e la miniera, I matti, San Lorenzo, Gambadilegno a Parigi e poi
Il Panorama di Betlemme e Deriva che mi hanno particolarmente stupito.

Infine il 16 ottobre uscirà il disco Nevergreen (Perfette Sconosciute) registrato a Milano all’Out Off.
Per come sta venendo sarà naturale. Sento molti concerti che assomigliano ai dischi qui è il contrario il disco assomiglia al concerto. Se amo un artista voglio sentirlo sia dal vivo che nei dischi e pure nel disco dal vivo perché ne esce un’altra cosa.

Molti tuoi testi che parlano di guerra: ti inquieta, a distanza di anni, la loro attualità? Hai scritto qualcosa di nuovo?
Quello che accade non mi da spunto, da dieci anni non sento l’ispirazione ribollire in me, accadesse qualcosa sarei il primo a stupirmi. Posso farla anche in un pomeriggio una canzone ma senza ispirazione è inutile. In Generale, Il Panorama di Betlemme e Il Vestito del Violinista avevo già forse previsto tanto, bastava uscire dall’Europa per vedere cosa accadeva nel mondo. E’ triste che siano attuali ancora adesso.

C’è chi dice che sul palco sei un po’ antipatico.
Si va a giornate, la vicinanza porta del pubblico porta a un atteggiamento più amichevole ed empatico, la gente mi vuole bene per quello che ho scritto e crede di conoscermi, mi considera un amico.

Se Francesco De Gregori avesse vent’anni oggi chi sarebbe?
Se avessi vent’anni e scrivessi Rimmel mi darebbero spazio? La risposta è no. La canzone come la ho intesa io non avrebbe spazio. Anche se scrivessi Yesterday avrei grossi problemi.

Colpa dell’Intelligenza Artificiale se la creatività non ha perso valore?
Ho letto l'enciclica del Papa che non parla male dell’Intelligenza Artificiale ma parla male degli algoritmi. Unirlo alla sapienza umana e all’istinto di illuminazione ci sta ma l’algoritmo è un voglio farmi governare io.
 

Torniamo ai concerti: avrai ospiti?
A questo giro no, il rituale dell’ospite a sorpresa mi ha stufato. Li ho fatti ma a sto giro non mi va, allora preferisco avere amici musicisti che suonano, vorrei invitare Enzo Avitabile, penso più a mischiare le carte sul piano della band, una di queste collaborazioni sarà anche nel disco.

Sei tra i pochi che non è mai andato a Sanremo: perché?
Già a 16 anni sognavo di fare il cantante, quando si uccise Luigi Tenco giurai che non ci sarei mai andato a nessuna condizione.

A proposito di biopic, quello su Bob Dylan come ti è sembrato?
Brutto.

Bruce Springsteen ha costruito un tour in opposizione a Donald Trump. Che ne pensi?
Non condivido in generale, non mi sento superiore a nessuno e dunque non prendo posizione su Gaza e sull’Iran, sono io il primo a essere confuso. Walt Whitman disse “contengo moltitudini” e io aggiungo che non ho un pensiero totalitario dunque non do lezioni a nessuno né ne prendo da nessuno, soprattutto da un cantante o da un uomo di cinema. Piuttosto mi leggo un filosofo.

Infine mi dici qualcosa sui tuoi musicisti? Troppo poco si parla chi sta sul palco e rende possibile la magia.
Guido Guglielminetti, basso e contrabbasso, e Paolo Giovenchi, chitarre, sono con me da tempo. Simone Talone sta tra batteria e percussioni; Carlo Gaudiello, pianoforte è tastiere, è con me da dieci anni, ci siamo conosciuto tramite Malika Ayane. Primiano Di Biase ha la direzione artistica e suona hammond, tastiere e fisarmonica, è l’ultimo arrivato e si sta occupando con me della scelta dei pezzi. Francesca Lacolla e Cristina Greco sono le mie coriste. Sono tutti ragazzi timidi che condividono il carattere del capo, come per altro mi chiamano.

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