Carolina Bubbico, album Vocàlia: "Faccio dello strumento voce un elemento di collettività"
Musica Credit Ilenia Tesoro
L'artista salentina pone al centro del suo progetto la voce attraverso la quale racconta di rinascite, di sofferenze superate, di primavere in arrivo, di fiducia e speranza, di semplicità e di amore per la vita. Bologna, Milano e Roma le prime date in calendario. L'INTERVISTA
Vocàlia è il nuovo album di Carolina Bubbico (GroundUp Music). E' il quarto disco dell’artista salentina, è un lavoro ambizioso nel quale tutto è affidato e costruito utilizzando la voce: un’orchestra multilingue che in nove tracce è melodia e armonia, ritmo, messaggio. In questo Vocàlia Carolina canta in molte lingue: italiano, inglese, spagnolo, portoghese, grazie anche alla collaborazione con autori di grande spessore: Becca Stevens, artista candidata due volte ai Grammy Awards, Greta Panettieri, Giuseppe Anastasi, Simona Severini, Lauryyn, Antonio Villeroy e Cristiana Verardo. I testi raccontano storie di rinascite, di sofferenze superate, di primavere in arrivo, di fiducia e speranza, di semplicità e di amore per la vita.
Carolina partiamo dalla storia di Vocàlia, un album che è architettura sonora ma anche un atto di amore verso la vita e il futuro: come è nato il tuo quarto album?
Nasce dall’esigenza di creare qualcosa di nuovo e stupefacente in primis per me, sono io che cerco nuove strade affinché nasca qualcosa che evolve e che possa rimanere nel futuro. Prima ho abbozzato idee compositive che hanno preso forma coerente e coesa quando ho scelto di mettere al centro di tutto un denominatore, cosa particolare nella mia carriera artistica sfaccettata, e ci ho messo quello che mi motiva ovvero la voce come strumento che può diventare collettività.
La voce al centro di tutto?
Ho radicalizzato l’idea della voce come unico strumento ed è quello che ha portato a Vocalia. La voce si tramuta in strumento e ha al suo servizio una forma canzone, si sviluppa sia melodicamente che armonicamente, dunque in modo orizzontale e verticale. Le mie ricette vocali si sono sviluppate per ogni canzone e in blocchi di un’ora e mezzo nascevano arrangiamenti vocali, sfruttando la capacità di usare al massimo il poco tempo che avevo.
Una procedura assolutamente rara nel mondo musicale e unica per quella che è la tua storia artistica.
E’ stato un viaggio divertentissimo, con una gestazione lunga poiché per dare parole al suono ho fatto una ricerca su chi potesse affiancarmi nel racconto. Il progetto nasce quando divento madre e la mia vita si stravolge e dunque quello che faccio è un lascito a mia figlia Nina, voglio essere un grande esempio per lei, il suo mondo ideale di suono, di motivazioni e di approccio alla vita è quello che voglio trasmetterle. Il mio approccio è profondo e sentito, qui c’è la primavera, il ritorno alle cose semplici: ritorno è inteso come riappropriarsi dei manufatti, dei silenzi e del fuoco che si accende. Faccio fatica a stare ai tempi del mercato e della discografia e a volte avrei voglia di non fare più niente. Dovessi esprimere un desiderio vorrei, pur consapevole dell’importanza del progresso, che i telefonini e i social esplodessero e ci guardassimo tutti gli occhi.
Apri l’album con la domanda delle domande “I Gotta Know Are you my Everlove?”: il mistero dell’amore è non arrivare mai a una risposta certa ma restare nel sogno?
Assolutamente sì, domandarsi, come fanno tutti i filosofi, del mistero dell’amore, che va di pari passo con quello della vita. Occorre sapere accettare l’ignoto, il campo delle possibilità fuori dal nostro controllo.
Perché il buonumore si aspetta in stazione? Perché c’è sempre una fermata successiva?
E’ un riferimento a una “x” condizione solitaria tipo quando si sta a tu per tu con se stessi. Sappiamo che la scia, la luce è dentro di noi e quindi possiamo seguirla e la vita parte guardandosi dentro poiché le dinamiche della socialità sono spesso riempitive e non sane.
Sempre in Filosofia dello Stare Bene parli di tanti tipi di persone “pronte ad ammaliarti con mille parole”: chi sono? E quel modo di avvicinarsi al sole è lo stesso di Icaro?
Ognuno ha i suoi incontri ma lì mi riferisco alle persone che stanno nell’autoriferimento, che ti ubriacano di sensazioni e tu credi stiano meglio di te. Le canzoni sono riflessioni che condenso in frasi e immagini. Se sei solo a casa è diverso dall’essere con qualcuno al bar dove tocchi le stelle in base a una situazione sociale.
Dolore, nonostante il titolo e alcuni passaggi, tra cui il non avere regole, ha un ritmo che concilia con superamento della soglia di dolore interiore: ha esorcizzato quel rumore?
Direi di sì, continuo a osservarlo, osservo ogni elemento che sento nel corpo, a volte troppo. La canzone nasce da una esperienza particolare, da una sofferenza fisica forte reiterata nel tempo che mi ha esasperato e fatto porre domande. La sofferenza è un segnale del corpo che manda un messaggio: un dolore mostra una conflittualità, è l’amico peggiore ma il maestro migliore e dunque il dolore, come la paura, diventa opportunità
Il Nome degli Dei ha i colori e i profumi della tua Puglia e racconta una notte piccola ma straordinaria: è la tua idea di libertà?
Direi di sì, sono i piccoli momenti quando ti senti tutt’uno col mondo. Giuseppe Anastasi ha colto perfettamente quella situazione che vivi a contatto con un paesaggio.
Quel pescatore che canterà un’altra storia sei tu che attraverso la tua sensibilità racconti storie di vita in forma di canzone?
Potrei essere una pescatrice, lì è un riferimento al sapere millenario che ci si trapassa di generazione in generazione e si muove attraverso il mare. E’ un momento denso di tante immagini, a partire dalla scambio di popoli.
“E di tutte le mie estati penso a quale tornerà, cosa so della mia vita forse neanche la metà” canti in Luce della Sera. Ti chiedo se hai una estate del cuore e quando ti guardi allo specchio quanto ti conosci? Più o meno della metà della tua vita?
Ne ho tante, non una preferita, penso a un viaggio in Grecia con la mia famiglia, le estati a Porto Cesareo, nella casa sul mare: se chiudo gli occhi e penso a un posto felice è quello, ci ho passato estati a fare feste sulla spiaggia, accendere falò, divertirmi con le giostrine. Allo specchio vedo i frammenti di tutto questo, tanti file che si aprono e si chiudono. E’ un raro pezzo di nostalgia.
Infine una curiosità: in questo 2026 compie 15 anni Pissed Off il tuo progetto con Lola and the Lovers: so che esiste ancora una fan base, che è stato uno dei primi esempi potenti di girl power. Pensi che lo festeggerete? Magari una data one shot.
Devo tantissimo a quel progetto, mi ha fatto fare tantissime esperienze dal vivo, una gavetta tra i peggiori bar a festival importanti. Ce lo diciamo ogni tanto con Sofia e Francesca, oggi che siamo tutte madri: sarebbe bello inneggiare a quella potenza del live. Se ci pensi quel progetto ha una discografia relativa rispetto all’impatto live.
Che accadrà nei prossimi mesi? Come hai costruito la parte live di un album così unico e articolato?
Mi sono chiesta dove ho brillato di più e poi ho chiesto una risposata ad amici, a mio fratello e al mio fonico. La risposta è stata quello che è nato grazie alla loop station: se sono una artista oggi lo devo tanto a quella macchina, un veicolo per condividere col pubblico la mia costruzione creativa. Stavolta cci muoveremo in trio e e ho portato il mio modo di fare performance in solo nella forma del trio. Io costruisco architetture vocali tra basso e percussioni. Debutto martedì 19 a Bologna e poi mercoledì sono al Blue Note di Milano e venerdì a Roma. Poi vedremo che accadrà per l’estate.