Valentina Mattarozzi, l'album Duetz: "E' un progetto unico"

Musica
Fabrizio Basso

Fabrizio Basso

Credit Mauro Cionci

 Il progetto ospita otto tracce e include sette reinterpretazioni di classici jazz e un brano originale. Il tutto è caratterizzato dall'arrangiamento in duo con un solo musicista per ogni pezzo. L'INTERVISTA

E' uno dei progetti più rivoluzionari di questa epoca. Lo ha costruito Valentina Mattarozzi e si intitola Duetz (Azzurra Music). Il titola rimanda ai duetti con la variazione dell'ultima consonante: la s si trasforma in z perché l'anima è Jazz. L'artista bolognese negli anni ha molto sperimentato sulla vocalità jazz e questo le ha permesso di addentrarsi in terreni inespolarati, costruendo così progetti rischiosi ma indubbiamente unici e affascinanti. In Duetz ogni brano è un piccolo miracolo creato dalla voce e dallo strumento.

Valentina partiamo dal tuo progetto più recente che si intitola Duetz: come lo hai costruito?
Il progetto ospita tutti standard jazz, alcuni sono Bebop (stile che si sviluppo a New York negli anni Quaranta del secolo scorso, ndr) dunque rientrano in quella stagione ma sono rielaborati, come lo è tutto il progetto. Di solito sono pensati a due voci più l’orchestra stavolta la dimensione è completamente diversa. Alcuni sono piano e chitarra con contrabbasso e vibrafono però poi ci sono strumenti che si affiancano alla voce con altri strumenti: la voce con batteria o sax ha pochissimi riferimenti storici, nessuno ha mai pensato a un album con questo concept almeno in Italia, forse neanche in Europa e chissà nel mondo. Duetz è con la z perché Jazz.

Un progetto come Duetz è stato possibile perché sei una artista indipendente?
La mia fortuna è sentirmi libera, in Marco Rossi di Azzurra Music ho trovato una persona con cui confrontami e mi ha concesso carta bianca. Lui non riusciva a focalizzare all’inizio e anche per me era un esperimento. Ma registrando le tracce capivo come gestire quelle successive pur avendo già le idee chiare sulla scelta degli strumenti. Insomma avevo un canovaccio.

Quando hai iniziato a ragionare su questo progetto?
Nasce un po’ di anni fa dopo avere sentito una mia vecchia traccia Strange Fruit eseguita voce e flicorno con Fulvio Chiara: era anomala, era super essenziale e dunque riascoltando quella traccia mi è venuta l’idea; la prima traccia pensata è stata Misty, era il 2019. Quando ebbi questa epifania ho pensato a un album di duetti con strumentisti diversi poi essendo morto Annibale Modoni, vibrafonista che lavorò tra gli altri con Chet Baker, decisi che non lo avrei fatto perché era una cosa legata a lui. Il tempo passato e quando si è ammalato Teo Ciavarella, che ci ha lasciato il 15 maggio dello scorso anno ed è stato mio primo collaboratore, è scattato in me qualcosa d’altro e ho deciso di farlo. Teo aveva registrato una traccia e poi è morto. E’ un album di assenze.

Quale è stato l’incipit?
In quel momento di epifania avevo le idee chiare e sono partita da The Very Thought of You e A Night in Tunisia. Poi volevo assolutamente 'Round Midnight perché è stato il brano che mi ha fatto innamorare del Jazz. Fu la versione di Chet Baker.

C’è l’inedito When She Remembers: perché lo hai inserito in Duetz?
Non pensavo di metterci un inedito poi il chitarrista Gianpiero Martirani mi ha detto di inserire un pezzo mio. Da due anni giaceva nel cassetto come ci sono già brani per il futuro. Non avevo il testo né i versi e lo ho completato con l’aiuto di una mia amica che conosce bene l’inglese. Io ogni volta che vado al pianoforte compongo, devo starci lontana.

Nascerà un secondo capitolo?
Non ci sarà un Duetz 2, il prossimo album sarà ancora più Jazz, devo capire come sviluppare le melodie. Il Jazz ha peculiarità non solo armoniche ma sul numero delle battute e su come si estende il brano. Improvvisi su un canovaccio. Quando scrivo non conto le battute, compongo poi ci ragiono dopo.

Avrà una vita live Duetz?
Per ora no ma ci penso per dopo l’estate, non c’è fretta non è un progetto a scadenza, viaggia come un diesel.

Però sarai in giro con altri progetti.
Assolutamente. Ne ho uno su Ornella Vanoni e Gino Paoli insieme a Franz Campi: facciamo i loro classici, Gino Paoli ha scritto brani come La Gatta e Il Cielo in una Stanza che sono considerati Jazz, Ornella Vanoni ha fatto musica colta collaborando con artisti immensi, cito per tutti il brasiliano tipo Vinicius De Moraes. Invece con Soul Battisti saremo al Porretta Soul Festival tra le altre date. Continuo con la Doctor Dixie Jazz Band: proponiamo standard Jazz tra i più antichi, da quelli New Orleans fino ai primi anni Quaranta del Novecento e siamo in dieci sul palco; Con la Doctor Dixie ha iniziato Lucio Dalla e ci ha suonato Pupi Avati e io collaboro con loro dal 2013. Il bello del Jazz e fare tante cose e con tante persone. Infine ci sono Mina in Jazz con Massimo Tagliata e Gianpiero Martirani e Dolce Vita Jazz Quartet sempre con Massimo Tagliata e li proponiamo in versione live: aggiungo solo che sulle piattaforme sono stati superato i tre milioni di streaming.

So che hai ancora qualcosa da aggiungere…
Desidero citare Checco Coniglio che il capo della Doctor Dixie Jazz Band: ha 83 anni e ha suonato con me in Come Rain or Come Shine. Entro l’anno dovremmo uscire con un nuovo album live per altro già registrato. Poi voglio citare Daniele Scannapieco che ha condiviso tanto con Dee Dee Bridgewater e Mario Biondi eppure è un uomo e un artista di massima umiltà. Infine grazie a Domenico Meggiato il fonico di tutti i miei album.

Approfondimento

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