Bungaro, l'album Fuoco Sacro: “Oggi la rivoluzione è gentilezza e accoglienza”

Musica
Fabrizio Basso

Fabrizio Basso

Credit: Fabio Serino

L’artista pugliese torna con un progetto emozionale ricco di featuring: Jovanotti, Paolo Fresu, Omar Sosa, Chico Buarque de Hollanda, Paolo Buonvino, Jaques Morelenbaum, Paula Morelenbaum, Rakele, Raffaele Casarano. L’INTERVISTA

Fuoco Sacro è il nuovo album di Bungaro, che lo ha presentato con un live emozionale al Teatro Socjale di Piangipane, un luogo magico alle porte di Ravenna che già nella “j” del nome mostra la sua unicità. È stato un momento speciale, trattandosi della data zero, per ascoltare in anteprima e dal vivo i brani del nuovo album.

Il teatro di questo angolo di Romagna ha una sua identità e specificità: intanto non ci sono file di sedie, ma tavoli dove si può socializzare, e poi applica quella regola desueta che si chiama intervallo. In quella pausa, tra i due atti del live, è possibile delibare un piatto di cappelletti al sugo, un tuffo nella tradizione con un abito di modernità.

Sul palco Antonio Calò, ovvero Bungaro, è affiancato da musicisti raffinati, da video che accompagnano le canzoni e da una narrazione accattivante. Se devo trovare un difetto — ma questo è un problema della musica, non di Bungaro in particolare — è il mancato rispetto dell’orario. Se il cartellone dice alle 21, le 21 (o poco più) devono essere, perché il giorno dopo la gente lavora e, se si sommano il ritardo all’esperienza cappelletti, si arriva quasi a un’ora. Seppur portandosi a casa una bella iniezione di poesia in musica, uscire dal teatro alle 23 o a mezzanotte fa una bella differenza.

Bungaro: “Oggi la vera rivoluzione è gentilezza e accoglienza”

Antonio, partiamo dalla storia di Fuoco Sacro: come ci hai lavorato? Come hai scelto i featuring?
Il progetto, nella mia anima, è nato tre anni fa e senza canzoni: avevo solo un’idea e un obiettivo, ma solo se fossero nate le canzoni giuste. Fuoco Sacro per me è una sensazione che ho da quando ho iniziato a fare questo lavoro: parliamo spesso di talento e determinazione, ma non bastano. C’è qualcosa di più grande dentro di noi che ti porta a evolvere, scrivere e inventare ogni giorno; il tempo è presente ed è consapevolezza, è anima e per me corrisponde a fare progetti che stimolano il futuro e non il passato.

Nel disco c’è amore anche per ciò che non è musicale: ci sono le mie passioni per il Giappone, il Brasile, il mio Salento e, mescolando i suoni e gli arrangiamenti, è nato un disco dal profumo internazionale. Il desiderio di featuring ben definiti si è avverato, non è una strategia. Fuoco Sacro è un viaggio che va verso l’armonia, contiene l’ispirazione di tutti.
 

Se non erro, il tuo ultimo album risale al 2021 ed è Entronauta, progetto che parlava dell’essere fedeli a se stessi e dell’essere liberi. Prima ancora, nel 2018, hai pubblicato Maredentro, album live introspettivo. Cosa è cambiato nella tua ricerca in questi ultimi anni, visto che il nuovo disco è più aperto al mondo che all’interiorità?
Ho sottratto molte cose, che significa aprire di più l’anima. Forse mi sono protetto da me stesso e ho liberato la mia voglia di aprirmi a un mondo che, in realtà, ho dentro fin dai primi dischi. Vivo un bel momento della vita, sono più curioso, compro libri, vedo film, frequento la natura e questo crea un’ispirazione che ti avvicina a mondi che sembrano lontani, ma in realtà li hai dentro.

Briza Morena, ad esempio, nasce in un’atmosfera libera: c’è un gioco sottile tra la bossa nova e il mondo che gira intorno a Paesi meravigliosi. La bossa è un movimento elegante, vicino al mio carattere.
 

Me Lo Ricorderai, brano che apre il disco, è il più intimo: posso considerarlo il ponte che traghetta chi ascolta verso il Fuoco Sacro, cioè l’uscita dall’ecosistema che protegge l’intimità?
Assolutamente sì.

In Amore Malox parli di “piccole rivoluzioni che ancora non vedi”: in cosa ti senti un rivoluzionario e chi è oggi un rivoluzionario?
Non è chi urla, grida e sbraita. La rivoluzione è quasi imprevedibile: è qualcuno che mette in azione gentilezza e accoglienza ed è già dieci passi avanti, perché ha curiosato dove tu non sei ancora arrivato. Sono le gocce nel mare che creano una rivoluzione di talenti umani. Oggi ci sono giovani curiosi che amano l’odore del libro o di un film e vanno in vacanza a settembre o nella prima metà di luglio, non si buttano nel caos.
 

Briza Morena trasmette la forza e la magia della natura: la musica e, in generale, l’arte fanno il possibile affinché quella bellezza possa essere goduta dai nostri nipoti? Siamo un’umanità che non protegge l’ambiente, è un dato di fatto.
Vivo immerso nella natura: ho due ettari di terra, ho seminato piante 25 anni fa e le ho osservate crescere, colleziono piante grasse, ho un cane meraviglioso. Essere felici è difficile perché spesso si parte da un mutuo; io ho gli ulivi, i corbezzoli, le acacie del mio Sud. Intorno a casa hai il mondo che ti costruisci e l’arte ne beneficia.

La vita è morire e rinascere ogni istante. La musica non è solo scrivere una canzone: deve esserci un proseguimento evolutivo. La mia è musica che non segue una moda, ho la responsabilità dell’arte e delle emozioni che trasmetto al pubblico.
 

Cacciatori di Orizzonti è una bellissima canzone d’amore: oggi quali orizzonti i poeti possono permettersi e quali orizzonti possono creare per risvegliare “quel coraggio che non c’è”? È un tema che torna anche in Pallone di Cuoio, quando dici “disegnava un futuro che sembrava lontano”. Torna spesso nei tuoi testi il concetto di futuro: è più tormento o estasi?
Estasi. Io costruisco una giornata con l’amore, l’amicizia sana, un ristorante meraviglioso dove mangiare stando bene, una pizzeria con un impasto che dura appena tre giorni. Il gusto della vita lo respiri e lo mangi. Parlo di “pesce azzurro nei concerti”, che è un pesce buonissimo ed è la metafora per parlare di persone sane che si prenotano ai concerti, poiché sono emozionali. Sono piccoli giochi emotivi e di sensazioni, per me reali.
 

C’è la voce narrante di Matilde Montinaro in 23 Maggio, sorella del capo scorta di Giovanni Falcone. L’incipit è con la voce di Antonio: questa non è solo una canzone, è memoria. Come è nata e quanto è emotivamente complicato farla live?
È una composizione musicale costruita con mio fratello Max Calò, che arrangia gli archi. “Fermiamo il tempo”, gli ho detto. Il 23 maggio non è solo il mio compleanno, ma è un giorno di memoria: stavo festeggiando i miei 28 anni quando mi telefonarono e poi andai, sgomento, davanti alla tivù.

Ho un’attrazione per la Sicilia: ho letto Sciascia, Pirandello, Bufalino, sono affascinato da quel mondo che mi ha immerso improvvisamente in un momento buio. Quando seppi dell’attentato a Giovanni Falcone mi venne d’istinto pensare a Paolo Borsellino. Sono state le nostre Torri Gemelle: è cambiato tutto, è stata sconvolta la cultura.

Incontro Matilde a un concerto, me l’ha presentata Raffaele Casarano: diventiamo fratello e sorella, tra noi c’è un patto di sangue emotivo. Io sono salentino come lo era Antonio, una persona curiosa, che leggeva, che era ironico. Ho preso proprio da Antonio le parole sulla vigliaccheria: lui trasmetteva il coraggio di prendere una posizione sana contro le ingiustizie, mentre oggi si fugge dalle scelte.

La canzone viene inviata a Toni Gentile, il fotografo che ha scattato la foto iconica a Falcone e Borsellino: lui mi ha concesso una foto bellissima di Montinaro e Falcone che è nel booklet. Inoltre non scattava foto da anni e mi ha chiesto di fotografarmi: è venuto a casa mia, abbiamo mangiato del buon cibo pugliese e mi ha scattato le fotografie.
 

La Luntananza, che ha il featuring di Jovanotti, si apre con queste parole: “ma dove andiamo, dimmi dove andiamo”. Hai una risposta? E “è quella gioia triste di sentire la vita che vivendo mi ferisce”?
La vita spesso ferisce: basta accendere la televisione, che non porta mai belle notizie, la gente è abituata alla paura. Mi manca il mare, ma è una gioia triste: so che lui mi aspetta. Ho un trulletto in Puglia, forse un giorno ci tornerò a vivere, poiché è lì che desidero depositare la mia anima.

Con Lorenzo è stato un botta e risposta su una lontananza che non è una perdita, ma è riprendere quella gioia triste. Ci sono cose semplici che curano l’anima e quindi l’atteggiamento è sano e lo doni a chi ti sta accanto.
 

“Una speranza sospesa, tra la scienza e la guerra” dici in Guardastelle: hai fiducia nelle nuove generazioni affinché, alzando gli occhi verso lo spazio infinito, possiamo vedere “un cielo di fiammelle”?
Alcuni hanno vergogna di emozionarsi o di dire “ti amo”: prima si diceva, oggi si scrive. Sussurrarlo mette in gioco sguardo, postura, stato d’animo, tutto per la sincerità. Per me la gioventù è quando chi cresce stabilizza il suo percorso. Ai miei concerti vedo teste pensanti che fanno più fatica a trovare una stabilità. La vita è di qualità, ma per uscire dalla solitudine devi distribuire un’idea, una proposta diversa. Le librerie sono piene di giovani, i ragazzi sanno il futuro che vogliono attraversare, non vivono di streaming.
 

Infine, che accadrà nei prossimi mesi della tua vita artistica?
Ci saranno due anni di concerti: il 26 aprile a Roma e poi a Parigi il 23 maggio, che è il giorno del mio compleanno. Si tratta di un Festival d’autore in un teatro dove sono cresciuti Jacques Brel ed Edith Piaf. Sarà una nuova esperienza, poiché sento un legame tra la mia musica e il gusto francese. Inoltre insegno scrittura e produzione artistica, scrivo sempre e ci saranno novità. Sono in fermento, sono tutti stupiti dalla mia rivoluzione silenziosa.

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