Thomas Umbaca racconta l'album Waiting for Music to Surprise Me Again

Musica
Fabrizio Basso

Fabrizio Basso

Credit Soheil Raheli

Il disco pone il pianoforte come centro gravitazionale del progetto ma viene progressivamente emancipato dal suo contesto classico per dialogare con nuove sfumature elettroniche, chitarre, synth, voci ed elementi acustici; ne nasce un paesaggio emotivo in costante trasformazione, dove il suono diventa ora animale, ora naturale, ora meccanico. L'INTERVISTA

In un’epoca storica che cerca di vendere pacchetti di certezze che mai avremo, Thomas Umbaca ha cercato di fare qualcosa che mettesse al centro l’opposto delle cose, l’idea che non c’è niente di più bello e reale che essere presi alla sprovvista da qualcosa, che è quello che cerca nella musica. Dopo un primo percorso che lo ha visto muovere i primi passi tra jazz e sperimentazione, Thomas Umbaca torna sulle scene musicali con Waiting for Music to Surprise Me Again, un progetto che nasce dal desiderio di restituire autenticità e sorpresa all’esperienza di ascolto.

Thomas partiamo dall'esegesi di Waiting for Music to Surprise Me Again: che gestazione ha avuto e la scelta delle composizioni ti è stata da subito chiara o ci sono stati cambi di rotta?

Sono idee nate nel corso del tempo, anche andando indietro ma non avevo una idea chiarissima tranne quella di volere ricorrere a elementi più taglienti e acidi rispetto al mio primo album UMBAKA che era più organico come suoni e timbri. Questo coincide con il mio sentire più recente e la sonorità che avevo in mente mi ha portato a chiedere ad Amedeo Pace dei Blonde Redhead di collaborare con me ed ecco i timbri che tagliano il magma più rotondo del pianoforte: mi sono divertito a lavorare per stratificazione. In un paio di casi ho tirato fuori un telefono di dieci anni fa con registrazioni di me poco più che ventenne, sessioni di registrazioni libere e spontanee: mi sono piaciute perché giovani e spensierate e ho lavorato riadattandole al mio sentire più attuale. Altri due brani sono figli di musiche nate per uno spettacolo teatrale, l'Orazio di Heiner Muller.

 

Il disco è un luogo di sperimentazione, mi ha ricordato, anche se lì lo strumento principe era la chitarra, certi lavori di Frank Zappa o se vogliamo restare al piano di Keith Jarret: in cosa ti senti un rivoluzionario della tastiera?

A cercare di portare in giro questa musica oggi, è sempre una questione del contesto in cui la musica si ritrova, il farsi strada in un determinato contesto cambia le carte e il titolo rappresenta proprio la percezione di quello che vedo intorno: che non sia un'epoca in cui il concetto di esperienza come esperire in modo attivo è chiaro come è chiaro che curiosità e coraggio manchino un po'. Oggi conta molto l'idea, si guarda la scatola ma il contenuto lo vedo più in secondo piano. Per me è fondamentale lasciarsi sorprendere, essere colti di sprovvista dal suono. Il titolo è per questo motivo biografico.

 

Parto da Who Are You? perché è il mio preferito: è una composizione che racconta l'ambiguità dell'essere umano dove bene e male si confondono, non si sa più chi è il buono e chi il cattivo. Credi che sia anche una lettura sociopolitica di questa epoca dove la ragione è per lo più dalla parte del più forte e non di chi realmente la ha?

Sicuramente sì, è un pensiero che riflette quello che accade oggi. Parto da un testo di un drammaturgo tedesco sull'impossibilità di stabile un giudizio assoluto. Anche la corte di giudizio più alto non ha il potere di definire una persona per quello che fa e ciò riflette l'Orazio che si trova a essere giudicato dal popolo da una parte come salvatore della patria e dall'altra come assassino che uccide la sorella che è fidanzata col suo avversario. Questo crea un senso di frustrazione, per quanto tu possa sapere cosa è buono secondo una direzione etico-morale ma l'etica non la trovi ovunque e spesso importa anche poco.

 

A StreAM con cui inauguri il progetto io avrei dato un'altra interpretazione: AM uguale a sono, un biglietto da visita identitario di quello che verrà: ci sta come interpretazione?

Da un lato ti dico sì ma tendo poco a parlare di me, l'io sono mi sta un po' stretto, preferisco un noi siamo, penso che la musica non è il frutto di un ragionamento individuale ma è un riflesso di collettività. Importante è assorbire. Nell'album è una introduzione, un limbo da dove poi sei catapultato nel resto delle cose, è un benvenuto più luminoso.

 

Back to 13 è un ritorno al futuro per restare nel citazionismo cinematografico: il Thomas di oggi cosa dice al Thomas adolescente? Oggi hai conservato quell'innocenza artistica?

Con l'innocenza artistica ci si fa sempre un po' a pugni, a volte comprendi che il cervello ha processato così tante cose, nonostante il mio mi auguro abbia ancora tanti anni a venire, che ti rende difficile tornare indietro sulle stratificazioni in quanto il tempo chiarisce la strada che prendi e il tuo posto nel mondo. Semplicità e innocenza spesso sono giudicate male perché considerate segno di immaturità mentre invece mantenere la semplicità in una visione è una cosa bella; per questo ho scavato in reminiscenze di suoni che amavo in adolescenza dunque non c'è niente di male se il pezzo ha accordi semplici che nel periodo del Conservatorio mi si sono auto-censurati. In questo album mi sono giudicato meno possibile lasciando libertà al mio sentire.

 

Push back Song ovvero canzone di resistenza: cosa significa oggi resistenza e che valore aggiunto è in un brano che racconta degrado e drammi domestici? La voce di Any Others è la tua visione musicale della drammaticità dell'urlo di Munch?

Per me esprimermi con quello che faccio è sempre una forma di Resistenza, la percepisco anche a livello generazionale, avverto che c'è sempre bisogno di una forma di resistenza da tanti punti di vista. Cerco di portare all'apertura mentale in generale e di cercarla nelle persone che ascoltano, è una questione di narrazione culturale e anche politica per uscire da un direzione piatta che segue linee semplici e prestabilite nelle quali elementi di trasversalità portano difficoltà a chi deve prendere decisioni. Any Others ha semplicità e purezza e non drammaticità: il pezzo parte da un fatto violento e io voglio spingere contro con un melodia che si fa spazio con molta fatica avendo attorno violenza.

 

All Gates è uno sguardo quasi bucolico su una umanità che ricerca spiritualità: il titolo però sembra in contrasto col senso di serenità che trasmette il toy piano. Perché tutti cancelli per evocare la spiritualità?

Per me All Gates è uno slancio di apertura e luce, con l'inizio maggiore lo sento fratello di StreAM, ha un tempo molto libero, è un magma e un flusso e il synth mi trasmette una sensazione di apertura. Cerco di prendere più sfumature del nostro modo di sentire.

 

Infine H. You’re Good dove centrale è il tema della bontà. Ma tu gli dai sonorità al condizionale perché resta il dubbio che tutti potremmo essere buoni. Chi è nel 2026 un uomo buono?

Chi ascolta e chi si apre a quello che non conosce, chi affronta la vita con curiosità: dove ci sono ascolto e apertura le cose vanno un po' meglio. Nella musica, che è una metafora del vivere, l'approccio porta più serenità: se ti abitui a prendere quello che non conosci come forma di arricchimento positivo, se accogli bene l'imprevisto sei più elastico e questo offre più serenità.

 

Che accadrà nelle prossime settimane?

Ho fatto qualche live breve di presentazione e ora sto preparando il live completo che presenterò a Milano al Biko il 9 aprile e il 16 a Roma a Roma alla casa del Jazz. Poi ragioneremo su altre date.

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