Morto Luigi Montefiori, alias George Eastman, leggenda del cinema di genere italiano
Cinema
È morto oggi, 20 maggio 2026, George Eastman, al secolo Luigi Montefiori, attore e sceneggiatore simbolo del cinema di genere italiano. Con i suoi due metri di statura e un volto diventato mitico, ha lavorato con Mario Bava, Joe D’Amato, Federico Fellini e Pupi Avati, attraversando horror, western e thriller tra gli anni Sessanta e Ottanta. Da Antropophagus a Regalo di Natale, lascia un’impronta indelebile nell’immaginario della settima arte
Un Minotauro nel labirinto del cinema italiano
C'è una scena nel Satyricon di Fellini, datato 1969, che dura pochi secondi e non si dimentica più. Il Minotauro appare nel labirinto, enorme, silenzioso, inevitabile. Non urla, non minaccia, non recita. È lì, e basta. Mezzo uomo, mezza bestia, tutto cinema. Fellini, che di corpi e di miti se ne intendeva quanto pochi, aveva capito immediatamente cosa fare con Luigi Montefiori, genovese, due metri di statura, una faccia che sembrava scolpita da uno scultore con simpatie per il gotico. Inquadrarlo. E aspettare. Perché certi attori non recitano la scena. La occupano.
George Eastman, questo il nome con cui il mondo del cinema di genere lo avrebbe conosciuto e amato, se n'è andato oggi, 20 maggio 2026. E con lui scompare uno degli ultimi testimoni di quella stagione irripetibile in cui il cinema italiano di serie B, con i suoi budget risicati, le sue location improbabili, i suoi effetti speciali artigianali, produceva mostri, pistoleri, assassini e creature notturne che il tempo non è riuscito a cancellare.
Si era iscritto al Centro Sperimentale di Cinematografia, aveva avuto Nanni Loy come maestro di recitazione, ma l'impazienza del talento non conosce ortodossie accademiche. Dopo un solo anno abbandonò i banchi. Certe carriere non si pianificano. Esplodono.
Spaghetti, polvere e pistole: gli anni del western
Prima di diventare il "mostro" che tutti ricordano, Eastman fu un pistolero. O meglio, molti pistoleri, quasi sempre dalla parte sbagliata della legge, quasi sempre con un nome americano inventato nei titoli di testa. Erano gli anni Sessanta, il western all'italiana era un'industria febbrile: pochi soldi, molto fumo, cavalli stanchi, sigarette consumate sui set tra una sparatoria e l'altra. La campagna laziale diventava il Texas grazie a qualche cactus, alla luce giusta e alla faccia degli attori.
Ferdinando Baldi, Alberto De Martino, Michele Lupo: registi velocissimi, pratici, capaci di girare mondi interi in poche settimane. E Luigi Montefiori, in mezzo a quella polvere, imparò il mestiere nel modo più duro e concreto possibile. Come si sta davanti a una macchina da presa. Come si riempie un'inquadratura. Come si incute paura senza bisogno di alzare la voce.
Lezioni che nessuna scuola insegna davvero. Lezioni che certi set trasmettono per sopravvivenza.
Cani arrabbiati, sangue rosso: il sodalizio con i maestri del brivido
C'è un momento preciso in cui Luigi Montefiori smette di essere un caratterista del western e diventa George Eastman, icona dell'horror italiano. Quel momento ha un titolo: Cani arrabbiati di Mario Bava, 1974.
Il suo personaggio, brutale, imprevedibile, feroce senza alcuna giustificazione morale, riempie lo schermo con una presenza che non lascia scampo. Bava era un alchimista della paura, un pittore del buio che sapeva esattamente cosa fare con un attore di quel calibro: lasciarlo esistere davanti alla macchina da presa.
Ma fu con Joe D'Amato che il sodalizio raggiunse la sua forma più estrema. Antropophagus, 1980. Rosso Sangue, 1981. Pellicole in cui Eastman non si limitava a interpretare il mostro: lo scriveva. Perché Montefiori era anche sceneggiatore, e non uno qualunque. Conosceva la struttura narrativa, capiva il ritmo del terrore, sapeva dove piazzare l'orrore perché arrivasse allo spettatore nel momento esatto.
I suoi personaggi non erano semplici macchine di violenza. Avevano una logica disturbante, quasi mitologica. Erano figure archetipiche nate da un cinema che lavorava con pochi mezzi ma con moltissima immaginazione.
Il risultato sono film diventati oggetti di culto nel circuito horror mondiale. Restaurati, studiati, proiettati nei festival di mezzanotte, amati con quella fedeltà quasi religiosa che i cinefili riservano ai film capaci di sopravvivere alla loro epoca.
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Da Keoma a Regalo di Natale: l’altra faccia di George Eastman
Quello che molti tendono a dimenticare è che Luigi Montefiori era molto più di un interprete di mostri. Come sceneggiatore firma Keoma di Enzo G. Castellari nel 1976, uno dei western crepuscolari più belli dell'intera tradizione italiana. Una sceneggiatura amara, malinconica, attraversata dalla sensazione che certi uomini continuino a combattere guerre finite da anni.
Non è il lavoro di un semplice artigiano. È il lavoro di qualcuno che ha qualcosa da dire.
E poi c'è Pupi Avati. Che soko apparentemente sembra lontanissimo dall'universo ferino di Eastman, visto che proprio Avati, con film come La casa dalle finestre che ridono e Zeder , è stato uno dei grandi architetti dell'inquietudine italiana. Eppure quella faccia gigantesca e silenziosa, attorno al tavolo di Regalo di Natale
Attorno a quel tavolo da poker, insieme a Diego Abatantuono, Alessandro Haber e Carlo Delle Piane, Eastman non era più il mostro. Era uno degli uomini. Stanco, ambiguo, silenzioso. E funzionava perfettamente anche lì.
Perché i grandi attori abitano la contraddizione.
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George Eastman tra televisione, horror e culto cinefilo
Nel 1990 esordì alla regia con DNA Formula Letale, film che gli valse il primo premio al Festival di Avoriaz. Un riconoscimento tardivo ma importante, arrivato da quel cinema fantastico internazionale che aveva sempre compreso meglio dell'Italia il valore dei suoi artigiani dell'orrore.
Negli anni Novanta e Duemila il lavoro si spostò soprattutto verso la televisione: La Squadra, Il Maresciallo Rocca, Il Cuore nel Pozzo. Serie popolari, viste da milioni di persone, che spesso diventavano l'ultima casa possibile per molti grandi caratteristi del cinema italiano dimenticati dall'industria.
E forse dentro quella traiettoria c'era anche qualcosa di malinconico. Perché Eastman aveva una faccia impossibile da dimenticare, ma proprio quella faccia rischiava continuamente di rinchiuderlo dentro il ruolo del mostro, del bruto, della creatura fuori misura. È il destino ambiguo delle icone di genere: diventare immortali e, allo stesso tempo, restare. forse, prigionieri della propria maschera.
L'ultimo killer eterno
Ci sono attori che scompaiono insieme al loro tempo. E attori che diventano eterni proprio perché hanno abitato film che il tempo non riesce a consumare.
Il cinema di genere italiano degli anni Settanta e Ottanta è uno di quei territori. I film di D'Amato, Bava e Castellari vengono ancora proiettati nei festival di tutto il mondo, restaurati, discussi, tramandati da una generazione di cinefili all'altra come oggetti segreti.
E dentro quei film, con la sua statura impossibile, il suo sguardo che non chiedeva mai permesso e quella presenza che invadeva lo schermo come un temporale improvviso, c'è sempre George Eastman.
Luigi Montefiori aveva anche un'altra vita: tre figli, Evelina, Arianna e Tommaso. E una passione per il rugby, sport fisico, diretto, senza eleganza superflua. Esattamente come lui.
Se n'è andato oggi. Ma certe facce appartengono ormai al buio della sala cinematografica più che alla vita reale. E continuano a vivere lì dentro, illuminate dal fascio intermittente di un proiettore, molto tempo dopo i titoli di coda.