Piotta, il nuovo album Si riparano ricordi tra rap e cantautorato: “Tramuto dolore in oro"

Musica
Camilla Sernagiotto

Camilla Sernagiotto

Immagini: a sinistra Piotta (credits: Alfredo Villa); a destra la copertina del disco "Si riparano ricordi"

Con il nuovo disco, che esce domani, Tommaso Zanello conferma di saper trasformare la propria esperienza personale in arte, e la propria biografia in un sentimento condiviso. Dopo 'Na notte infame, l’artista romano si muove con sicurezza tra rap, poesia e cantautorato, componendo un disco che non ha paura di esplorare emozioni profonde, nostalgie e memorie intime. L'INTERVISTA

Con Si riparano ricordi (in uscita domani, venerdì 27 marzo 2026), Tommaso Zanello, in arte Piotta, conferma di saper trasformare la propria esperienza personale in musica capace di toccare il pubblico. Dopo 'Na notte infame, l’artista romano si muove con sicurezza tra rap, poesia e cantautorato, componendo un disco che non ha paura di esplorare emozioni profonde, nostalgie e memorie intime.
Il nucleo emotivo dell’album è potente e chiaro fin dal titolo: i ricordi da elaborare e “riparare” sono quelli della sua vita, e in particolare la perdita del fratello Fabio.

 

La presenza del fratello non è solo un omaggio, ma un filo conduttore che attraversa testi, melodie e frammenti sonori, rendendo l’album coerente e toccante. La musica diventa strumento di cura e trasformazione, un kintsugi emotivo che valorizza le ferite e le trasforma in energia creativa.

Un pittore di paesaggi sonori

Piotta non si limita a scrivere canzoni: costruisce paesaggi sonori. Con la collaborazione di Francesco Santalucia, pianista e compositore, l’album spazia tra arpeggi delicati, synth avvolgenti e arrangiamenti ricchi di archi e strumenti acustici, riuscendo a unire l’intimità di un cantautore con la carica ritmica del rap. Brani come Poemetto Spurio e E così te ne vai mostrano questo equilibrio tra introspezione e melodia, tra malinconia e speranza.

Ma Si riparano ricordi è anche un album di contaminazioni artistiche: poesia, pittura e rap convivono naturalmente in tracce come Pezzi di vetro e Colori, mentre Quante notti ancora riunisce Tormento e Frankie hi-nrg mc, dando vita a un trittico storico che celebra l’anima libera dell’Hip Hop italiano. Non mancano poi collaborazioni che aprono finestre su altre forme d’arte e generazioni musicali, da Fabrizio Bosso a Piero Ciampi, fino all’all-star tribute a Remo Remotti.

 

Il risultato è un disco denso di emozioni, in cui ogni canzone racconta un frammento di vita, una memoria che diventa universale. L’intreccio tra testi, sonorità e immagini visive offre al pubblico un’esperienza completa, anticipata da singoli intensi e suggestivi ma pensata come un percorso coerente.
Prima del tour, Piotta presenterà il nuovo album dal vivo in due date speciali: sabato 11 aprile a Roma presso il Largo Venue e venerdì 17 aprile a Milano all’ARCI Bellezza. Sarà l’occasione per vivere dal vivo la forza emotiva del disco, tra melodie, parole e suggestioni visive, in un dialogo diretto con il pubblico che promette di essere intenso e indimenticabile.

 

In attesa dell'imminente uscita del disco, abbiamo incontrato Piotta per chiedergli come è nato questo suo dodicesimo album in studio. Ecco cosa ci ha raccontato di Si riparano ricordi. 

Approfondimento

'Na notte infame di Piotta, quando il rapper diventa un cantautore

Quanto della tua esperienza personale in Si riparano ricordi è ancora legata a tuo fratello Fabio?
Tantissimo. Non credo sia un caso che gli ultimi due dischi abbiano questa forte dimensione emotiva, fatta di testi che intrecciano poesia, pittura e riflessione. La presenza della poesia nel disco è consistente. C’è anche l’idea di creare un ponte tra il rap, da cui vengo, e il cantautorato che ho sempre amato. Per me è arrivato il momento di rivendicare l’elevatezza del cantautorato italiano.

 

Cosa pensi dell’impiego dell’intelligenza artificiale?
La paragono un po’ all’esplosione dei campionatori negli anni ’80: tutto dipende dall’approccio creativo che si ha con la macchina. Se l’IA serve solo a compensare la mancanza di creatività, diventa un problema. Se invece viene usata in modo creativo, integrandosi con l’artista, può essere utile. Le macchine devono essere al servizio dell’umanità, non sostituirsi alle emozioni o al lavoro umano. Sono affascinanti, ma non possiamo rinunciare alla nostra libertà per paura: usarle come supporto va bene, ma fingere di creare qualcosa senza vissuto reale non funziona. Deve sempre esserci un’esperienza, solare o crepuscolare, dietro.


Come hai scelto quali ricordi “riparare” musicalmente?
Ho cercato di far emergere ricordi personali senza limitarli all’autobiografia. L’idea era elevare esperienze intime a qualcosa che potesse toccare chiunque, trasformandole in ricordi condivisi, collettivi, pur mantenendo un legame personale.

 

In che modo il kintsugi ha influenzato la scrittura delle canzoni?


Sono partito dall’idea di riparare qualcosa di intangibile, cioè le ferite e i ricordi emotivi. Poi ho scoperto il kintsugi, tecnica giapponese del XIV secolo, che ripara gli oggetti rotti trasformandoli in qualcosa di nuovo e più prezioso. La storia racconta che uno shogun, molto legato a una tazza del tè rotta, provò a ripararla con del filo di ferro: la soluzione era fallace, il tè continuava a fuoriuscire. Così si rivolse a artigiani giapponesi che ricostruirono la tazza con l’oro, donandole una seconda vita diversa, più ricca della prima. Questa tecnica mostra le crepe invece di nasconderle: le imperfezioni diventano valore. È una metafora perfetta della riparazione emotiva: non si tratta di cancellare il passato, ma di accettarlo, trasformarlo e renderlo prezioso. Anche nelle canzoni ho cercato di far emergere le “crepe” dei ricordi e delle emozioni, senza nasconderle, trasformandole in qualcosa di nuovo e significativo.

 

La titletrack alterna ritmo sincopato e introspezione: come bilanci questi due mondi?


Non è facile bilanciare il ritmo da cui vengo con testi introspettivi, ma è una sfida che volevo affrontare. Già l’avevo fatto con 'Na notte infame. Ho deciso che l’avrei ripetuta solo se le canzoni avessero avuto la stessa forza emotiva. Io e Francesco Santalucia, che ha collaborato ai testi, ci stupivamo dei risultati, alzando sempre di più l’asticella. Ritmo, emozione e letteratura convivono naturalmente. L’idea non era quella di produrre dei singoli, ma creare un insieme coerente e potente. L’idea alla base di queste canzoni non era quella di fare uscire singoli: l’elemento discografico è stato marginale in questo progetto.

 

Qual è stata la prima canzone dell’album che hai scritto e cosa ti ha ispirato?


La prima canzone è stata Così te ne vai, che uscirà come singolo o “focus track”, come si dice oggi. In pochi minuti racconta l’asse del disco. Così te ne vai e, appena dopo, Siamo noi sono state le prime tracce che ho scritto.

 

Cosa ci dici del videoclip che accompagna la canzone Così te ne vai?
Viviamo in una società molto estetica, e quindi anche la parte visiva era fondamentale: nel videoclip di Così te ne vai mi sono chiesto come dare un volto a chi “se ne va”. Non volevo una figura femminile, che avrebbe richiamato automaticamente la dimensione romantica, ma una figura maschile adulta, capace di trasmettere intensità e spessore, e di dare l’idea della dimensione più luttuosa che romantica. La scelta è caduta su Nicola Pistoia, attore con una lunga carriera teatrale e cinematografica. Ha lavorato anche con Ricky Tognazzi, principalmente in commedia, ma in questo videoclip porta un tratto più tragico e profondo. Mi piaceva l’idea che fosse una persona “storica” nel panorama teatrale, capace di dare alle immagini una forza emotiva intensa, in linea con il senso della canzone..

 

E per quanto riguarda la copertina dell’album?
Per la copertina cercavo qualcosa che richiamasse lo spirito del mio precedente album, ma con una nuova forza visiva. Ho scelto un’opera di Keisuke Matsuura: una testa gigante divisa in due parti, una piena e una vuota. Ho chiesto il permesso all’artista e abbiamo collaborato idealmente: lui con la scultura, io con la musica, entrambi mossi dalla stessa intenzione emotiva. L’opera di Matsuura, nata dopo lo tsunami, porta con sé un senso di ricostruzione e resilienza che rispecchia perfettamente il tema del disco.

 

Collaborazioni come quella con Simone Cristicchi o Tormento cosa ti hanno regalato artisticamente?


Ho voluto che le collaborazioni si basassero su due principi fondamentali: vera amicizia e un forte coinvolgimento creativo e artistico, soprattutto nei brani in cui gli ospiti partecipano. Con Tormento e Frankie hi-nrg mc, ad esempio, ci siamo ritrovati insieme per la prima volta in un pezzo, unendo esperienze e stili diversi dell’hip hop anni ’90. Per il brano dedicato a Pasolini, nato da un poemetto spurio di mio fratello e con una visione molto francescana e di cristianesimo primitivo, ho pensato subito a Simone Cristicchi. Il suo percorso artistico e umano si adattava perfettamente all’idea del pezzo. L’ho contattato, spiegandogli che avevo una traccia molto intensa da condividere. Gliel’ho mandata e lui ha scritto la strofa, che si è rivelata perfetta: spontanea, profonda e in totale sintonia con il resto del brano.

 

Quanto hanno contato gli elementi sonori e i frammenti audio per rendere l’album personale?


Gli elementi sonori sono stati fondamentali, proseguendo un percorso già iniziato nel disco precedente, che può essere considerato un “fratello” di questo. Io e Francesco Santalucia, che ha collaborato anche al disco precedente e alle colonne sonore di Suburra e La scuola romana, amiamo inserire campionamenti da vecchie cassette, come nel caso degli audio di mio fratello. Inoltre, per la prima volta ho voluto includere un monologo di Remo Remotti, in cui parla di pittura. Non avevo mai scritto una canzone che citasse pittori, ma la pittura contemporanea è una passione che mi viene da mio zio. Inserire questi frammenti non è stato solo un omaggio: ha reso l’album ancora più personale, creando un ponte tra ricordi, arte e musica.

 

Tra piano, synth e archi, qual è lo strumento che senti più vicino alle emozioni del disco?
Il pianoforte. Questo disco è molto pianistico, più del precedente. Per me è lo strumento giusto per comunicare emozioni profonde, creando un legame viscerale con il pubblico, al di là del ritmo.

E così te ne vai apre uno spiraglio di speranza: come lavori sul contrasto tra dolore e luce?
Lavoro sempre per aggrapparmi alla luce, anche quando racconto dolore. È un processo personale, ma anche collettivo: trasformo il lutto e l’assenza in esperienze condivise, cercando di portare qualcosa di luminoso attraverso la musica e la poesia.

 

Brani come Pezzi di vetro e Colori intrecciano poesia, pittura e rap: come nascono queste contaminazioni artistiche?


Gran parte di questa contaminazione nasce dall’influenza di mio zio Carlo Roselli, che ha quasi 90 anni ed è un pittore professionista, classe 1939, con una formazione nella figurazione classica. Amo profondamente il suo lavoro sui colori e la capacità di trasformare una tela bianca in un mondo intero. Da bambino andavo a casa sua e vedevo una tela vuota; dopo pochi giorni, quella stessa tela era piena di vita, energia e storie. Mi affascinava la sua forza creativa e il senso di magia con cui riusciva a creare qualcosa dal nulla. Questo senso di meraviglia e di contaminazione tra mondi diversi—pittura, poesia e musica—ha influenzato profondamente la scrittura di questi brani.


Quante notti ancora riunisce Tormento e Frankie hi-nrg mc: quanto è stato importante creare un trittico unico nella storia dell’Hip Hop italiano?


Siamo amici da tantissimi anni e abbiamo vissuto l’hip hop quando era un genere libero, selvaggio, quasi un “alieno” rispetto alle dinamiche della musica mainstream. Oggi l’hip hop è enorme, ma allora era anarchico, e ognuno di noi portava uno stile diverso: melodico e riflessivo Tormento, politico e sociale Frankie, e il mio più ironico e sarcastico, alla romana. Il mio primo live importante fu proprio aprendo un concerto di Frankie a Roma, quindi queste esperienze ci legano profondamente. Quando ho iniziato a scrivere Quante notti ancora, ho capito subito che era perfetto coinvolgere chi quelle notti le aveva vissute con me: persone che condividono la fortuna di un sogno realizzato, quella magia di cantare davanti a migliaia di persone. Ogni strofa è scritta con cura da ciascuno di noi, perfetta nel suo stile individuale, ma ascoltate insieme sembrano nate nella stessa stanza, come se fossimo seduti fianco a fianco a raccontare la stessa storia.

 

Sul palco, quali momenti del disco immagini più intensi da condividere con il pubblico e perché?


Alle presentazioni di Roma e Milano suoneremo quasi tutto il disco, una sfida non semplice ma a cui tenevo molto. Tra i momenti più intensi immagino Quante notti ancora, così come Così te ne vai, e Poemetto spurio con la voce di mio fratello Fabio, che verrà ascoltata anche prima che io salga sul palco. Voglio arricchire l’esperienza con visual che accompagnino suoni e parole: immagini che dialogano con i testi, volti, storie di luoghi e simboli. L’idea è trasformare il concerto in un percorso emozionale completo, dove musica e immagini si intrecciano per rendere ogni momento più vivido e coinvolgente.

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