Moà, l'album Bouquet: "Cambiamo il mondo coi sorrisi e la gentilezza"

Musica
Fabrizio Basso

Fabrizio Basso

Credit Emanuele Tetto

La cantautrice di Orvieto col suo album ci porta in un mondo dove la poesia accarezza persone, oggetti e storie. L'INTERVISTA

Moà canta Bouquet. E il discorso potrebbe finire qui, perché una forma elevata di poetica musicale non ha bisogno di un racconto: basta l’ascolto.

Ma Moà, all’anagrafe Martina Maggi, va approfondita, un po’ come le note a margine dei libri di testo. Bouquet, album prodotto da Musa Factory (Musica contro le mafie), distribuito da Believe con il contributo di Nuovo Imaie, intreccia jazz, poesia e libertà espressiva in un dialogo tra passato e presente.

Prodotto dal Maestro Massimo Moriconi, Bouquet unisce la raffinatezza del linguaggio jazzistico alla forza narrativa della canzone d’autore, dando vita a un racconto di rinascita personale e artistica.

Ogni brano è un fiore distinto, con un profumo, un colore e un’emozione propri, che sboccia in armonia con gli altri, raccontando stati d’animo, stagioni interiori e sfumature emotive: dalla delicatezza più intima alle fioriture più luminose.

La voce di Moà, delicata, vibrante e viscerale, si intreccia ad arrangiamenti raffinati, tra pop e suggestioni jazz, invitando a un ascolto attento, intimo e avvolgente.

Martina presenti Bouquet come un progetto che non necessità di spiegazioni ma che è un gesto d'amore verso la musica. Come ci hai lavorato e sei subito partita con l'idea di fare fiorire il progetto?

Sono partita con l'elaborazione del progetto di fare il disco nuovo. Il concetto del bouquet è arrivato durante gli arrangiamenti, scoprendo che la tematica è di rinascita ma anche che ogni brano aveva vita a sé. A un certo punto i fiori li ho visti distinti, anzi ho visto un mazzo fiori che si schiudeva legato con un nastrino. Da quell'immagine l'album ha preso anche l'estetica e la narrazione pure con la prospettiva di come lui si raccontava a me. Poi volevo qualcosa di più di un merchandising, qualcosa che raccontasse le canzoni fino a indossarle: ne ho parlato con la designer venezuelana Ana Pia Leon che si è subito entusiasmata, dopo la prima riunione già presentava prototipi. E' nata così Cataleia, una linea di accessori ispirata ai fiori di Bouquet, simbolo di resilienza e rinascita: sono realizzati con materiale ecologica PLA, fatto dagli estratti di amido di mais e dalle barbabietole da zucchero. E' solo l'inizio, arriveranno altre sorprese

 

Come nasce il tuo nome d'arte Moà, cui, se non sbaglio, hai anche dedicato una canzone nel primo album.

E' una espressione di mio papà da piccola simile a un wow: quando c'era stupore per un cielo stellato visto insieme diceva così; la canzone nasce dalla meraviglia, è un viaggio surreale in un mondo fantastico con una voce che riempie la mia esistenza.

 

Facciamo un passo indietro a Strega dove cantavi che col coraggio e le emozioni autentiche si poteva partire alla conquista di se stessi. La pensi ancora così o quando guardi un telegiornale ti avvilisci?

Difficile non avvilirsi in generale davanti a un telegiornale, al di là dell'accettazione di noi stessi. Sono sempre più convinta che essendo se stessi si raggiunga una felicità sudata e cercata quotidianamente, è la legge dei piccoli passi.

 

"Pronta a morire per un'alba nuova": credi nell'orizzonte? Hai fiducia nella tua generazione e quella che sta arrivando e che ha riscoperto il valore consapevole della piazza? Oggi sappiamo gridare forte Libertà?

Credo di più nei ventenni che nei trentenni, chissà mai se riusciremo o svegliarci completamente, tra un po' sarà tardi. Insegnando vedo tanta voglia di fare, osservo contenuti, profondità e sensibilità diversi. Sì, riusciamo a gridare libertà, sono felice quando ho visto la partecipazione alle manifestazioni pro Pal. Ricordiamoci che il cambiamento deve partire da noi anche solo con un sorriso e una gentilezza.

 

"La felicità la trovi se combatti" dici in L'Onda Sale. Per quello che conosco il tuo progetto credo che tu abbia combattuto assai per non tradire la tua idea d'arte. Ti senti in debito o in credito con la vita?

Assolutamente in credito: è vero che ho sempre lavorato tanto, da sola, a mie spese nel bene e nel male. Non è facile essere donna senza guida nel mondo dello spettacolo. Vivo di musica col sorriso e l'entusiasmo, ho musicisti straordinari intorno dunque sono in credito.

 

"L'amore non si chiede (vede)": non si chiede perché è un dono e in quanto tale arriva e non si vede perché anche se non lo percepisci c'è?

C'è un riferimento al Piccolo Principe, le cose più preziose non le vedi ma la senti. L'amore va dato senza dovere chiedere. Il messaggio è farlo fluire perché l'umanità senza amore è nulla.

 

PM è una dedica a Palermo con tanti elementi umani e personali a partire dall'aeroporto dentro la pancia: che storia ha?

E' una vecchia storia d'amore, forse la mia prima importante. Il testo è rimasto un bel po' in attesa, ci sono affezionata e lo ho voluto anche come singolo. E' il riassunto perfetto di quello che volevo trasmettere nell'album. Quella città ha rubato un po' del mio cuore e lì racconto la sua meraviglia del centro storico fino alla melanconia della periferia. Alla fine di ogni brano metto un po' di speranza anche quando mi presento da artista piagnona nei brani d'amore.

 

In I'll Be There c'è un senso di movimento e di cura, soprattutto nella frase finale "I won’t be alone until You’re at home": cosa sono per te le radici?

Casa, la mia famiglia, mamma, papà e mio fratello. Sono cresciuta in un borgo che sembra un presepe e le radici le sento quando mi avvicino alle colline di casa e odo la voce di mio padre che risuona in cucina. I fiori vengono da quei posti incantevoli: bicicletta, prato e cielo bastano per la creatività, oggi non sappiamo più immaginare.

 

Il tuo Guardami Medusa mi ha ricordato Medusa Cha Cha Cha di Vinicio Capossela ma la canzone è molto terrena: che storia ha?

Non lo sapevo. Per me è esorcizzare una paura importante che la mia famiglia ha affrontato e che si chiama cancro; mi sono messa al pianoforte ed è arrivata immediata. Quando arriva la telefonata che c'è il cancro e non c'è più niente da fare, lei prega Medusa per non dovere vivere la malattia dell'amore ed essere trasformata in statua. Per l'eternità vivranno insieme in un abbraccio eterno, lei statua e lui pianta.

 

Parli del Dio più grande che potrai incontrare: sei credente?

Credo nella reincarnazione. Non sono cattolica, sono molto spirituale parlo più con l'universo e con l'energia buona che con una divinità.

 

"Solo chi Ama e dopo perde tutto, in un secondo sarà immortale": sembra un ossimoro. Come è nata questa visione?

E' dentro Medusa, è credere in qualcosa di noi che possa tornare per sempre, come per addolcire quello che ho vissuto in famiglia. La canzone Frida era una dedica a chi non c'era più mentre Medusa è una ballata per esorcizzare la paura e ci lascia la speranza che torni per rendere più dolce l'addio.

 

Cantare per un mondo che sta morendo è salvifico è come essere l'orchestra che suona ancora mentre il Titanic affonda?

Sì però provando a non affondare, io sto a galla solo cantando. Un po' di poesia può salvare la situazione.

 

Cantare per il bambino che voleva essere un duro è un omaggio/citazione a Lucio Corsi?

Esatto, poi ci sono il cielo blu di Domenico Modugno, gli arrangiamenti degli anni Sessanta e anche un po' di Adriano Celentano.

 

Bolla d'Aria è una canzone cinematografica, ascoltandola a occhi chiusi ci porta in un film: esiste davvero la casa al mare che citi?

Esiste ed è quella dove vivo adesso. Nel disco il mare torna spesso, ne parlavo nei testi anni fa di quella casa e ora ci vivo.

 

"Tra chissà domani e io com’ero" c'è l'oggi: sei una donna on time oppure la velocità di questa epoca ti destabilizza?

Un po' mi destabilizza perché sono iperattiva. La soffro, gli sto dietro per quello che posso ma non sono wonder woman, sono una ragazza di trent'anni che ha trovato un suo equilibrio, che sa darsi pause da social e telefono, che evita il panico per essere sempre performativa. La soffro ma lavoro per gestirla sempre meglio.

 

Cosa oggi resta dell'eredità di Franca Viola (nella Sicilia degli anni Sessanta rifiuto il matrimonio riparatore e il suo gesto portò alla codanna del violentatore, dei complici e al cambio della legge, ndr), cui hai dedicato una canzone, oltre a una lezione che non abbiamo imparato?

La canzone la ho scritta dopo uno speciale visto in televisione con mia madre: mi ha scandalizzato che non ne avevo mai sentito una parola a scuola. Le nuove generazioni sanno farsi sentire anche se non gli si possono dare responsabilità per la prospettiva storica che si ritrovano. Il coraggio di Franca non mi sembra comune, ha ribaltato la storia, si è messa contro la famiglia mafiosa e ha trovato un padre che le disse figlia mia ti appoggio. Divulghiamo la sua storia.

 

Cosa c'è oggi in te dell'artista di strada che ama cantare scalza?

Tutto. La strada mi ha insegnato la spontaneità e la voglia di stare a contatto con la gente. Niente c'è di più bello di potere suonare per strada. C'è un radar di riconoscimento come tra i cani randagi. Poi amo scrivere un brano e testarlo in strada. Però oggi cammino meno scalza.

 

Alla fine possiamo dire che le tue canzoni hanno davvero portato un po' di poesia in questa vita?

Me lo auguro, quello era l'intento, mi sono arrivati biglietti e messaggi di persone che lo hanno ascoltato parlando di un qualcosa di diverso. Il pubblico risponde dunque spero di sì, che sboccino sempre più di questi fiori

 

Martina infine che accadrà nelle prossime settimane?

Sto già scrivendo un secondo bouquet, a marzo si torna a teatro, altre date si stanno aggiungendo e troverete tutto presto sui miei canali social.

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