Asteria, l'album Ferite per Tutti: "Romanticizzo momenti importanti della mia vita"

Musica
Fabrizio Basso

Fabrizio Basso

La giovane artista bergamasca ci accompagna in un viaggio interiore che non conosce sovrastrutture e che nel finale diventa liberatorio. L'INTERVISTA

Canzoni immediate ed essenziali con una scrittura diretta, scevra di sovrastrutture. Ferite per Tutti di Asteria è un disco che indaga la dimensione relazionale dell’esperienza umana, partendo da un presupposto essenziale: nessuna esistenza è isolata, ogni individuo abita uno spazio personale che, spesso senza accorgersene, entra in relazione con quello degli altri. L'album di Asteria, alias Anita Ferrari, guarda alle vite come parti di una struttura comune, fragile e permeabile. Un insieme fatto di prossimità e distanza, di presenze e assenze, in cui ogni gesto ha una conseguenza e ogni ferita altera l’equilibrio complessivo. Il dolore, come l’amore, non resta confinato a chi lo prova: si diffonde, lascia segni, modifica ciò che lo circonda. Non è un concetto astratto, il tema cardine è come l'empatia, nello specifico i neuroni specchio, espandano l'emotività di un singolo individuo a chi lo circonda.

Partiamo da Ferite per Tutti, un album nato da un’urgenza emotiva, dalla necessità di indagare le sfumature delle relazioni in profondità: come è nato e come ci hai lavorato?

Nasce nel mio studio. Rispetto al precedente Yacht Club, qui c’è una dimensione più mia, anche con il rischio di sbagliare. Racconto episodi della mia vita che ho deciso di romanticizzare: è un disco molto libero, c’è l’urgenza di parlare di relazioni umane e d’amore, con gli altri e con sé stessi. Schegge di Vetro, ad esempio, l’ho scritto per me.

Luigi Pirandello diceva che il mondo è un immenso teatro dove ogni essere umano ha un ruolo ben definito: sei di questa idea? E comunque, è così difficile cambiare?

Sì, nel senso che ogni famiglia ti dà un ruolo e lì nascono i traumi che poi ti rendono artista. È difficile cambiare, ma non impossibile: basta avere la forza di rompere quegli schemi. Il ruolo che ho nella vita non mi ha definito come artista; il mio ruolo mi ha costretto in situazioni sbagliate e la musica ha sublimato la negatività rendendola arte.

L’album si apre con l’intro Scusami e con Guilty: parti dai sensi di colpa perché è la parte più complessa del viaggio e cerchi di risolverla subito, perché “i pensieri cominciano ad attaccarmi”?

Parto dall’incomunicabilità. Volevo spingere il punto in cui si è legati anche con sé stessi e il messaggio non arriva: c’è solo la cornice, c’è il guardarsi allo specchio e dire che hai sbagliato tutto. Volevo risolvere un conflitto che nel disco diventa analisi della complessità relazionale, per districarla nel finale.

Guilty parla di inadeguatezza rispetto alle aspettative della società e, a volte, familiari: credi sia un problema della tua generazione seguire “indicazioni che non portano a niente, solo angoli morti”?

Quasi più dei miei genitori, dei baby boomer, è lì il seguire vie tracciate che garantiscono un risultato certo. Noi tendiamo a rischiare di più: l’ansia da prestazione è alta, ma ci lanciamo. Non rinuncio a una serata con amici per dare un esame, farò entrambe le cose. È difficile trovare questo equilibrio, ma ci provo.

Quando dici “sto su un’altra galassia a guardarmi, qui gli errori son piccole cose”, intendi dire che la percezione dell’errore è soggettiva? Quello che è grave per te non lo è per me e viceversa?

Esattamente, è la frase che più amo nella canzone. Sulla mia galassia i miei valori reputano l’errore qualcosa da cui ripartire e non qualcosa di irreparabile. Di solito tendiamo a vedere l’errore come negativo, ma nella mia galassia, e rispetto al pensiero comune, diventa un feedback del nostro corpo o del mondo esterno, e si valuta se e come aggiustarlo.

La tua ricerca di luoghi in cui prendere fiato è costante o va a periodi?

A periodi. Più mi sento compressa, più cerco un luogo in cui prendere fiato. In questo periodo mi sento libera e l’idea del missile, declinata nella canzone, è esplosiva.

“Cambiamo i sogni ma mai la realtà”: capita solo intorno ai sedici anni oppure è il ritornello di una vita? Ci sono anche quelli molto strani di Ciò che sarà.

I sedici anni sono l’età del sogno e della disinibizione. Mi piace pensare al sogno come completa libertà, che sia disturbante o super piacevole. È il leitmotiv della vita, perché il sogno non è nel sonno ma è un obiettivo costituito da valori. Mi piace quando mi dicono che sono una sognatrice. Nei sogni Anita e Asteria sono vicine, anche a costo di essere vista come strana.

In molti brani parli di melanconia e nostalgia: sono due stati dell’anima che ti riappacificano con te stessa oppure sono come la marea, coprono le tracce che poi tornano con altri profili?

Cambiano forma. Mi fanno avere il controllo su quello che non ho più, ma anche su quello che desidero. Alla tedesca parlo di melanconia come qualcosa che non ho ancora vissuto. La melanconia mi restituisce un controllo emotivo: è un processo trasformativo.

Oggi diffidi da chi ha gli occhi verdi, temi siano pugni al cuore e pure in faccia?

Resto affascinata dagli occhi verdi in maniera quasi autolesionistica. Sono stati, quegli occhi, il primo assaggio di vera libertà in una relazione, seppure cortissima. È il ricordo dei sedici anni e di un’adolescenza che ho vissuto più tardi, ma con strumenti più salvifici.

Ciò che sarà racconta un amore difficile, in alcuni passaggi pare tossico: è la conferma che in amore chi fugge al momento giusto… vince?

Forse sì, per me lo è stato. Mi sono salvata fuggendo, ma il brano l’ho scritto prima: il mio corpo già presagiva l’epilogo.

Cosa ti piace dell’arte di Egon Schiele, che citi all’inizio di Schegge di Vetro?

Tutto, ma soprattutto la scheletricità con cui disegna i corpi: non mi rappresentano, ma ci vedo il mondo interiore. Sono vivi, ma hanno qualcosa di morto. Mi piace l’estetica e quello che mi comunicano.

Ricollegandomi a Supercar, spesso ricorri al concetto di “senz’anima”: se fossi una regista saresti George Romero, che nei suoi film ospita solo zombie?

Forse no, amo la vita. Di “senz’anima” ne parlo non come stato costante di chi è nato senza: l’essere umano cancella l’anima per non soffrire, è una dissociazione.

Altro tema dei tuoi testi è l’incomunicabilità: in Eco ne parli con profondità. Che differenza c’è tra ascoltare e sentire?

Ascoltare è la musica al supermercato. Sentire è anche guardare negli occhi senza parlare, è fare proprio qualcosa. Sentire è mettere in gioco l’empatia e diventare una cosa sola.

In Mai più dici “non sono scappata da tempo”: ti regalo una consonante e ti levo la negazione, diventa “sono scappata dal tempo”. C’è un’epoca che vorresti avere vissuto e un personaggio che vorresti essere per 24 ore?

Sono super noiosa: sono figlia di questa epoca e della mia vita. Per ora ho ottenuto quello che volevo. Mi sento connessa a tutte le epoche, ma partendo da ora, che sono qui.

Chi è la tua sirena Lorelai? Quella di pietra faceva schiantare i naviganti, la tua i cuori?

È chi mi ha distrutto l’anima, è quella che ti porta sulla strada sbagliata, che ti costringe nella sua estetica. A lungo mi sono persa sul bello e solo con gli anni ho imparato a non farmi ammaliare dal bello fuori e marcio dentro. Lorelai è una nuova consapevolezza.

Che accadrà nelle prossime settimane?

Il mio sogno è raccontare Ferite per Tutti dal vivo. Non ho ancora date fissate, ci sta lavorando il booking. Presto troverete tutte le informazioni sui miei canali social.

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