Ligabue - E' andata così, un viaggio lungo 30 anni raccontato in una docu-serie

Musica

Fabrizio Basso

Credit Jarno Iotti

Un biopic in 7 capitoli, ciascuno composto da 3 episodi di circa 15 minuti, nel quale l'artista ripassa le tappe della sua vita, dialogando con Stefano Accorsi tra aneddoti, curiosità inedite ed esibizioni esclusive. Inoltre il 16 ottobre presenterà alla Festa del Cinema il corto Sogni di Rock'n'Roll. L'INTERVISTA

Trent'anni in sette appuntamenti. Luciano Ligabue si racconta con entusiasmo e un po' di melanconia partendo dal primo disco per passare al rapporto con i fan, la consacrazione, le crisi, i film da regista e poi gli inciampi e i grandi successi. L'appuntamento è su RaiPlay con Ligabue - È andata così: è la prima docu-serie, disponibile dal 12 ottobre sulla piattaforma digitale Rai, che ripercorre i 30 anni su e giù da un palco del Liga, attraverso la voce narrante di Stefano Accorsi, con la regia di Duccio Forzano. A proposito del progetto Stefano Accorsi ha spiegato che "abbiamo raccolto più di cinque ore di materiale ed è un viaggio ambizioso perché racconta un viaggio così importante anche attraverso i momenti meno semplici. Ci siamo divertiti a farlo, ridere insieme e affrontare anche le zona d’ombra racconta bene chi è Luciano. È un racconto diretto che si sviluppa non all’interno di una canzone. Con Luciano si ride e si parla di un sacco di cose, non ci si annoia, dietro un suo punto di vista c’è sempre un pensiero ed è raro oltre che prezioso". Prodotta da Friends & Partners e Zoo Aperto, Ligabue - È andata così rappresenta una cavalcata mozzafiato, dalla fine degli anni Ottanta a oggi, in un viaggio che mescola, senza soluzione di continuità̀, immagini di repertorio, dialoghi scritti ad hoc e testimonianze di ospiti, con un continuo avvicendarsi di registri narrativi. All’interno della serie le canzoni e la carriera della rockstar si intersecano ai fatti di cronaca e di costume più̀ salienti degli ultimi 30 anni, che non rappresentano solo semplici elementi di un contesto storico, ma sono episodi che hanno avuto un’influenza sulle scelte e sulla vita dell'artista. Insieme alla musica si rivivrà anche un altro percorso di Ligabue, quello dedicato ai film e ai libri, per evidenziare lo sguardo intimo e inedito dell'artista che si racconta dai suoi luoghi d’elezione: il suo studio e il suo paese, Campovolo. Ma lascio ora che sia Luciano a portarci nel suo...è andata così. 

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Luciano sette capitoli e sette temi scelti, tutto scorre seguendo il tuo numero feticcio.
Il progetto all’inizio è stato intrigante ma era difficile capirne la forma perché era il come raccontare la mia storia che avrebbe fatto la differenza.  Poi sai che il 7 è un numero importante…
Hai coinvolto Stefano Accorsi.
C’è una amicizia di vecchia data ma lui sa cazzeggiare e mi piaceva ci fosse una parte umoristica. Fa il deejay che racconta, fa il complice e ogni tanto sbrachiamo perché ci veniva bene.
Difficile raccontare Luciano oltre Ligabue?
È sempre difficile perché io credo che le canzoni dovrebbero saper parlare da sole. Ma è un pensiero quasi codardo. La terza puntata è Parlaci di te e smentisce uno degli aggettivi che mi appioppano che è riservato: è la puntata sulle cose più intime, una messa a fuoco su un aspetto che forse risulta vago rispetto a quello che scrivo.
Mi riassumi le sette puntate?
La prima racconta gli esordi, la seconda è Boom con l'esplosione a metà degli anni Novanta. Della terza ti ho già detto. La quarta è Facci un po' vedere ed è focalizzata sui miei tre film. La quinta indaga le mie tre grandi crisi professionali, tra cui una che volevo ritirami. La sesta è 100mila storie ed è il mio rapporto col pubblico che è un concetto anche un po’ arrogante perché il pubblico non è mai tuo, poi devi restituirlo a se stesso. Infine, chiudo con l’anima dei posti dove abbiamo suonato, dai parcheggi dei supermercati fino alla nuova Arena RCF di Campovolo che verrà nel 2022.
Il tuo rapporto con Correggio e la provincia è sempre rimasto molto forte?
Sì, lo confermo. Si vedono parecchie sequenze riprese dai droni. Infatti, sono sempre rimasto lì a vivere.
Che effetto fa vederti in una docu-serie? Ti sei visto molto cambiato?
Poche sono le cose che non sono cambiate. Si cambia naturalmente figurarsi con un mestiere con tutte queste sollecitazioni emotive. Se si guarda cosa ho combinato nei 30 anni precidi ho fatto un mucchio di cose, significa che sono sempre andato avanti a testa bassa. Il Covid mi ha permesso, non potendo guardare avanti, di guardare indietro, muovendo anche parecchia nostalgia e tenerezza.
Gli stadi torneranno essere pieni? Che ne pensi?
Sono contento di avere sentito che siamo stati virtuosi nella gestione della pandemia, poi che il mio settore è stato colpito è vero, una categoria intera di lavoratori è stata messa in ginocchio. Io friggo in attesa della mia festa nel 2022, spero si torni alla normalità ma serve la giusta cautela.
Quale è stato il tuo cambiamento più grande e come ti ha cambiato il Covid?
I cambiamenti si subiscono nel nostro quotidiano, è lui che ci fa cambiare, spesso sono difficili da trattare ma credo che trovarsi a che fare con persone che credono in te e mandare loro messaggi attraverso le canzoni è una responsabilità quotidiana. Sono tossico di live e mai sono stato fermo due anni, guardo a giugno del 2022 come un obiettivo che merito e merita anche chi ha conservato il biglietto per due anni.
Le tre crisi?
La prima è quella del terzo album, Sopravvissuti e Sopravviventi, che sembrava avere fatto sparire il pubblico. La seconda è datata a fine anni Novanta e riguarda la gestione della popolarità che ho risolto in Miss Mondo dove ho parlato delle parti oscure del successo e la gente non le vuole sentire perché il successo è il nirvana occidentale. Poi in Made in Italy per un concept album che diventa un film e mi sono trovato a impersonare un’altra persona, Rico, è poi ho perso la voce per un polipo alle corde vocali con la sensazione che non sarebbe stata di prima: è passato ma quando ci passi in mezzo è dura.
Se non fosse andata così?
Con i se non si fa nulla, credo forse che avrei cambiato molti lavori perché la mia vita antecedente a quella musicale mi ha fatto cambiare spesso. Chissà se li avrei trovati in questo periodo.
Cosa è rimasto fuori?
Ti dico che solo i miei singoli sono 77 e non ci sono stati tutti. Una vita non sta neanche in un libro, si va per sommi capi.
Le certezze nei momenti difficili?
La mia stella polare è stata di non potere rinunciare a fare concerti. Dalle mie parti si dice mai gettare via il brodo grasso; avere di fronte un pubblico è il mio spettacolo ed è un peccato doverne fare a meno.
C’è una bugia cui non hai mai smesso di credere?
Ci sono forme di idealismo cui non ho mai smesso di crede nonostante tutto e sapendo che ogni volta ci sbatto il muso ma devono esserci e sono sempre le stesse.
Con un aggettivo come definiresti questa nuova avventura?
Grossa.
Ora che accadrà?
Aspetto una ripartenza, devo rimettere nel mio quasi quotidiano il salire sul palco. Le cose collaterali se ci saranno arriveranno in maniera quasi improvvisata.

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