I 50 anni di "The Man Who Sold The World", la canzone che visse due volte

Musica

Giuseppe Pastore

Composto da David Bowie, rilanciato da Kurt Cobain nel 1993, amato da generazioni di appassionati, è un pezzo che col tempo ha finito per appartenere più ai Nirvana e al genere grunge

50 anni fa, il 4 novembre 1970, il mondo veniva a conoscenza di The man who sold the world. Se avete meno di trentacinque anni, è probabile che stiate pensando: “ma come? I Nirvana erano così vecchi?”. Se ne avete più di quaranta, è invece probabile che stiate annuendo soddisfatti all'idea che qualcuno renda merito a David Bowie per una delle sue hit inizialmente meno considerate dallo stesso Bowie, tanto che per quasi un decennio non l'aveva mai eseguita dal vivo. Un brano poi reso immortale e proverbiale da Kurt Cobain, la sera del 18 novembre 1993. Ma andiamo con ordine.

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La prima versione di The man who sold the world fu registrata tra i Trident Studios e gli Advision Studios di Soho, Londra nella primavera del 1970, un periodo in cui Bowie – fresco di matrimonio con Angela Barnett – non sembrava prestare troppa attenzione al proprio lavoro: “Non aveva proprio nessuna voglia di uscire dal letto e scrivere una canzone”, ricorda il bassista e produttore Tony Visconti: “Noi buttavamo giù gli accordi, gli arrangiamenti, gli assolo di chitarra, i sintetizzatori e David se ne stava nel corridoio degli studi, mano nella mano con Angela a tubare”. Una registrazione afflitta da qualche incidente di percorso come l'arrivo alla batteria di Mick Woodmansey, dopo il divorzio dal precedente batterista John Cambridge che aveva avuto alcune difficoltà nell'esecuzione di altri pezzi dell'album. Il brano diede il titolo al terzo album di Bowie, un anno dopo Space Oddity che aveva avuto un buon successo: The man who sold the world era però un lavoro molto più duro e radicale del precedente e così – quando uscì il 4 novembre 1970 – ottenne buone recensioni ma scarso successo commerciale. L'interpretazione di un testo oscuro e fondamentalmente pessimista appassiona da anni migliaia di persone: abbiamo chiesto una mano a Paolo Madeddu, autore di David Bowie - Changes, Le storie dietro le canzoni (Giunti Editore, in uscita in questi giorni). 

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We passed upon the stair
We spoke of was and when
Although I wasn't there
He said I was his friend
Which came as some surprise
I spoke into his eyes,

"I thought you died alone
A long long time ago"

 

“Stando a Visconti il testo fu composto all'ultimo momento, partendo dalla poesia Antigonish di Hughes Mearns: una poesia piuttosto nota nella cultura angloamericana, citata in numerosi libri e film, che inizia con i versi: "Yesterday, upon the stair, I met a man who wasn't there!". Una classica storia di fantasmi di ambientazione scozzese, che invece Bowie trasforma in un dialogo con sé stesso: "Ci incrociammo sulla scala, parlammo di cosa fu e quando, malgrado io non fossi lì". La voce di Bowie viene filtrata in modo da sembrare spettrale, mentre Mick Woodmansey suona un particolare strumento sudamericano, chiamato güiro, che viene “grattato” quasi a evocare scale che cigolano”. Chi dei due è il fantasma, l'uomo che “non c'è più”? “Non è così chiaro - tanto più che nello scambio di battute uno dice all'altro: "Pensavo fossi morto tutto solo, parecchio tempo fa". La risposta è "Oh, no. Non io... Io non ho mai perso il controllo della situazione. Sei faccia a faccia con l'uomo che ha venduto il mondo".

 

Cosa rende diversi i due “io” qui rappresentati da David Bowie? Probabilmente il rapporto con la fama e il successo, che a volte possono provocare incertezza e spaesamento. Gli ultimi versi alludono alla ricerca di una forma umana definitiva che il protagonista sta cercando con irrequietezza (“I searched for form and land / Years and years I roamed”), in una progressiva perdita di umanità ed empatia verso il prossimo. “Nell'interpretazione più diffusa”, continua Madeddu, “Bowie sarebbe talmente in conflitto con se stesso, di fronte alle scelte che potrebbero fargli salire quella scala e dargli il sospirato successo nella musica, da diventare letteralmente un altro. L'incontro sulla scalinata sarebbe il confronto tra il Bowie più tormentato e la parte di lui che non ha mai perso il controllo e non ha mai smesso di crederci nemmeno dopo tanti anni allo sbaraglio, senza una vera direzione. Va da sé che il pensiero della schizofrenia del fratello gioca un ruolo non secondario nell'avallare questo punto di vista. Comunque sia, alla fine della canzone i due tornano a essere uno. Nel bene e nel male: "Dobbiamo essere morti tutti soli, parecchio tempo fa". E contemporaneamente, "Noi non abbiamo mai perso il controllo". 

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La canzone rimane un pezzo minore della discografia di Bowie per un ventennio abbondante, nonostante un riuscito duetto con la cantante scozzese Lulu ne rilanci la popolarità, riportandolo al numero 3 delle classifiche britanniche. È per puro caso che lo scoprono i Nirvana, quindici anni dopo: in un negozio di dischi di Boston, secondo il racconto che ne fa Chad Channing, batterista del gruppo fino al 1990. “Ho trovato questa copia di The man who sold the world, in buono stato, con il poster dentro e via dicendo... E Kurt e Krist Novoselic non lo conoscevano, così gli ho domandato: quale David Bowie preferite?. E loro: beh, l'unico David Bowie che conosciamo è quello di Let's dance. E Kurt Cobain ne rimane tanto affascinato da inserirla tre anni dopo nella scaletta di uno show unplugged a New York trasmesso da MTV, che poi è l'esibizione che oggi su Youtube è arrivata a oltre 315 milioni di visualizzazioni.

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La versione dei Nirvana, in quel momento un vero culto pagano da milioni di fedeli, è più sporca dell'originale: i raschi della voce di Cobain le danno un senso di amarezza che l'originale – più ironica – non aveva, così come è più cupo e dolente l'atmosfera dello show, con Cobain seduto su una sedia appoggiata su un pavimento cosparso di candele. E un importante cambiamento nella seconda strofa, dove il “we must have died alone” di Bowie diventa “I must have died alone”, verso sinistramente profetico alla luce di ciò che accadrà nei mesi successivi. “E' significativo che Cobain, che prima non conosceva Bowie, venga folgorato da questa cosa e adotti il pezzo”, conclude Madeddu. “Da vero rocknerd, tutte le cose che voleva esprimere davvero le esprimeva con le parole di qualcun altro, come ha fatto poi con Neil Young nella tragica suicide note scritta poco prima di togliersi la vita”. Nella versione dei Nirvana, il pessimismo del pezzo diventa cosmico e inguaribile, una soffocante spirale in cui l'uomo sulla scala si rivolge a sé stesso e gli scopre negli occhi “a gazeless stare”, uno “sguardo senza sguardo”. È per dettagli come questo che The man who sold the world, un pezzo che col tempo e lo scorrere delle generazioni ha finito per appartenere più a Kurt Cobain e al grunge che a Bowie, con grande scorno dell'autore originale, oggetto di decine di cover negli anni successivi da Beck a Michael Stipe, è diventato inno generazionale di un'epoca di confusione e disillusione. E perciò, perfettamente contemporanea.

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