Il regista messicano presenta a Venezia il suo Frankenstein: un’opera gotica che riflette sull’identità, la solitudine e il bisogno di appartenenza, con un cast stellare e una visione profondamente personale
Alla Mostra del Cinema di Venezia (LO SPECIALE - LA DIRETTA DELLA QUINTA GIORNATA), uno degli appuntamenti più attesi dell’82ª edizione è la prima mondiale di Frankenstein, il nuovo film di Guillermo del Toro. Dopo il successo di Pinocchio, premiato agli Oscar, il regista messicano torna al gotico con un progetto che definisce “il sogno di una vita”. Il film, prodotto da Netflix e in uscita nelle sale a ottobre, segna il ritorno di del Toro a uno dei suoi temi più cari: la creatura di Mary Shelley, simbolo di solitudine e imperfezione.
Un Mostro imperfetto, ma profondamente umano
Ai microfoni di Sky TG24, Guillermo del Toro ha raccontato il legame viscerale che lo unisce al Mostro di Frankenstein, nato durante un’infanzia segnata dal senso di estraneità. “Quando ero bambino, non importava dove mi trovassi, mi sentivo a disagio. Non mi piacevano, non capivo le attività degli altri ragazzi. Non capivo mio padre, e mio padre non capiva me. Mi sentivo fuori posto, finché Boris Karloff non è apparso sullo schermo. L’ho visto e sono rimasto incantato”, ha detto il regista, ricordando il momento in cui la creatura di Mary Shelley è diventata per lui una figura di riferimento.
Cresciuto in un contesto profondamente cattolico, del Toro ha riconosciuto nel Mostro una figura quasi spirituale: “Per me lui era il vero Messia. Ho pensato: ‘È lui, è lui che seguirò’”. Un’ossessione che lo ha accompagnato fin da giovanissimo, ben prima di avere accesso a una telecamera: “Ero semplicemente affascinato dal disegnare il Mostro nei miei quaderni”. Oggi, quel legame si traduce in un film che è anche una dichiarazione d’identità: “Sento che lui è il santo patrono dell’imperfezione, il che è perfetto per me”.
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