Cuore Selvaggio di David Lynch, un amore che brucia da 30 anni

Cinema

Paolo Nizza

Dopo aver vinto la Palma D'Oro a Cannes, il 17 agosto del 1990  usciva al cinema negli Stati Uniti il film del regista americano con Nicolas Cage  e Laura Dern. Tra Elvis e Marilyn, tra la giacca di pelle di serpente e il Mago di Oz, scopriamo perchè la love story tra Sailor Lula continua a infiammare i cuori

Un fiammifero si accende e illumina l’oscurità. Ma proprio quando la fiamma sembra sul punto si spegnersi, un incendio divampa sullo schermo mentre le note del lied di Richard Strauss “Im  Abendrot “(«Al tramonto») accompagnano i titoli di testa. Una dissolvenza ci trasporta a Cape Fear, un luogo al confine tra la Carolina del Nord e quella del Sud. Il Mood ora è quello di Glenn Miller, il brano swing più famoso al mondo schiude le porte di Cuore Selvaggio. 

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Inizia così il film di David Lynch. Una pellicola che a sorpresa vince nel 1990 la Palma D‘Oro alla 43.ma edizione del Festival di Cannes.  Una vittoria fortemente voluta dal presidente della Giuria Bernardo Bertolucci. Con buona pace di Jean Luc Godard che parlerà di “abiette leggi dei Lynch Palmadorati” e del decano dei critici americani Roger Ebert che fischierà sonoramente all’annuncio del verdetto.

Forse l’opera era in anticipo sui tempi. Il Pulp era solo quello dei magazine americani con le loro copertine sfolgoranti. Due anni dopo, infatti, nel 1992 esordirà Quentin Tarantino con Le Iene. Ma Cuore Selvaggio non è solo l’epopea kitsch e fracassona di due giovani innamorati svalvolati. Il cuore del film continua a battere  a distanza di 30 anni. Perché è un film su un amore trovato all’inferno, come lo definì lo stesso Lynch. E si sa, l’amore non muore mai.

David Lynch e Isabella Rossellini a Cannes con la palma d'oro vinta per Cuore Selvaggio - ©Getty

Sailor e Lula dal libro al film

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Come talvolta accade ai capolavori cinematografici, all’origine c’è un libro. In questo caso si tratta di Wild At Heart: The Story of Sailor and Lula di Barry Gifford.  Monty Montgomery, produttore e amico di Lynch acquista i diritti dell’opera con l’intenzione di debuttare come regista e propone a David di produrlo.  E il cineasta risponde "Ma se leggendolo me ne innamorassi e volessi farlo io, il film?". E Lynch di quella storia si innamora davvero. Scrive la sceneggiatura in una settimana. Le riprese iniziano il 9 agosto del 1989. Il budget è di 9 milioni di dollari, cifra ragguardevole, ma lontana dai Blockbuster hollywoodiani. Si gira in California, Texas e Louisiana. Lynch apporta così tante modifiche durante il montaggio che Cuore Selvaggio, è pronto giusto un giorno prima della proiezione a Cannes. Insomma, una premiere da batticuore.

Nicolas Cage e Laura Dern, tra serpenti e chewingum

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«Questa è la mia giacca di pelle di serpente. Rappresenta il simbolo della mia individualità e la mia fede nella libertà personale.» È il mantra ripetuto da Sailor Ripley a chiunque si imbatta sulla sua strada. Peraltro, la giacca appartiene davvero a Nicolas Cage. Chiede a Lynch di usarla per rendere omaggio al film Pelle di Serpente con Marlon Brando e alla fine delle riprese la regala a Laura Dern. In un film come Cuore Selvaggio, dove la forma è contenuto, gli oggetti si trasfigurano in feticci, in simulacri dei personaggi. Basti pensare al chewingum che Lula Pace Fortuna mastica di continuo. La cicca serve a Laura Dern per imprimere il giusto tono alle battute e per entrare nei pantacollant di pizzo e nei body striminziti di una figura così lontana da quelle che di solito interpreta sullo schermo. Un po’ come la dentatura posticcia sfoggiata da Willem Defoe. Quelle gengive malate, quei denti marci sono la porta d’accesso per interpretare Bobby Perù, uno dei villain più perturbanti, mai apparso sullo schermo. E che dire del rossetto che Marietta, (Diane Ladd madre di Laura Dern sullo schermo e nella vita, trasforma in una sorta di maschera del teatro Kabuki, tra una vestaglia alla Carole Lombard, un acconciatura alla Katleen Turner, e una scollatura alla Dolly Parton. Insomma dalle sopracciglia alla Frida Khalo di Perdita Durango (una Isabella Rossellini ai tempi compagna di Lynch) agli scarafaggi nelle mutande indossate dal Cugino Dell (Crispin Glover), e persino l’orrore di una Sheryl Fenn, bambola di porcellana rotta con un fermacapelli nel cervello, non offuscherà la luce degli amanti. Le tenebre, nonostante il mafioso Marcello Santos scompariranno. Il dollaro d’argento sarà speso ai danni del benevolo detective Harry Dean Stanton. Ma Joanna Durango, un erinni dalla gamba gigia (davvero terrificante, tant’è che all’epoca, la gente aveva paura di parlare con Grace Zabriskie) non l’avrà vinta. Dolce come lo zucchero filato, sfizioso come la gonna di Marilyn Monroe sollevata da un getto d’aria, Cuore Selvaggio è un catalogo delirante di idoli, amuleti, talismani pop destinati a bruciare al calore delle fiamme della passione combustibile consumata tra Sailor e Lula.

Cuore selvaggio:  tra Sesso e Morte, tra Elvis e il Mago di Oz

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"Mi affascina l'idea della ricerca della strada di casa". Con questa semplice affermazione David Lynch ha spiegato la sua fascinazione nei confronti del Mago di OZ. Sicché, a partire dalla flex camera usata per le effusioni erotiche tra Sailor e Luna, il regista ci porta oltre l’arcobaleno. Cuore Selvaggio è fatto della materia di cui sono fatti i sogni o gli incubi. Si palesano la strega dell’Ovest a cavallo di una scopa e la fata buona con la faccia di Laura Palmer. Le scarpette rosse di Sailor, incantevole Dorothy tamarra, battono il pavimento di un Motel della tristanzuola Big Tuna, amena location texana popolata da 603 abitanti. Ti possono pure mandare a quel paese con un prosaico fuck you incorniciato sotto un pesce, ma se hai l’amore in corpo, come diceva Fassbinder, non serve giocare a flipper. Non c’è alcun giudizio da parte del cineasta di Missoula. E per citare una nota massima di Lynch:  “Se volete un messaggio andate all’ufficio postale”.  Perché senza colpa non c’è peccato.  E i novelli Giulietta e Romeo a stelle e strisce troveranno, infine, Emerald City. Grazie ad Elvis Presley. A vestire i panni del King è Sailor, tant’è che è proprio Cage a cantare le canzoni del film e si vede che crede in Elvis, e pure tanto. Per cui, su una strada di Los Angeles, con il naso fratturato da una gang, il ganzo dal look pitonato, infine si dichiara. Nel libro Sailor e Lula si lasciavano. Nel film, invece no.. “Amor Omnia Vincit,” dicevano i latini, pensiero condiviso dal regista. Così avvinto alla sua bella, l’eroe, ferito ma felice, canta: “Love me tender, love me sweet“. Perché non importa se ci perdiamo in “un mondo cattivo, senza pietà, che racchiude dentro di sè un cuore selvaggio”. Chissene frega delle feroci notizie sputate fuori dalla radio. La realtà è altrove. Almeno sullo schermo domani è sempre una altro giorno. E i l cinema sarà sempre più armonioso della vita.

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