Ice Cream Man, recensione dell'horror di Eli Roth: un gelato al veleno per Halloween

Cinema
Paolo Nizza

Paolo Nizza

Introduzione

Ice Cream Man, il film horror di Eli Roth, arriva nelle sale italiane il 29 ottobre con Midnight Factory, giusto in tempo per Halloween. Un gelataio muto e sorridente (Ari Millen) parcheggia il furgoncino nella ridente Bayleen Bay e i bambini, dopo un cono gratis, diventano carnefici degli adulti. Roth, funesto demiurgo dello splatter, saccheggia Stephen King e Ma come si può uccidere un bambino? e frulla decapitazioni e humour nero in 86 minuti, tra le musiche di Snoop Dogg e un brano di Ennio Morricone. Non un capolavoro, ma un'ipercalorica scorpacciata di orrore che vi farà guardare con sospetto ogni furgoncino dei gelati. La recensione.

Quello che devi sapere

Ice Cream Man, la recensione del film

Est modus in rebus, c'è una misura nelle cose, ammoniva Orazio nelle Satire. Eli Roth, ça va sans dire, quella misura l'ha sempre presa per un'opinione. E con Ice Cream Man, il film horror che arriva nelle sale italiane da oggi, 29 ottobre, con Midnight Factory, giusto in tempo per Halloween, la scavalca con un salto alla corda. Una corda fatta di budella, beninteso.

Per capire questo gelato al veleno, però, tocca tornare indietro di sette secoli. Secondo la leggenda, il 26 giugno del 1284, giorno dei santi Giovanni e Paolo, un uomo dagli abiti variopinti si portò via centotrenta bambini da Hamelin, in Bassa Sassonia, e nessuno li rivide mai più. Così la tramandano i fratelli Grimm nelle Deutsche Sagen; così, passando per i versi di Robert Browning, la leggenda del pifferaio magico è approdata agli incubi dei genitori di oggi. Roth la aggiorna. Niente flauto, bensì la cantilena gracchiante di un altoparlante, ringa ding-ding, ringa ding-dong. Niente mantello bicolore, bensì un furgoncino dei gelati in stile anni Ottanta, con in cima Merle, mascotte a forma di cono soft serve che saluta con un braccio a molla e ruota la testa a trecentosessanta gradi. Dolcissimo. Agghiacciante, in tutti i sensi.

Ice Cream Man, Eli Roth funesto demiurgo

Emil Cioran intitolò uno dei suoi libri più corrosivi Il funesto demiurgo (Le mauvais démiurge, 1969): un creatore maldestro e malevolo, artefice di un mondo storto fin dalla culla. Ecco, Roth è quel dio minore. Modella un universo color pastello, glassato come una torta di compleanno, e poi lo prende a picconate. La ricetta la confessa lui stesso nelle note di produzione: trovare qualcosa di dolce e innocente e rovinarlo. Ha già rovinato gli ostelli (Hostel), le casette nel bosco e la rasatura delle gambe (Cabin Fever), financo il tacchino del Giorno del Ringraziamento (Thanksgiving). Mancava il gelato, ovvero la madeleine proustiana di chiunque sia stato bambino: quel sapore che riporta a galla le estati, i ghiaccioli all'amarena, Gelato al cioccolato di Pupo che gracchiava dalle radioline in spiaggia. Roth quella madeleine la intinge nel cianuro.

Il copione, scritto con l'amico d'infanzia Noah Belson subito dopo Cabin Fever, è rimasto oltre vent'anni nel congelatore: nessuno studio voleva finanziare un film in cui i pargoli decapitano mamma col seghetto e saltano la corda con le interiora. Tant'è che Roth si è fatto una mini major tutta sua, The Horror Section, e ha girato in diciannove giorni a Toronto, nell'agosto del 2025, con il rapper Nas tra i produttori esecutivi e Snoop Dogg nella colonna sonora. Chi fa da sé fa per tre, recita il proverbio. Roth, nel dubbio, ammazza per trecento.

Eli Roth
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Ice Cream Man, la trama: i bambini ci guardano (e ci squartano)

Vittorio De Sica, nel 1943, ci aveva avvertiti: I bambini ci guardano. A Bayleen Bay i bambini ci guardano, poi impugnano il tritarifiuti. La cittadina balneare pare uno spot della felicità a stelle e strisce: palizzate bianche, prati rasati all'inglese, la partita di baseball giovanile tra i Land Sharks e i Whalers. Un giorno di gran caldo arriva il gelataio (Ari Millen): baffetti, sorriso da copertina di Norman Rockwell, nessuna parola e coni gratis per tutti. A caval donato non si guarda in bocca, figuriamoci a un cono. Chi lo assaggia si trasforma in un piccolo carnefice ridanciano con una sola missione: sterminare gli adulti. Prima i genitori, poi insegnanti, poliziotti, pompieri.

A tentare di sottrarsi al contagio sono in pochi. Lo smilzo Jared (Charlie Zeltzer), che evita il gelato perché è intollerante al lattosio; Mia (Kiori Mirza Waldman), la reginetta della scuola e sua irraggiungibile cotta; lo spaccone Tommy (Shiloh O'Reilly), duro fuori e marshmallow dentro; la sorella maggiore Lizzie (Sarah Abbott), assediata dall'ex Chris (Dylan Hawco), che a ogni rottura si compra un pick-up più grosso, compensazione su cui è d'uopo stendere un velo pietoso. A guidarli c'è un prete (Benjamin Byron Davis), custode dell'oscura storia dell'uomo del furgoncino. E Roth? Da attore consumato (chi ha dimenticato il suo Orso Ebreo in Bastardi senza gloria?) si ritaglia il ruolo di Marty, padre di Jared e Lizzie, accanto a Karen Cliche, già tacchino umano in Thanksgiving. Quando si dice la famiglia allargata.

Da Derry a Bayleen Bay, Stephen King nel cono

Roth parodia in maniera sinistra e feroce gli archetipi di Stephen King. Jared e i suoi sodali sono cugini di primo grado del Club dei Perdenti di It: ragazzini in bicicletta, bulli da affrontare, una provincia idilliaca che marcisce dall'interno come una mela dimenticata nel cestino della merenda. E i piccoli fanatici che fanno la festa ai grandi discendono dritti da I figli del grano (Children of the Corn), il racconto di King del 1977 che Fritz Kiersch portò al cinema nel 1984 con il titolo Grano rosso sangue. Solo che al posto del granturco c'è il fiordilatte.

Poi arriva Spielberg. Il furgoncino che s'insinua nell'amena Bayleen Bay pare la versione su quattro ruote del Carcharodon carcharias che pattugliava Amity Island in Lo squalo. Non a caso Roth racconta che il veicolo d'epoca, scovato a Montreal, non partiva mai quando serviva, proprio come Bruce, lo squalo meccanico che fece dannare Spielberg. Le creature marine, d'altronde, nuotano fin dalla partita d'apertura: squali di terra contro balenieri. E al protagonista tocca il cognome Mayfair, che a chi scrive richiama la dinastia di streghe immaginata da Anne Rice in L'ora delle streghe. Coincidenza o strizzata d'occhio, poco importa: a Bayleen Bay di stregoneria ce n'è in abbondanza.

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Ma come si può uccidere un bambino? I padri nobili di Ice Cream Man

Il vero nume tutelare del film, però, parla spagnolo. Roth lo ha indicato come riferimento sia a Benjamin Byron Davis sia al direttore della fotografia Simon Shohet: Ma come si può uccidere un bambino? (¿Quién puede matar a un niño?) di Narciso Ibáñez Serrador, 1976, gioiello crudele in cui una coppia di turisti approda su un'isola dove i bambini hanno massacrato gli adulti. Shohet gli ha affiancato un titolo dello stesso anno, Che botte se incontri gli orsi (The Bad News Bears) di Michael Ritchie, commedia di baseball con ragazzini sboccati. Innocenza e crudeltà, sole e sangue: la ricetta di Ice Cream Man sta tutta in questo doppio programma da drive-in. Aggiungete Il villaggio dei dannati di Wolf Rilla (1960), con i suoi biondi fanciulli dagli occhi luminosi, e una spruzzata di Jonathan Swift, che nella Modesta proposta del 1729 suggeriva di dare in pasto ai ricchi i figli dei poveri irlandesi. Roth rovescia il menu: qui sono i figli a fare la festa agli adulti.

L'Oriente, come sempre, ci aveva visto lungo: in Confessions (Kokuhaku, 2010) di Tetsuya Nakashima un'insegnante si vendica contaminando il latte della merenda di due allievi. Roth chiude il cerchio: il latte, montato, zuccherato e servito nel cono, trasforma i figli in carnefici dei padri.

Grattachecca, Fichetto e il sangue all'amarena

Ice Cream Man è un gelato al veleno, ma pure un divertissement surrealista e cinico. Roth centrifuga lo splatter di Art il Clown, il malefico pagliaccio della saga Terrifier di Damien Leone (non a caso tra i ringraziamenti dei titoli di coda), con la violenza iperbolica di Grattachecca e Fichetto, il gatto e il topo che si fanno a brandelli nei Simpson. I corpi degli adulti vengono sminuzzati, decapitati, centrifugati, divelti, macellati nei modi più fantasiosi. Qualsiasi oggetto d'uso comune, dal tritarifiuti al trapano del dentista, dalla spillatrice ai pastelli a cera, si trasfigura in arma micidiale.

La sequenza della scuola, girata in sette giorni con ottanta bambini nel caldo torrido di Toronto, è una carneficina coreografata con la logica della ricreazione: ci si rincorre con una mano mozzata, si gioca a pallacanestro con le teste. E la piccola Piper (Charlie Storey) che, dopo aver segato il capo della madre, lo culla, lo pettina e lo trucca come una bambola, è già un'icona da cosplay. Gli effetti di trucco portano la firma di Steve Newburn e del premio Oscar Adrien Morot (The Whale), e si vede: le protesi hanno una consistenza artigianale, appiccicosa, rosso amarena, che nessun pixel saprebbe imitare. Sotto la glassa, però, c'è l'acido. Roth scioglie la patina pastello dell'ipocrisia WASP made in Usa; d'altronde già David Lynch in Velluto blu (1986) ci aveva insegnato che dietro le palizzate bianche, tra le siepi e le rose, può celarsi un orecchio mozzato con contorno di formiche.

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Ari Millen, il gelataio muto che fa più paura di Pennywise

Ari Millen (il trasformista dei cloni Castor in Orphan Black) regge l'intero film senza pronunciare una battuta. Gli bastano un sorriso, i baffetti e un saluto militare al rallentatore per far accapponare la pelle. Roth voleva un gelataio da copertina del Saturday Evening Post, non un mostro; e Millen lo interpreta come un uomo convinto di liberare i bambini, non di dannarli. È proprio questa buona fede, il fanatismo di chi si crede un benefattore, a renderlo più spaventoso di qualunque clown con i palloncini rossi. L'attore definisce il film un incrocio tra Mamma, ho perso l'aereo e 28 giorni dopo: formula più calzante di molti slogan da locandina. Il cast giovane funziona, sboccato e vitale come i ragazzini del cinema anni Ottanta, lontanissimo dai bambini sterilizzati di Hollywood.

Ice Cream Man, la colonna sonora: da Snoop Dogg a Morricone

Brandon Roberts (Andor) ha costruito la partitura con un pianoforte giocattolo vintage, sintetizzatori anni Settanta, cori di bambini e persino i ronzii dell'Allegro Chirurgo, ispirandosi, su indicazione di Roth, a Waldo de los Ríos, autore delle musiche proprio di Ma come si può uccidere un bambino?. La cantilena del furgoncino, The Ice Cream Song, è scritta e cantata dallo stesso Roth; Snoop Dogg firma un omonimo brano che accompagna la chiusa della sequenza in cortile, mentre la filastrocca Risselty Rosselty scandisce i giochi più macabri. E fra i brani spunta Ennio Morricone con Violenza inattesa, lo strumentale composto per L'uccello dalle piume di cristallo (1970), esordio alla regia di Dario Argento, con tanto di ringraziamento alla famiglia Morricone nei titoli di coda. Omaggio di un regista che non ha mai nascosto la sua devozione per il nostro cinema di genere (Ruggero Deodato fa un cameo in Hostel: Part II). E un titolo che, a ben vedere, riassume il film in due parole.

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Come Eli Roth mette in scena Ice Cream Man

Quanto alla messa in scena, Roth gira come un bambino al luna park ma con il mestiere del vecchio volpone. Il montaggio di Matt Lyon procede per accumulo, uccisione dopo uccisione, secondo la logica dell'escalation che il regista stesso rivendica: non una sequenza, ma una sequenza dopo l'altra. Finché il massacro resta un gioco da cortile, la ripetizione genera comicità; quando diventa routine, sfiora l'assuefazione, e la tensione lascia il posto allo stupore per l'ingegno macabro delle trovate. A tenere viva la suspense, più dello splatter, sono il silenzio di Millen e la fotografia di Simon Shohet, che rifiuta i grigi desaturati dell'horror contemporaneo e immerge tutto in una luce solare da film per ragazzi anni Ottanta. Il sangue, sotto il sole, fa più paura che nel buio.

I scream, you scream: il verdetto su Ice Cream Man

I scream, you scream, we all scream for ice cream, cantavano gli americani nel 1927 su una canzonetta di Howard Johnson, Billy Moll e Robert King. Il gioco di parole tra il gelato e l'urlo era già tutto lì; Roth si è limitato a prenderlo alla lettera. Non un capolavoro, sia chiaro. La trama è esile come un ghiacciolo al limone e il turpiloquio adolescenziale rischia la ripetizione. Il finale, però, che qui non sveliamo, funziona eccome: è un momento serio e crudele, in cui la farsa si raggela di colpo e il film toglie ai suoi piccoli protagonisti, e a noi, il conforto della risata. Per chi ama il genere Ice Cream Man resta un'ipercalorica scorpacciata di horror e humour nero, il film più folle (parola di Roth) di un regista che dell'eccesso ha fatto un'estetica. Quanto al titolo, il richiamo a I gusti del terrore (1995), il cult con Clint Howard, è pura omonimia: questo cono è tutta farina del sacco di Roth.

Orazio aveva ragione, esiste una misura nelle cose. Roth la conosce benissimo, ed è per questo che la oltrepassa. Nella leggenda di Hamelin chi non pagava il pifferaio perdeva i figli. A Bayleen Bay il pifferaio i coni li regala. Ed è proprio questo il prezzo più alto.

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Se fosse un cocktail

Se fosse un cocktail, Ice Cream Man sarebbe un Ring a Ding-Dong: un float alcolico servito in una coppa da gelato anni Cinquanta, di quelle con il piede alto. Bourbon, liquore all'amarena, qualche goccia di bitter al cacao, colmato con ginger beer ghiacciata. A galleggiare in superficie, una pallina di fiordilatte su cui far colare a filo lo sciroppo di granatina, rosso come i corridoi della scuola di Bayleen Bay dopo l'ultima campanella. Guarnizione: una ciliegia al maraschino infilzata su un ombrellino di carta, rigorosamente decapitata. Si beve con la cannuccia, in silenzio, sorridendo. Come il gelataio.

Ice Cream Man, la scheda del film

Titolo: Ice Cream Man

Regia: Eli Roth

Sceneggiatura: Eli Roth, Noah Belson (soggetto di Eli Roth)

Cast: Ari Millen, Charlie Zeltzer, Kiori Mirza Waldman, Sarah Abbott, Dylan Hawco, Shiloh O'Reilly, Charlie Storey, Benjamin Byron Davis, Karen Cliche, Eli Roth

Fotografia: Simon Shohet

Musiche: Brandon Roberts; musiche aggiuntive di Snoop Dogg

Effetti di trucco: Steve Newburn, Adrien Morot

Durata: 86 minuti

Distribuzione: Midnight Factory (Plaion Pictures)

Uscita in sala: 29 ottobre 2026

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