It Ends, la recensione dell’horror di Alexander Ullom: la strada infinita della Gen Z

Cinema
Paolo Nizza

Paolo Nizza

Introduzione

Dal 28 ottobre 2026 arriva al cinema con I Wonder Pictures It Ends, l’esordio di Alexander Ullom presentato al SXSW e premiato come miglior opera prima al Fantasia Festival. Quattro amici imboccano una strada senza fine: la benzina non cala, la fame e il sonno scompaiono e, quando l’auto si ferma, dal bosco emergono presenze inquietanti. Con Phinehas Yoon, Akira Jackson, Noah Toth e Mitchell Cole, un horror esistenziale sulla paura di crescere e sull’amicizia come argine al nulla. Tra Sartre, Beckett e le Backrooms, un videogame dell’anima in cui la salvezza può avere il volto di chi ci siede accanto

Quello che devi sapere

It Ends, la recensione dell’horror di Alexander Ullom

Dal 28 ottobre 2026, giusto in tempo per Halloween, arriva nelle sale italiane con I Wonder Pictures It Ends, folgorante esordio di Alexander Ullom presentato al SXSW 2025 e premiato come miglior opera prima al Fantasia International Film Festival. Phinehas Yoon, Akira Jackson, Noah Toth e Mitchell Cole sono quattro amici intrappolati su una strada senza uscite, senza fame, senza sonno e senza benzina da fare. Un horror esistenziale senza jumpscare, costato appena 30mila dollari, che trasforma la paura di crescere in un viaggio da cui non si torna indietro. Forse.

It Ends, Kerouac, la Regina Rossa e la strada che non finisce

«Dove andiamo?» «Non lo so, ma dobbiamo andare». Nel 1957 Jack Kerouac affidava a Sal Paradise e Dean Moriarty il catechismo di una generazione che scambiava l’asfalto per un’idea di libertà. In Sulla strada la meta era un dettaglio, quasi un intralcio: contava il movimento, il motore acceso, la notte che scorre dietro il finestrino.

Quasi settant’anni dopo, Alexander Ullom prende alla lettera quel dialogo e lo trasforma in una condanna. In It Ends quattro amici appena usciti dal college salgono su una Jeep Cherokee per uno spuntino notturno e imboccano una strada a due corsie che non piega, non incrocia, non finisce. Ai lati, un bosco fitto. Davanti, altro asfalto. Dietro, un muro di alberi spuntato dal nulla.

Insomma, la Beat Generation incontra la Generazione Z e scopre che andare non basta più. Bisognerebbe anche arrivare da qualche parte.

Viene in mente la Regina Rossa di Lewis Carroll, quella che in Attraverso lo specchio spiega ad Alice come, in quel paese bislacco, occorra correre più veloce che si può soltanto per restare nello stesso posto. James, Day, Fisher e Tyler corrono, eccome. Eppure la lancetta del carburante non si sposta, la fame non bussa, il sonno nemmeno. Il paesaggio resta identico a se stesso, come uno screensaver dell’apocalisse.

E appena l’auto si ferma, dal bosco sbuca una folla di sconosciuti stravolti che implorano aiuto, graffiano le portiere, tentano di impossessarsi del veicolo. Novanta secondi: tanto dura la tregua prima dell’assalto. I ragazzi lo calcolano con il cronometro dello smartphone, unico strumento ancora utile in un mondo senza campo. Il progresso, del resto, ha sempre avuto un senso dell’umorismo piuttosto crudele.

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50 falchi contro un uomo armato: il gioco che apre e chiude It Ends

Tutto comincia con un gioco. Cinquanta falchi, diecimila topi, cinque gorilla, un uomo armato di fucile. Sullo smartphone compare l’immancabile meme: scegline due, ti difenderanno; gli altri verranno a ucciderti. È il genere di dibattito che infiamma le chat di gruppo alle tre di notte, assurdo e serissimo insieme, un torneo cavalleresco combattuto a colpi di ipotesi.

James (Phinehas Yoon), il più razionale della compagnia, prova a trasformare la bizzarria in un problema di logica. E osserva, con la sicumera del primo della classe, che i falchi si possono stritolare con facilità: come tutti gli uccelli, hanno le ossa fragili. Day (Akira Jackson), dal canto suo, aggira il regolamento con disarmante candore: chiede se può dare i fucili ai gorilla, così da ritrovarsi con cinque tizi armati. Un’Azzeccagarbugli della savana. Tant’è che il primo cortocircuito del gruppo non è metafisico, ma procedurale.

Annotazione buttata lì, si direbbe. E invece in quella fragilità c’è la chiave dell’intero film. Perché It Ends è prima di tutto un racconto sulla vulnerabilità di un’età di passaggio, quella in cui le ossa sono ancora cave e leggere, fatte per volare ma facilissime da spezzare. La laurea in tasca, il futuro davanti, e la sensazione (nota a chiunque abbia avuto vent’anni) che quel futuro sia una strada di cui nessuno ti ha consegnato la mappa.

Non a caso, lo stesso Ullom ha raccontato di essere uscito da un periodo di depressione grazie a un amico che gli domandava chi avrebbe vinto tra un gorilla e un grizzly. Talvolta basta una domanda stupida per salvarti la vita. Le domande intelligenti, si sa, sono assai più pericolose.

Quel gioco, peraltro, tornerà come un ritornello nell’ultimo dialogo del film. Ma ci arriveremo, a fari spenti.

Alexander Ullom e l’hangout horror

Ullom ha coniato un’etichetta per il suo cinema: hangout horror, l’orrore che nasce dallo stare insieme, dal cazzeggio tra amici che a poco a poco si incrina. Un Amici miei in cui la supercazzola non fa più ridere nessuno.

E la genesi del film sembra a sua volta l’incipit di una barzelletta surreale: ci sono uno youtuber, un prestigiatore e uno sconosciuto. Il budget iniziale, 30mila dollari, arriva in parti uguali proprio da loro: il prestigiatore era rimasto coinvolto nella febbre speculativa delle azioni GameStop, lo sconosciuto Ullom l’aveva incontrato nella lobby di una partita di poker online. A onor del vero, nemmeno Ed Wood avrebbe osato tanto. Gli attori vengono scovati su Instagram, le riprese durano venti giorni, e il regista, cresciuto a Tampa, Florida, scrive, dirige e monta da sé. Un uomo orchestra con la Jeep al posto della grancassa.

Presentato al SXSW nel marzo 2025, il film raccoglie applausi ma nessun distributore. Approda per un mese sul Letterboxd Video Store, poi Neon (la società di distribuzione di Parasite, Anora e Longlegs) se lo aggiudica e lo porta nelle sale americane nell’agosto 2026. Il resto lo fanno il passaparola, il premio come miglior opera prima al Fantasia Festival e un consenso critico che sfiora l’unanimità. Ullom, nel frattempo, ha già completato il successivo 4×4: The Event, con Jaden Smith e Jacob Tremblay. Segno che, almeno per lui, la strada una fine ce l’ha. E pure un bel parcheggio.

Quanto alla messa in scena, la cinepresa resta per lo più incollata all’abitacolo: primi piani stretti, dialoghi che si accavallano, battute che si sovrappongono come nelle vere conversazioni tra amici, dove nessuno ascolta e tutti hanno ragione. Quando i ragazzi scendono dall’auto, l’immagine si sfoca, il bosco diventa una nebbia lattiginosa e il silenzio pesa più di un urlo. Parimenti alla nuvoletta di Fantozzi, l’angoscia non ha bisogno di effetti speciali: ti segue e basta.

Non ci sono jumpscare, né mostri di gomma, né spiegoni scientifici. C’è l’angoscia dell’attesa, di una soluzione che non arriva, di una via d’uscita mai contemplata. La colonna sonora alterna il dark ambient di Alphaxone al pop sornione di Ginger Root, come se l’abisso e la playlist di un viaggio estivo condividessero lo stesso sedile posteriore. E nessuno dei due ha intenzione di cedere il finestrino.

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Il cast di It Ends

Al volante c’è Tyler (Mitchell Cole), ruvido e laconico, appena rientrato da un addestramento militare. Gli amici non lo vedono da un anno, e quella guida notturna doveva essere una rimpatriata. Sarà il primo a domandarsi se valga davvero la pena continuare a premere l’acceleratore.

Accanto a lui siede James, lo stratega, l’uomo dei perché. Per lui ogni anomalia è un indizio, ogni chilometro un dato da archiviare. Quando trovano un’auto abbandonata con il contachilometri bloccato a 999.999 miglia, James vede un enigma; gli altri, una lapide.

Sul sedile posteriore, Fisher (Noah Toth) è il giullare della compagnia, quello che si ostina a tenere vivo il gioco perché, finché si scherza, nessuno è ancora morto davvero. Al suo fianco, Day (Akira Jackson) sembra la più accomodante del gruppo, capace di adattarsi a qualsiasi conversazione. Ma è proprio lei, quando James pretende che ciascuno confessi una colpa degna di un castigo divino, a pronunciare la rivelazione che gela l’abitacolo.

Ullom costruisce i suoi personaggi in medias res, con economia quasi teatrale: bastano un paio di battute per capire chi guida, chi comanda, chi media e chi si nasconde. E il cellulare, privo di rete, diventa una coperta di Linus digitale: si filma, si cronometra, ci si consola come si può. Un piccolo rito per ricordarsi di esistere.

Da Sartre a Beckett, da Buñuel a Exit 8: le radici di It Ends

Nel 1944 Jean-Paul Sartre rinchiudeva tre anime morte in un salotto Secondo Impero e sentenziava, in A porte chiuse, che l’inferno sono gli altri. It Ends sostituisce il salotto con una Jeep, ma la domanda resta la stessa: che cosa diventiamo quando non possiamo più scappare da chi abbiamo accanto?

Poi c’è Samuel Beckett. Vladimir ed Estragon aspettano Godot sotto un albero spoglio; James, Day, Fisher e Tyler aspettano una svolta lungo una strada infinita. Il film confina con il teatro dell’assurdo, con un fine pena mai in cui la parola fine, nonostante il titolo, non è mai contemplata. Il titolo stesso, del resto, suona come una promessa. O come una minaccia.

E come dimenticare L’angelo sterminatore di Luis Buñuel, i borghesi incapaci di varcare la soglia di un salone senza alcuna ragione apparente? O il camion assassino di Duel di Steven Spielberg, che faceva dell’asfalto un campo di battaglia? Qui però il nemico non ha targa né motore. È la strada stessa.

Ullom cita apertamente le Backrooms, la leggenda nata online che immagina labirinti di stanze vuote e moquette ingiallita, spazi liminali dove si finisce per errore e da cui non si esce. E viene naturale accostare il film a Exit 8 di Genki Kawamura, tratto dal videogioco giapponese che intrappola il protagonista in un corridoio della metropolitana destinato a ripetersi all’infinito: anche lì l’orrore è un loop, un’anomalia da riconoscere, un’uscita che si sposta ogni volta un passo più in là.

It Ends, in fondo, è un videogame dell’anima. Un gioco in cui non esiste il game over, un horror senza risposte, epperò pieno di domande. Inferno, purgatorio, allucinazione collettiva, simulazione: i ragazzi le passano in rassegna tutte, e il film le scarta una a una con la grazia di chi sa che le spiegazioni, spesso, sono soltanto un modo elegante per non sentire paura.

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Il finale di It Ends spiegato:

Attenzione, da qui in poi spoiler.

I chilometri diventano decine di migliaia, poi centinaia di migliaia. Tyler sceglie il bosco. Day e Fisher, a loro modo, trovano una pace: raccolgono oggetti dalle auto abbandonate, inventano routine, si concedono sedute quotidiane di urla liberatorie. Più economiche dello psicanalista, e senza lista d’attesa. Albert Camus suggeriva di immaginare Sisifo felice; Ullom lo immagina sul sedile di una Jeep, intento a ripetere ogni giorno le stesse chiacchiere con la sua migliore amica.

James no. James vuole una risposta, una destinazione, un senso. E così, rimasto solo, guida fino al punto in cui la strada finisce davvero: un cerchio d’asfalto circondato da automobili di ogni epoca e da un unico cartello. Fine della corsa. Nessuna rivelazione, nessun demiurgo, nessun bottone rosso. Nemmeno un autogrill.

Seduto sull’asfalto, James mangia finalmente la barretta energetica che per tutto il viaggio aveva custodito come una reliquia. Un’ostia laica, l’accettazione del tempo che passa e della propria mortalità. Poi riaccende il motore, torna indietro e raccoglie un uomo apatico dal ciglio della strada (a interpretarlo, nel ruolo del nuovo passeggero, è lo stesso Ullom,

E ricomincia il gioco. «Posso chiederti una cosa? Chi vincerebbe in uno scontro: cinquanta falchi o un tizio armato?». Il passeggero ci pensa. «Probabilmente… i falchi. Perché sono cinquanta». «Dici?». «Sì». Poi il buio. Il cerchio aperto dalla prima scena si chiude. Le ossa sono fragili, certo. Ma cinquanta ossa fragili, insieme, battono un fucile.

Sartre aveva torto, o almeno aveva soltanto metà della ragione. L’inferno sono gli altri, ma anche la salvezza. Ullom stesso ha spiegato che il viaggio di James consiste nell’accettare la morte e nel godersi il tempo con i propri amici, anziché inseguire una meta definitiva. «Dove andiamo?» chiedeva Kerouac. Ullom risponde: non lo so. Ma almeno non da soli.

Se It Ends fosse un cocktail

Si chiamerebbe Cinquanta Falchi. Base di rye whiskey americano, perché ogni road movie che si rispetti sa di segale e di benzina. Un amaro al carciofo, per l’amarezza del crescere e, perché no, contro il logorio della vita post-moderna. Uno sciroppo d’avena tostata e cacao, omaggio alla barretta energetica più attesa della storia del cinema. Due dash di bitter al caffè, per le notti insonni che, beffardamente, non arrivano mai.

Servito in un tumbler basso con un unico cubo di ghiaccio, e guarnito con una scorza d’arancia ritorta a nastro di Möbius: la sola strada che, percorsa fino in fondo, ti riporta al punto di partenza, ma dall’altro lato. Avvertenza per il bartender: si prepara sempre in due bicchieri. Questo drink, da soli, non si beve. E se proprio insistete, ordinatene cinquanta.

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It Ends: scheda tecnica, cast e durata del film di Alexander Ullom

Titolo: It Ends

Regia, sceneggiatura e montaggio: Alexander Ullom

Cast: Phinehas Yoon, Akira Jackson, Noah Toth, Mitchell Cole, Jon Linstad, Ian Weir, Alexander Ullom

Produzione: Carrie Carusone, Evan Barber

Paese e anno: Stati Uniti, 2025

Distribuzione italiana: I Wonder Pictures

Durata: 89 minuti

Al cinema: dal 28 ottobre 2026

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