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Festa Cinema Roma, recensione Klara e il Sole. Ortega amica artificiale in cerca d'amore

Cinema
Nicoletta Notari

Nicoletta Notari

©Webphoto

Introduzione

In un futuro in cui anche l'amicizia può essere acquistata, può un'intelligenza artificiale insegnarci che cosa significa amare davvero? Da questa riflessione prende forma "Klara e il Sole", il film presentato in anteprima alla 21ª Festa del Cinema di Roma, nella sezione Grand Public, in arrivo nelle sale italiane dal 22 ottobre.

Tratto dal romanzo di Kazuo Ishiguro, premio Nobel per la Letteratura, diretto dal premio Oscar Taika Waititi, vede protagonista Jenna Ortega nei panni di Klara, un'amica artificiale dalla sensibilità sorprendente. Attraverso il suo sguardo curioso e disarmante, la fantascienza diventa uno strumento per esplorare i sentimenti, la solitudine e il bisogno di sentirsi amati. Ma soprattutto, per mettere in discussione il confine tra umano e artificiale.

Perché, in un mondo sempre più dominato dalla tecnologia, forse sono proprio le imperfezioni a renderci unici.

Quello che devi sapere

Il racconto dell'umanità attraverso gli occhi di un robot

Klara è un'Artificial Friend, un'amica artificiale progettata per accompagnare le persone e offrire loro compagnia. Vive in un negozio insieme ad altri robot, in attesa che qualcuno la scelga, mentre i modelli più recenti attirano sempre più l'attenzione dei clienti. A notarla è Josie, un'adolescente che riconosce in lei qualcosa di speciale e decide di portarla a casa, nonostante le perplessità della madre Chrissy.

L'ingresso nella nuova famiglia segna per Klara l'inizio di un'esperienza fatta di scoperte, incontri e difficoltà. Abituata a osservare il mondo con curiosità e fiducia, deve imparare a decifrare le relazioni umane, comprese le contraddizioni e le sofferenze che le attraversano.

Intanto, la sua amicizia con Josie si approfondisce e la conduce verso un mistero che riguarda la ragazza e il suo futuro. Nel tentativo di aiutarla, Klara si affida alla propria fede nel Sole, fonte di energia ma anche simbolo di speranza e benevolenza.

Taika Waititi: ironia, colore e malinconia

Regista e sceneggiatore neozelandese, premio Oscar per la sceneggiatura non originale di Jojo Rabbit, Taika Waititi ha costruito una filmografia riconoscibile per la capacità di mescolare umorismo irriverente, immaginazione visiva e improvvise aperture emotive. Da Hunt for the Wilderpeople fino al lavoro nel mondo Marvel con Thor: Ragnarok, il suo cinema ha spesso raccontato personaggi fuori posto, figure che faticano a integrarsi e che proprio nella loro diversità trovano una possibilità di riscatto.

In Klara e il Sole questa sensibilità incontra il romanzo di Kazuo Ishiguro, adattato per lo schermo insieme a Dahvi Waller. Waititi sceglie di osservare il mondo attraverso la percezione della protagonista, trasformando la sua ingenuità in una prospettiva narrativa e visiva.

L'ironia nasce dal suo rapporto con situazioni che non comprende del tutto, mentre la tenerezza emerge dalla serietà con cui affronta ogni scoperta.

Si alternano ambienti urbani freddi a spazi naturali luminosi, con campi di grano, cieli aperti e una luce solare che assume un valore quasi spirituale. È un contrasto che accompagna il passaggio dall'artificialità del negozio alla complessità della vita familiare.

Il regista non rinuncia al proprio gusto per le soluzioni eccentriche, ma lo mette al servizio di una storia più intima e malinconica rispetto ad altri suoi lavori. Il risultato è un film che cerca l'equilibrio tra leggerezza e inquietudine, tra il sorriso suscitato dalla goffaggine di Klara e le domande, decisamente meno rassicuranti, sul futuro dell'umanità.

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Il sorriso inaspettato di un'amica artificiale

Il ruolo di Klara rappresenta una svolta interessante nella carriera di Jenna Ortega, diventata una delle interpreti più riconoscibili della sua generazione grazie alla serie Mercoledì di Tim Burton e al film Beetlejuice Beetlejuice.

Se Mercoledì Addams si distingue per il sarcasmo, il distacco emotivo e il fascino dell'oscurità, Klara è il suo contrappunto: luminosa, ingenua, entusiasta e desiderosa di comprendere chi le sta intorno. Alla conferenza stampa romana, Ortega ha spiegato di essere stata attratta proprio dalla diversità del personaggio e dal suo modo di guardare il mondo con ottimismo. "Klara è alla ricerca dell'amore ed è ossessionata dal trovare il proprio scopo, qualcosa che tutti noi stiamo cercando", ha raccontato, sottolineando quanto questa ricerca renda la protagonista vicina all'esperienza umana.

L'attrice ha parlato anche della necessità di trovare un equilibrio nella rappresentazione fisica del robot: non una macchina fredda e metallica, né una copia perfetta di un essere umano, ma una presenza capace di suscitare empatia. Per questo ha lavorato sulla gestualità, sugli sguardi e su una certa goffaggine, come se Klara dovesse imparare a usare il proprio corpo mentre scopre l'ambiente circostante. È soprattutto negli occhi e nei piccoli gesti che l'attrice restituisce la curiosità di chi deve ancora imparare a comprendere il mondo.

La bellezza di essere imperfetti

Una delle chiavi di lettura più interessanti di Klara e il Sole è racchiusa in un paradosso: la perfezione non coincide necessariamente con l'assenza di difetti. Klara è stata progettata per essere una compagna ideale, ma la sua capacità di entrare in relazione con gli altri non dipende dalla precisione dei suoi meccanismi o dalla sofisticazione della tecnologia.

Al contrario, sono la sua inesperienza, le esitazioni e gli errori a renderla credibile e vicina. Il film mette così in discussione un modello di società che tende a premiare l'efficienza, la prestazione e il raggiungimento di standard sempre più elevati. Anche Josie vive in un mondo nel quale il miglioramento delle capacità cognitive attraverso una procedura chiamata "Lifting" rappresenta un vantaggio competitivo, ma comporta conseguenze e rischi importanti. Rick, il suo amico, si trova invece ai margini di questo sistema perché non ha seguito lo stesso percorso.

Le differenze tra i personaggi mostrano come la ricerca della perfezione possa trasformarsi in una forma di esclusione, soprattutto quando il valore delle persone viene misurato attraverso le loro prestazioni. Klara, che non possiede le difese emotive degli esseri umani, riesce a cogliere ciò che gli altri cercano di nascondere.

La sua diversità non è una mancanza da correggere, ma una prospettiva che permette di guardare le fragilità senza giudicarle.

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Intelligenza artificiale, quando la tecnologia rischia di isolarci

Sebbene racconti un futuro immaginario, Klara e il Sole parla di una realtà già presente. L'intelligenza artificiale è entrata nella vita quotidiana e promette di semplificare il lavoro, facilitare le comunicazioni e offrire strumenti sempre più sofisticati. Il film, però, invita a interrogarsi su ciò che potrebbe andare perduto quando la tecnologia smette di essere un mezzo e diventa un sostituto delle relazioni.

Un'amica artificiale come Klara nasce per rispondere a un bisogno umano autentico, quello della compagnia, ma la sua stessa esistenza solleva una domanda scomoda: che cosa accade quando affidiamo a un dispositivo il compito di colmare la solitudine? Il rischio non è soltanto quello di perdere alcune competenze o di delegare troppe attività alle macchine, ma di abituarsi a un'esistenza sempre più isolata, nella quale il contatto con gli altri diventa superfluo. 

La velocità dell'innovazione può infatti produrre conseguenze sul lavoro, sull'attenzione e sulla capacità di assumerci responsabilità. Il film non propone un rifiuto indiscriminato del progresso: Klara stessa dimostra quanto una presenza artificiale possa generare affetto e offrire un aiuto concreto. Il punto è distinguere tra ciò che migliora la vita e ciò che rischia di impoverirla. La tecnologia può assistere le persone, ma non dovrebbe diventare un alibi per sottrarsi alla fatica di ascoltare, comprendere e stare insieme.

In questo senso, la fantascienza di Waititi è meno interessata a immaginare macchine sempre più potenti che a capire quale società stiamo costruendo intorno a loro.

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Il Sole, simbolo di fede e speranza

Il Sole è molto più di un elemento del titolo: rappresenta il centro emotivo e simbolico dell'intera storia. Per Klara è una fonte di energia, ma anche una presenza benevola alla quale attribuisce il potere di intervenire sul destino delle persone. La protagonista osserva i suoi raggi con una devozione che può apparire ingenua, eppure proprio questa fiducia le permette di affrontare situazioni che gli esseri umani intorno a lei sembrano incapaci di risolvere.

Jenna Ortega ha spiegato che il Sole rappresenta per Klara "bontà, speranza, amore, comprensione e compassione", tutte qualità di cui il mondo raccontato dal film sembra avere un disperato bisogno. Taika Waititi traduce questa convinzione facendo della luce un elemento che accompagna la percezione della protagonista.

I campi di grano, gli spazi aperti e i riflessi luminosi costruiscono un ambiente nel quale la natura sembra offrire un'alternativa alla freddezza degli spazi artificiali.

Il contrasto diventa ancora più evidente quando la storia si sposta nel laboratorio dello scienziato Capaldi, un luogo oscuro e inquietante nel quale la tecnologia tenta di intervenire su ciò che appartiene alla sfera più intima degli esseri umani. Da una parte c'è una fiducia spontanea nella possibilità di aiutare gli altri, dall'altra il desiderio di controllare e correggere la realtà.

Il Sole diventa così una sorta di bussola morale, un richiamo alla necessità di preservare la compassione anche quando il dolore sembra rendere tutto incomprensibile. La fede di Klara può apparire irrazionale, ma è proprio questa disposizione a credere nel bene a metterla in movimento. E il film suggerisce che, in un mondo ossessionato dalle soluzioni tecnologiche, a volte sia ancora necessario imparare a guardare verso l'alto.

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Gli affetti e le fragilità di una famiglia

Il rapporto complesso tra Josie e sua madre Chrissy, interpretata da Amy Adams, aggiunge alla storia una dimensione profondamente umana. Chrissy desidera il meglio per la figlia, ma il suo bisogno di proteggerla si intreccia con la paura, il senso di impotenza e la difficoltà di accettare ciò che non può controllare. Per questo, inizialmente, considera Klara una presenza inadeguata rispetto alle proprie aspettative: vorrebbe qualcuno capace di aiutare Josie a raggiungere i suoi obiettivi, mentre la ragazza cerca soprattutto un'amica.

Mia Tharia interpreta Josie con una combinazione di sicurezza, ironia e vulnerabilità, restituendo le contraddizioni di un'adolescente che vuole affermare la propria autonomia senza rinunciare ai legami che la definiscono. La loro relazione è complicata anche dalle pressioni di una società che premia il successo e la competizione, lasciando poco spazio alla fragilità.

In questo contesto, Klara diventa una presenza inaspettata, capace di avvicinarsi tanto alla figlia quanto alla madre. Proprio perché non giudica e non cerca di imporre le proprie aspettative, riesce a far emergere sentimenti che Chrissy fatica a riconoscere persino a se stessa. Amy Adams lavora sulle sfumature di una donna che non è semplicemente severa o distante, ma attraversata da un dolore che condiziona le sue scelte. Il suo percorso consiste anche nell'imparare a perdonarsi e a riconoscere i propri limiti.

I legami familiari non si ricompongono grazie a una soluzione perfetta, ma attraverso la possibilità di riconoscere le proprie paure e accettare quelle degli altri. Klara non elimina il dolore, ma crea lo spazio perché possa finalmente essere condiviso.

Una favola malinconica sul significato di essere umani

Klara e il Sole è una favola fantascientifica che alterna momenti di leggerezza a passaggi più dolorosi, affidandosi soprattutto alla capacità di Jenna Ortega di rendere credibile una creatura che deve imparare a interpretare le emozioni umane. 

La dimensione filosofica, il dramma familiare e il mistero che circonda Josie non sempre trovano una sintesi perfettamente equilibrata. Eppure, anche quando la storia procede in modo meno incisivo, rimane la forza della sua intuizione centrale: l'umanità non si misura con la perfezione, ma con la capacità di riconoscere la vulnerabilità. 

La domanda che resta non è se un robot possa diventare umano, ma se gli esseri umani siano ancora capaci di riconoscere ciò che li rende tali.

In un'epoca che promette di eliminare ogni imperfezione, Klara e il Sole invita a considerare proprio le nostre fragilità come una delle forme più preziose della nostra identità.

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