Zack Snyder tra mito e cinema: I nuovi eroi dai mille volti di Mariano Mesti

Cinema
Paolo Nizza

Paolo Nizza

Da L'alba dei morti viventi a Rebel Moon, passando per 300, Watchmen e Batman v Superman: in I nuovi eroi dai mille volti. Il cinema di Zack Snyder (Edizioni Shatter), Mariano Mesti indaga il regista che ha trasformato i supereroi in figure mitologiche. Nato da una tesi di laurea, il saggio attraversa cinema, fumetto, pittura e religione, riservando oltre cento pagine al confronto tra Batman e Superman. Una lettura appassionata e documentata, che rivela quanto il mito continui a vivere nel cinema contemporane

Due parole bianche su un fondo grigio, quasi un respiro trattenuto: For Autumn. È la dedica che chiude Zack Snyder's Justice League, il film che nel marzo 2021 ha permesso al regista di mostrare finalmente la propria visione di un'opera rimasta incompiuta quattro anni prima, quando la morte della figlia Autumn lo aveva spinto ad abbandonare la lavorazione di Justice League, poi affidata a Joss Whedon. Mariano Mesti riproduce quel fotogramma a pagina 9 del suo libro e vi aggiunge una riga che vale più di molte prefazioni: esattamente come il film, anche questo saggio è dedicato ad Autumn, «ovunque ella sia». Accanto a lei, il nonno dell'autore, Ciro.

Si capisce subito, insomma, che I nuovi eroi dai mille volti. Il cinema di Zack Snyder (Edizioni Shatter, collana Cinema, 336 pagine, 22,90 euro) non è il volume di un osservatore neutrale. È il libro di uno studioso che ha scelto da che parte stare, e che però ha la buona creanza di dichiararlo, di argomentarlo e, soprattutto, di documentarlo. Perché la passione, quando incontra la ricerca, può diventare uno strumento di conoscenza. E perché certe immagini, proprio come certi fantasmi, continuano a chiedere di essere interrogate.

Un eroe, mille volti

Il titolo, naturalmente, è un omaggio scoperto. Nel 1949 Joseph Campbell pubblicava L'eroe dai mille volti, il saggio che riconduceva a un'unica partitura — partenza, iniziazione, ritorno — le gesta di Prometeo e del Buddha, di Giasone e di Mosè, e che qualche decennio più tardi sarebbe diventato il breviario di George Lucas e di mezza Hollywood. Mesti ne volge il titolo al plurale e lo declina al presente: i suoi eroi sono nuovi perché abitano il fumetto, il videogioco, il cinema digitale e lo streaming, ma i volti restano quelli antichi.

Lo dichiara già l'indice, dove un sottocapitolo mette in fila, tra caporali, «Horus, Apollo, Geova, Kal-El, Clark Joseph Kent», come se la genealogia del kryptoniano passasse senza soluzione di continuità dall'Egitto dei faraoni ai campi di grano di Smallville.

È la tesi portante del volume, che la quarta di copertina riassume senza giri di parole: Snyder è un auteur iconologico e iconoclasta al tempo stesso, capace di scomporre i miti che hanno forgiato l'immaginario di un Occidente alla deriva, proprio come i suoi antieroi.

Una prospettiva che restituisce al cinema del regista americano una complessità spesso soffocata dal rumore delle contrapposizioni tra estimatori e detrattori. Perché dietro i muscoli, i mantelli, le battaglie e gli apocalittici ralenti si nasconde un universo nel quale il sacro dialoga con il profano, il supereroe con il martire, il fumetto con la pittura rinascimentale. E dove ogni immagine sembra custodire la memoria di un'altra immagine.

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Da Firenze a Green Bay: le origini del libro

L'origine del saggio è raccontata nell'introduzione con un pizzico di autoironia. Luglio 2018, Firenze, un caldo che l'autore definisce degno di un girone dantesco: Mesti, nato nel 1993 in provincia di Napoli, si laurea in Storia e critica dello spettacolo con una tesi intitolata Superman di Zack Snyder. Il messia del Kansas tra cinema e fumetto. Un lavoro, ammette lui stesso, probabilmente eccessivo nelle dimensioni.

Da quella tesi, e da un percorso che lo ha già portato a firmare monografie su Wes Craven e Karyn Kusama, nasce questo libro, che allarga lo sguardo alla filmografia del regista nato a Green Bay, nel Wisconsin.

Il punto di partenza è una constatazione. Nonostante gli attestati di stima di colleghi come Christopher Nolan, secondo cui è difficile trovare un moderno film di fantascienza supereroistica che non risenta dell'influenza di Snyder, e James Cameron, il cineasta americano rimane un oggetto di studio relativamente poco esplorato in ambito accademico. Mesti si propone di affrontarne l'opera attraverso un percorso critico che intreccia cinema, fumetto, storia dell'arte, mitologia e cultura visuale.

Chiama a testimone persino Chloé Zhao, regista di Eternals per la rivale Marvel, che in un'intervista al sito francese JeuxActu raccontò di aver pensato, vedendo il trailer de L'uomo d'acciaio, a un Superman diretto da Terrence Malick. Un accostamento tutt'altro che peregrino: il rapporto con la natura, la dimensione spirituale dell'esistenza, i corpi minuscoli di fronte all'immensità del paesaggio. Un complimento che, pronunciato dalla cineasta premiata con l'Oscar per Nomadland, acquista un significato particolare.

Del resto, è proprio questa la sfida che attraversa le pagine di Mesti: sottrarre Snyder alla sola disputa tra fan e detrattori per considerarlo un autore dotato di un linguaggio riconoscibile, di ossessioni ricorrenti e di un immaginario nel quale il cinema contemporaneo incontra forme narrative e figurative molto più antiche.

Da Watchmen a Rebel Moon: l'architettura del saggio

Quattro capitoli e una scelta di metodo netta: privilegiare, quando disponibili, le versioni director's cut, perché Snyder è un regista particolarmente sensibile alla dialettica tra grandi studios e libertà creativa. Nel suo cinema, il montaggio non è soltanto una questione di durata, ma anche di identità artistica.

Il primo capitolo, intitolato «This is my world», segue il cineasta dall'esordio con L'alba dei morti viventi alla stagione degli adattamenti da fumetto di 300 e Watchmen, dall'animazione de Il regno di Ga'Hoole all'estetica videoludica di Sucker Punch. Il percorso comprende anche Snow Steam Iron, cortometraggio realizzato con un iPhone e diffuso nel 2017 sulla piattaforma Vero, prima di approdare alla stagione Netflix con Army of the Dead e il dittico di Rebel Moon, fino alla mitologia norrena della serie animata Twilight of the Gods.

Anche qui l'analisi procede per immagini. Mesti individua uno stile vicino al cinéma vérité nella sequenza d'apertura di Army of the Dead, con la camera a mano che segue il convoglio militare nel deserto del Nevada come in un reportage di guerra. E legge in una delle inquadrature zenitali care al regista, la cosiddetta God's eye view, la trasformazione di Kora, l'eroina di Rebel Moon, in una final girl nel senso codificato da Carol J. Clover per il cinema horror.

Il discorso del tiranno Balisarius, aggiunge l'autore, rimanda invece a Il trionfo della volontà di Leni Riefenstahl. Un riferimento che apre la riflessione al rapporto fra spettacolo del potere, propaganda e costruzione dell'immagine.

Il secondo capitolo indaga lo Snyder produttore e sceneggiatore, da 300 - L'alba di un impero a Suicide Squad, da Wonder Woman ad Aquaman e Wonder Woman 1984, fino ad Army of Thieves. Una sezione meno ovvia di quanto sembri, giacché misura quanto della sua impronta sopravviva quando la macchina da presa passa in altre mani.

E dove quell'impronta incontra altri universi figurativi. Nei mondi sottomarini di Aquaman, per esempio, Mesti riconosce l'eco delle città sommerse di Otoh Gunga in Star Wars: Episodio I - La minaccia fantasma, a conferma di quanto il cinema di George Lucas attraversi, come un fiume carsico, l'immaginario snyderiano.

È uno degli aspetti più interessanti del lavoro: i riferimenti non vengono trattati come semplici citazioni da riconoscere, ma come elementi di una genealogia visiva. Ogni inquadratura appartiene a un film e, contemporaneamente, alla lunga storia delle immagini che l'hanno preceduta.

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Batman v Superman, il vangelo secondo Snyder

Ma il cuore del volume batte nella seconda metà. Il terzo capitolo, Il vangelo secondo Snyder, con un'eco pasoliniana difficile da ignorare, è dedicato alla trilogia dell'Uomo d'acciaio, quella composta da L'uomo d'acciaio, Batman v Superman: Dawn of Justice e Zack Snyder's Justice League, con il kryptoniano al centro e la cosiddetta Trinità supereroistica — Superman, Batman, Wonder Woman — a fare da architrave.

Qui l'autore affronta il primo e l'ultimo tassello del trittico, perché quello centrale merita uno spazio tutto suo.

Il quarto capitolo, ed è la scelta più audace, è infatti interamente consacrato a Batman v Superman, che Mesti considera l'apogeo della filmografia snyderiana, almeno «al momento in cui scrivo». Oltre cento pagine su un solo film, quasi un terzo del libro, scandite da titoli che sono già una dichiarazione di poetica: Il giorno contro la notte, La passione di Superman, Il sacrificio di Dio per amore dell'uomo.

Qualche esempio rende l'idea del metodo.

A pagina 218 Mesti osserva come il Clark Kent snyderiano, spavaldo e stimato all'interno del Daily Planet, sia molto più vicino a quello disegnato da John Byrne in The Man of Steel che non alle versioni della Golden Age o a quella interpretata da Christopher Reeve.

Nella pagina successiva accosta la statua eretta a Metropolis in onore di Superman, quella che i cittadini imbratteranno con la scritta «False God», a The Spirit of Detroit, il bronzo di Marshall Fredericks che dal 1958 veglia sul centro della città dei motori.

Il riferimento non è casuale, giacché Snyder girò buona parte di Batman v Superman proprio nell'area di Detroit, facendo dell'architettura postindustriale della città il volto di Gotham e di Metropolis. Così, nella lettura proposta dal saggio, il monumento al dio venuto dalle stelle discende da un'icona civica e americana, e la sua profanazione diventa il primo atto di un processo che il film celebrerà fino in fondo.

A pagina 242, in uno dei passaggi più riusciti, Mesti ricostruisce invece una vera e propria grammatica del bianco. La sequenza in cui Lex Luthor sale a bordo dell'astronave di Zod richiama, attraverso inquadrature molto simili, il cammino di Bowman nella Discovery One di 2001: Odissea nello spazio, film peraltro citato direttamente da Snyder. E il candore che in L'uomo che fuggì dal futuro di George Lucas simboleggiava l'assenza di passioni diventa qui il segno di un'ambiguità destinata a incupirsi.

Gli abiti di Luthor, nota infatti l'autore, passano dal bianco a tinte blu tendenti al nero, man mano che la sua malafede viene alla luce. Anche i colori, dunque, raccontano una discesa morale.

Non meno eloquenti i confronti con la storia dell'arte, che il volume documenta attraverso un ricco corredo di fotogrammi affiancati.

Lois Lane immersa nella vasca, nella scena in cui Clark la raggiunge, richiama la posa languida de Il bagno di Alfred Stevens, il pittore belga che intorno al 1867 ritrasse una donna assorta tra le rose e l'acqua. E la prima rinascita di Superman, il corpo esanime che nello spazio tende il braccio verso il sole per ritrovare la vita, viene messa a confronto con la Creazione di Adamo di Michelangelo.

La volta della Sistina e la sala da bagno borghese dell'Ottocento convivono così nello stesso film, e il sacro e il quotidiano finiscono per specchiarsi l'uno nell'altro, proprio come Kal-El e Clark Kent.

È qui che il saggio dà il meglio, nell'intreccio tra le riflessioni sul rapporto fra cinema e fumetto, l'iconografia della pittura sacra e le suggestioni di autori lontanissimi dalla narrativa di genere. Mesti mostra come Snyder costruisca i suoi supereroi attraverso un incessante dialogo con immagini che appartengono alla memoria collettiva, trasformando lo spettacolo del blockbuster in un teatro di archetipi, sacrifici e resurrezioni.

Del resto il superuomo, prima ancora di indossare un mantello e imparare a volare, aveva già trovato nella filosofia di Nietzsche una delle sue più celebri formulazioni: l'uomo, predicava Zarathustra, è una corda tesa tra l'animale e il superuomo, una corda sopra un abisso.

Naturalmente il superuomo nietzscheano e quello dei fumetti appartengono a tradizioni e concezioni differenti. Ma l'immagine della corda conserva una straordinaria potenza evocativa. Snyder, e Mesti con lui, sembrano prenderla alla lettera, facendoci camminare sopra un dio venuto dalle stelle, costretto a scoprire che per salvare gli uomini dovrà prima morire per loro.

Le collaborazioni con Chris Terrio, Hans Zimmer e Christopher Nolan completano il quadro di una stagione artistica nella quale Snyder ha ridefinito, attraverso quei tre film, la propria interpretazione del mito supereroistico.

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Il rigore dello studioso, la passione del fan

Il libro porta con sé la serietà della sua origine universitaria, e la porta bene. L'argomentazione è sostenuta da un solido apparato bibliografico, da note puntuali, da una sitografia e da una videografia che accompagnano il lettore lungo un percorso fitto di riferimenti cinematografici, artistici e filosofici.

Mesti sa che un autore tanto discusso va raccontato con le immagini e con le fonti, prima ancora che con gli aggettivi. Ed è proprio l'incontro tra la precisione dello studioso e l'entusiasmo dell'appassionato a dare al volume la sua fisionomia.

La scrittura, dal canto suo, predilige l'argomentazione distesa e il periodo ampio, quello che non ha fretta di arrivare al punto perché vuole prima mostrarne tutte le sfumature. Un passo che chiede al lettore una certa attenzione e che la ripaga attraverso la ricchezza dei collegamenti, la cura delle analisi e il piacere della scoperta.

Perché leggere I nuovi eroi dai mille volti significa anche imparare a guardare diversamente film che credevamo di conoscere. A riconoscere in un gesto, in un movimento di macchina, nella disposizione di un corpo o nell'ombra proiettata da una statua, la sopravvivenza di un'immagine più antica. Come se il cinema fosse un gigantesco palinsesto sul quale ogni epoca continua a riscrivere i propri miti.

Chi vuole comprendere perché un regista tanto divisivo abbia lasciato un segno così profondo sul blockbuster del terzo millennio troverà qui una mappa dettagliata. Non un atto di fede, ma un percorso di lettura costruito attraverso confronti, documenti e interpretazioni che restituiscono spessore culturale a un immaginario troppo spesso liquidato come puro intrattenimento.

Tanto più oggi, con l'universo DC ripartito su altre basi sotto la guida di James Gunn e Peter Safran, quando lo Snyderverse è diventato a sua volta un mito, custodito da una comunità di appassionati che non ha mai smesso di presidiarlo.

E i miti, Campbell docet, non muoiono mai davvero: cambiano soltanto volto.

Se fosse un cocktail

Se I nuovi eroi dai mille volti fosse un cocktail, sarebbe un Green Bay Gospel.

Base di brandy (45 ml), omaggio al Wisconsin natale di Snyder, dove il Brandy Old Fashioned è una sorta di religione laica; 15 ml di un amaro alpino, per l'ombra che avvolge ogni suo eroe; 7,5 ml di Strega, il liquore beneventano color oro, per le radici campane dell'autore e per quel tanto di magia che serve a trasformare un uomo in un dio; due dash di bitter all'arancia.

Si mescola nel mixing glass, lentamente, quasi al ralenti, e si serve su un unico grande cubo di ghiaccio in un tumbler basso. Guarnizione: una scorza d'arancia piegata a forma di S, da spremere sul bicchiere prima di lasciarla cadere. Come un mantello.

Si beve in silenzio, alla fine dei titoli di coda, quando sullo schermo restano soltanto due parole bianche. For Autumn. E per tutti coloro che, come il nonno Ciro, continuano a vivere nei cuori di chi li ha amati.

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