Digger, la recensione del film di Iñárritu: Tom Cruise scava nell’apocalisse del petrolio

Cinema
Paolo Nizza

Paolo Nizza

Introduzione

Dal 1° ottobre 2026 arriva nelle sale italiane Digger, la black comedy apocalittica con cui Alejandro G. Iñárritu trasforma Tom Cruise in Digger Rockwell, petroliere texano panciuto e senza scrupoli che, dopo aver contribuito a un disastro ambientale in Groenlandia, pretende di presentarsi come il salvatore dell’umanità. Con John Goodman, Riz Ahmed, Jesse Plemons, Sandra Hüller e Michael Stuhlbarg, fotografato in VistaVision da Emmanuel Lubezki, il film è un gioco di specchi infranti sull’epoca della post-verità: una satira dall’ironia più nera del vantablack, in cui ridere resta forse l’ultimo modo per guardare in faccia la fine del mondo.

 

Quello che devi sapere

Digger di Iñárritu, la recensione: Kant, il cielo stellato e il mare

«Due cose riempiono l’animo di ammirazione e venerazione sempre nuova e crescente (…): il cielo stellato sopra di me e la legge morale in me». Così scriveva Immanuel Kant nel 1788, in chiusura della Critica della ragion pratica. Quasi due secoli e mezzo più tardi, il cielo stellato gode ancora di ottima salute. Sulla legge morale, invece, si attendono notizie.

Digger, il nuovo film di Alejandro G. Iñárritu, nelle sale italiane dal 1° ottobre 2026, comincia proprio lassù. Una notte traboccante di stelle, così nitida da sembrare un fondale dipinto. In sottofondo, un placido frinire, un sereno canto di grilli. «Dolce e chiara è la notte e senza vento», verrebbe da sussurrare con Leopardi, se non fosse che siamo in Texas.

Poi la macchina da presa si inabissa e ci mostra il fondale marino che ribolle. Bolle insolite, perturbanti, malsane, come se il pianeta soffrisse di un’indigestione cronica. Il cielo è in ordine. È là sotto che qualcosa si è rotto.

Tant’è che il film si congeda con un malevolo gracidare di rane. Le piaghe d’Egitto vi ricordano qualcosa? Secondo l’Esodo, la seconda fu proprio un’invasione di rane, salite dal Nilo fin dentro le camere da letto del faraone. Dai grilli alle rane: Iñárritu affida agli animali l’ouverture e il requiem. Gli esseri umani, nel frattempo, sono troppo occupati a parlare. E a scavare.

Perché il regista di Birdman e The Revenant non racconta un’apocalisse da camera. Racconta l’apocalisse globale. Ma lo fa senza salire in cattedra, senza appendere tazebao, con la perfidia della black comedy. Un film dall’ironia più nera del vantablack, il materiale capace di assorbire oltre il 99,9% della luce. Qui, a sparire nel buio, sono le nostre illusioni.

Iñárritu ha inseguito questa ossessione per un decennio, fin da quando ha terminato The Revenant. Il progetto è passato attraverso diverse incarnazioni prima che Warner Bros. e Legendary decidessero di finanziarlo con un budget inizialmente indicato intorno ai 125 milioni di dollari. Alcune fonti industriali hanno parlato successivamente di costi saliti fino a 160-180 milioni. Del resto, in un film su un petroliere, badare a spese sarebbe stato quasi fuori tema.

Tom Cruise è Digger Rockwell: il petroliere texano che punta all’Oscar

Il cinema americano ha sempre avuto un debole per gli uomini del greggio. James Dean, ne Il gigante, si faceva battezzare da un geyser di petrolio. Il Daniel Plainview de Il petroliere di Paul Thomas Anderson si vantava di bere il frappè altrui. Digger Rockwell va oltre: il petrolio, ci spiega, è il latte materno di Madre Natura. Lui non beve il frappè degli altri. Succhia direttamente dal seno della Terra.

Pancia prominente, capelli radi, una cadenza del Sud così densa da poterla raffinare. All’inizio il trucco richiedeva circa sei ore; Cruise avrebbe sfidato la squadra del make-up a ridurre drasticamente quei tempi, fino a portarli sotto l’ora. Iñárritu ha spiegato che l’attore era quasi troppo bello per una parte simile, che sembrava molto più giovane della sua età e che proprio la trasformazione lo ha liberato, consentendogli di giocare dentro la pelle di qualcuno che non fosse Tom Cruise.

Ai piedi, stivali texani di coccodrillo, o forse di serpente, o forse di entrambi. Un uomo così non sceglie: accumula. E quando le cose si mettono male, Digger ci ricorda che il panico è una risorsa. Il termine deriva da Pan, il dio caprino che seminava il terrore tra le greggi. Digger lo tratta come un barile qualsiasi: si estrae, si raffina, si vende.

Siamo agli antipodi di Ethan Hunt. Niente aerei da cui penzolare, niente corse sui tetti. L’unico stunt è un monologo di dieci minuti davanti a un emiciclo di capi di Stato e ambasciatori furibondi, in cui il petroliere ammette le conseguenze disastrose della corsa all’oro nero e, nello stesso respiro, rivendica le comodità che quell’oro ci ha regalato. Un pezzo di bravura che riporta Cruise dalle parti del Frank T.J. Mackey di Magnolia. Là insegnava a sedurre e distruggere le donne. Qui seduce e distrugge l’intero pianeta.

Tre candidature all’Oscar come attore, una come produttore di Top Gun: Maverick, un Oscar onorario ricevuto nel novembre 2025. A 64 anni, l’uomo che aveva scoperto Iñárritu vedendo Amores perros nel 2000 potrebbe aver trovato il ruolo per saldare finalmente il conto con l’Academy. In contanti, naturalmente.

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Quaranta giorni, una pala e un fratello: Digger tra Genesi e Amleto

Digger ama raccontare la propria leggenda. Lui e suo fratello, quaranta giorni e quaranta notti a scavare con una pala. Tanto durò la pioggia del Diluvio, secondo la Genesi. Ma qui dal cielo non cade una goccia: è la terra che deve restituire qualcosa.

Con quella stessa pala, Digger ha seppellito il fratello. Poi ha continuato a scavare. Poi ha trovato il petrolio. Caino e Abele con una trivella al posto dell’altare, e nessun Dio a domandare dove sia finito l’altro. Digger, del resto, avrebbe già la risposta pronta: sono forse il custode di mio fratello?

Digger, in inglese, è colui che scava. E il gravedigger è il becchino. Shakespeare lo sapeva bene: nel quinto atto dell’Amleto sono proprio due becchini a scherzare mentre preparano la fossa di Ofelia, tra un teschio e un indovinello. Chi scava fosse ha sempre la battuta pronta.

La pala, oggi, è incastonata come un trofeo nella sua dimora sardanapalesca, tra animali impagliati, ritratti di antenati e corna di ogni foggia. Come il Sardanapalo che Delacroix dipinse ispirandosi alla tragedia di Byron, il re assiro che prima di salire sul rogo ordina di distruggere con sé concubine, cavalli e tesori. Digger, beninteso, non ha alcuna intenzione di finire sulla pira. Ma il fuoco, a ben vedere, lo ha già acceso per tutti.

In origine il film doveva intitolarsi Blah, Blah, Blah, ha raccontato Iñárritu: un omaggio a quell’arma incredibile, terribile e terrificante che è la lingua, capace di farci credere in ciò che non vediamo. Digger scava pozzi e scava parole. E se poi il destino dell’umanità dovesse finire in balia dei venti o delle correnti oceaniche, poco male: basta avere fede che Dio protegga l’America. In God We Trust, sta scritto sui dollari. Digger aggiunge, a margine: e nelle correnti del Golfo.

“Compliance is freedom”: l’America distopica in VistaVision

Il cielo è plumbeo, violato da aerei militari e droni. Il fiume è un cimitero di automobili. L’esercito pattuglia le strade, e tra la folla si scorge persino qualche androide. Su un muro, una scritta a vernice spray: Compliance is freedom, l’obbedienza è libertà.

George Orwell, in 1984, aveva inciso sulla facciata bianca del Ministero della Verità tre slogan, tra cui «La libertà è schiavitù». Iñárritu si limita a rovesciarlo. Il risultato è più inquietante dell’originale, perché non suona più come una minaccia. Suona come un consiglio per gli acquisti.

A dipingere questo mondo è Emmanuel Lubezki, che con Iñárritu ha già firmato Birdman e The Revenant, due dei suoi tre Oscar consecutivi. Il film è girato su pellicola 35mm in VistaVision, il formato a negativo orizzontale inventato dalla Paramount negli anni Cinquanta. John Goodman lo ha paragonato a un dipinto che parla. Le inquadrature dal basso, sghembe, ingigantiscono uomini che urlano dentro un caos che loro stessi hanno fabbricato.

Sicché evocare Il dottor Stranamore è quasi inevitabile. Ma dove Kubrick metteva in scena l’amore per la bomba, Iñárritu mette in scena l’amore per il comfort. E dove Don’t Look Up di Adam McKay puntava il dito verso la cometa, qui il dito si rivolge a noi.

«Non mi interessa puntare il dito, né ridurre il film a un commento politico, a una questione di destra o di sinistra», ha spiegato il regista. Siamo tutti parte di questa follia, non ci sono buoni né cattivi: il sistema ci ha intrappolati, e dobbiamo trovare insieme una via d’uscita. Ammesso che qualcuno non l’abbia già asfaltata.

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Maggie, Judy e Kimberly: i vezzosi nomi femminili dell’apocalisse

Digger è un film costellato di vezzosi nomi femminili. C’è Maggie, la gatta bianca che il petroliere adora e che non vuole lasciar morire, al punto da licenziare il veterinario colpevole di aver formulato una prognosi. Una gatta di nome Maggie, nella casa di un patriarca del Sud: Tennessee Williams non avrebbe saputo far di meglio.

Ne La gatta sul tetto che scotta, Maggie era la moglie inquieta di Brick, mentre Big Daddy era il ricchissimo patriarca e proprietario terriero divorato da un male che tutti gli nascondevano, in una famiglia dove la parola più ripetuta era menzogna. Qui il tetto che scotta è l’intero pianeta. E la menzogna, nel frattempo, si è quotata in Borsa.

Poi ci sono gli iceberg, staccatisi dalla Groenlandia e grandi come Philadelphia, perché agli americani le dimensioni vanno tradotte in città: il sistema metrico, da quelle parti, resta un mistero gaudioso. Philadelphia, la città dell’amore fraterno. In un film il cui protagonista ha seppellito il fratello con una pala, anche la toponomastica ha un senso dell’umorismo.

Gli iceberg vengono battezzati Judy o Kimberly, come gli uragani che dal 1953 i meteorologi statunitensi iniziarono a chiamare con nomi di donna. Kimberly, per la cronaca, era il nome della prima fidanzata del dottor Ganesh: anche la scienza, quando deve battezzare la fine del mondo, pesca nei ricordi di gioventù. Le catastrofi, come le dive, pretendono un nome di battesimo. Judy, peraltro, era il titolo di lavorazione del film. Un vezzo anche questo.

Il cast di Digger: John Goodman, Riz Ahmed, Jesse Plemons

Attorno a Cruise, Iñárritu schiera un cast da far impallidire un vertice del G7. Un immenso John Goodman è Compson, il presidente degli Stati Uniti. Il cognome evoca i Compson di William Faulkner, la famiglia sudista in sfacelo de L’urlo e il furore, titolo a sua volta preso in prestito dal Macbeth: la vita è una storia raccontata da un idiota, piena di rumore e di furore, che non significa nulla.

Il presidente di Goodman finisce per identificare il proprio corpo e il proprio male con quelli del pianeta. «Lo Stato sono io», avrebbe detto Luigi XIV. Compson va oltre: la Terra sono io. Il Walter Sobchak de Il grande Lebowski si batteva per il tappeto del Drugo citando il Vietnam a ogni frase; qui c’è da difendere il mondo, e non è detto che il compito sia più semplice.

Michael Stuhlbarg, l’uomo a cui capitava di tutto in A Serious Man dei Coen, è un vicepresidente incerto, perennemente in bilico tra servilismo e smarrimento. Uno a cui non capita nulla, perché nessuno gli chiede mai niente.

Jesse Plemons, premiato a Cannes per Kinds of Kindness, è sempre più inquietante, indimenticabile e sfuggente. Il suo Kenny è capace di regalare a Digger una cravatta nel momento più tragico. Il mondo brucia, d’accordo, ma il nodo dev’essere impeccabile.

Straordinario Riz Ahmed, premio Oscar per il cortometraggio The Long Goodbye, nei panni del dottor Ganesh, consulente dell’azienda di Digger. Porta il nome del dio indù dalla testa di elefante, colui che rimuove gli ostacoli; peccato che stavolta l’ostacolo sia un iceberg. Ganesh annega il rimorso nel whisky, anche se preferirebbe il rum invecchiato in botte. Ma in tempi di apocalisse non si va per il sottile, e nemmeno per il pregiato.

Notevole anche Sandra Hüller nei panni di Emma Rockwell, sorellastra di Digger e proprietaria di un’azienda di energie sostenibili, sempre però foraggiata dal fratello. Dopo aver coltivato il giardino accanto all’orrore ne La zona d’interesse, ora coltiva energia pulita con denaro sporco di greggio. Il verde, in casa Rockwell, si paga con l’oro nero.

Completano il cast Emma D’Arcy, Robert John Burke, Burn Gorman e Sophie Wilde.

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Digger: scheda tecnica, cast e durata del film di Iñárritu

Titolo: Digger

Regia: Alejandro G. Iñárritu

Sceneggiatura: Alejandro G. Iñárritu, Sabina Berman, Alexander Dinelaris, Nicolás Giacobone

Soggetto: Sabina Berman, Alejandro G. Iñárritu, Jez Butterworth

Cast: Tom Cruise, Riz Ahmed, John Goodman, Sandra Hüller, Michael Stuhlbarg, Jesse Plemons, Emma D’Arcy, Robert John Burke, Burn Gorman, Sophie Wilde

Fotografia: Emmanuel Lubezki

Montaggio: Stephen Mirrione, Conor O’Neill

Musiche originali: Cosmo Sheldrake

Produzione: Alejandro G. Iñárritu, Mary Parent, Tom Cruise per Legendary Pictures

Formato: pellicola 35mm VistaVision

Distribuzione italiana: Warner Bros. Pictures

Durata: 129 minuti (2 ore e 9 minuti)

Al cinema: dal 1° ottobre 2026

Se Digger fosse un cocktail: il Latte di Madre Natura

Se Digger fosse un cocktail sarebbe il Latte di Madre Natura, in omaggio alla definizione che il petroliere riserva al greggio. Bourbon texano, perché Digger non beve nulla che non sia nato nel suo Stato; rum invecchiato in botte, il distillato che il dottor Ganesh preferirebbe al whisky con cui annega i rimorsi; un cucchiaino di Fernet, l’amaro della coscienza, da aggiungere quando ormai è troppo tardi.

Il tutto versato su un unico, enorme blocco di ghiaccio trasparente, ribattezzato Judy, che si scioglie lentamente nel bicchiere senza che nessuno se ne preoccupi. In superficie, un velo di rum blackstrap, scuro e denso come una chiazza di petrolio. A coronare, una nebulizzazione di mezcal: il fumo degli incendi e un saluto alla patria del regista.

Si mescola con un cucchiaino a forma di pala. Si beve senza panico, che tanto, come insegna Digger, è una risorsa. E si brinda alla salute del pianeta. Finché dura il ghiaccio.

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