Un bon avocat, recensione del film con Laurent Lafitte alla Mostra del Cinema di Venezia
Cinema
Introduzione
Presentato Fuori Concorso alla Mostra del Cinema di Venezia 2026 (SEGUI LA DIRETTA) e su Netflix dal 9 novembre, Un bon avocat (The Good Lawyer) è il legal movie adrenalinico di Tristan Séguéla. Laurent Lafitte è Léonard Landry, principe del foro e cocainomane che va in overdose in piena udienza: uscito dalla disintossicazione, ha una sola settimana per salvare la carriera e preparare il processo in cui l’imputato è lui. Con Anthony Bajon, Carole Bouquet e Mélanie Laurent. La recensione di una corsa contro il tempo tra dipendenza, potere e tentazione.
Quello che devi sapere
Un bon avocat: Laurent Lafitte tra toga, vodka e cocaina
Tre macinate di pepe in una vodka. Una riga di cocaina sul coperchio di un water. Due processi da seguire contemporaneamente e un cuore che, prima o poi, presenterà il conto. La giornata di Léonard Landry comincia così. E non è neppure una giornata particolarmente storta.
Principe del foro parigino, velocissimo con le parole e ancora più rapido nell’autodistruzione, Léonard appartiene a quella categoria di uomini capaci di salvare chiunque tranne se stessi. Laurent Lafitte lo interpreta come se avesse ingoiato un metronomo impazzito: corre nei corridoi, arringa, mente, seduce, sniffa, ricomincia. Finché il corpo, meno brillante dell’avvocato ma decisamente più ragionevole, decide di dichiarare chiusa l’udienza.
È da un’overdose in pieno tribunale che prende il via Un bon avocat (The Good Lawyer), il film di Tristan Séguéla presentato Fuori Concorso alla Mostra del Cinema di Venezia 2026, nella sezione Venice Open, e in arrivo su Netflix dal 9 novembre.
E a quel punto il paradosso è servito: l’uomo che ha costruito una carriera trovando una difesa per gli altri ha una settimana per affrontare il cliente più difficile della sua vita. Se stesso.
Anthony Bajon, da autista a unico vero alleato
Al suo fianco, in questa corsa contro il tempo e soprattutto contro se stesso, c’è Noé, tirocinante trentenne con l’orecchino che parte come semplice autista e finisce per diventare l’unica persona capace di restare davvero accanto a Léonard.
Anthony Bajon gli presta un idealismo che si incrina scena dopo scena. È la parabola di chi entra nella professione guardandola dal basso con ammirazione e, una volta arrivato abbastanza vicino, ne distingue compromessi, vanità e zone d’ombra.
Séguéla ha raccontato di aver deliberatamente sottratto primi piani a Lafitte nei primi venti minuti, lasciando che fosse Bajon, poco alla volta, a conquistarsi il proprio spazio. La scelta funziona perché Noé non è soltanto la spalla del protagonista: diventa il suo controcampo morale.
Quando l’allievo minaccia di piantare in asso il maestro, nel loro rapporto affiora qualcosa di quasi documentaristico, come se per qualche minuto il film smettesse di far correre il proprio meccanismo e lasciasse semplicemente due uomini davanti alle conseguenze delle loro scelte.
Il loro è il cuore pulsante di Un bon avocat: un buddy movie clandestino nascosto dentro un court drama.
Carole Bouquet e Mélanie Laurent, due volti del potere
Se Léonard è tutto movimento, Anne Lamarck è quasi immobile.
Carole Bouquet incarna il volto più algido del potere: presidente di una multinazionale, attraversa il film tra calici di champagne da migliaia di euro e mezzi sorrisi che non arrivano mai agli occhi. Elegante, glaciale, potenzialmente letale anche senza alzare la voce.
È attraverso di lei che Un bon avocat esplicita una delle proprie idee più interessanti: il potere assomiglia a una droga perché, una volta assaggiato, chiede continuamente di aumentare la dose. E alla lunga altera la percezione non meno della cocaina. In politica come negli affari.
Sul fronte opposto, Mélanie Laurent presta a Iris Saint Didier il fascino di un’avvocata talentuosissima e imprevedibile, capace di ribaltare un’udienza con un aggettivo piazzato al momento giusto.
Bouquet e Laurent rappresentano così due differenti declinazioni della forza: una economica, l’altra dialettica. Entrambe sorridono poco e colpiscono con precisione chirurgica.
Il ritmo di Tristan Séguéla e il doppio volto di Gédéon Ekay
Tutto, in Un bon avocat, è una questione di ritmo.
Séguéla e gli sceneggiatori Marcia Romano, Simon Jacquet e Stéphane Sebag hanno seguito per una settimana un vero penalista e da quell’esperienza hanno ricavato l’urgenza permanente che percorre il film dalla prima all’ultima inquadratura: telefoni che squillano, fascicoli, udienze, clienti, corridoi attraversati di corsa. Il tempo del tribunale, almeno qui, sembra sempre essere cinque minuti più veloce di quello dell’orologio.
Séguéla gira nello stesso modo in cui corre il suo protagonista: da destra a sinistra, continuamente. E noi appresso, col fiato corto.
Dentro questa fabbrica di adrenalina c’è anche un piccolo gioco di prestigio. Gédéon Ekay interpreta infatti due personaggi, i fratelli Firmin e Caleb, e lo fa con una naturalezza tale che, secondo Séguéla, la grande maggioranza degli spettatori — critici compresi — non si accorge subito dello sdoppiamento.
Il dettaglio potrebbe sembrare soltanto un virtuosismo. Ma in un film abitato da uomini che mostrano una faccia al mondo e ne nascondono un’altra finisce per assomigliare quasi a una dichiarazione d’inten
Un bon avocat, il giudizio
Un bon avocat non pretende di essere un capolavoro e alcune svolte, soprattutto quando la macchina narrativa accelera al massimo, chiedono allo spettatore una generosa sospensione dell’incredulità.
Ma nelle sue due ore scarse — 114 minuti — Tristan Séguéla confeziona un intrattenimento di razza, metà court drama e metà buddy movie, che sotto la lucida superficie da thriller Netflix nasconde una riflessione meno banale sul potere, sulla solitudine e soprattutto sulla dipendenza.
Perché, prima ancora di essere un film di avvocati, Un bon avocat è un film sulla recidiva.
La domanda decisiva non è se Léonard troverà la scappatoia giuridica capace di salvarlo, ma se riuscirà a difendersi da se stesso. E se una redenzione ci sarà — Séguéla, prudentemente, preferisce non chiamarla così — dovrà comunque essere conquistata riga dopo riga, tentazione dopo tentazione.
Perché il vero processo, in aula come nella vita, è sempre e soltanto quello che si celebra allo specchio.
Un bon avocat, la scheda del film
Titolo originale: Un bon avocat
Titolo internazionale: The Good Lawyer
Regia: Tristan Séguéla
Sceneggiatura: Marcia Romano, Simon Jacquet, Tristan Séguéla, Stéphane Sebag
Fotografia: Augustin Barbaroux
Montaggio: Pierre Deschamps
Musiche: Amine Bouhafa
Scenografia: Jan Houllevigue
Costumi: Elfie Carlier
Interpreti: Laurent Lafitte, Anthony Bajon, Mélanie Laurent, Carole Bouquet, Gédéon Ekay
Produzione: Iconoclast
Origine: Francia, 2026
Durata: 114 minuti
Sezione: Venice Open – Fuori Concorso, Mostra del Cinema di Venezia 2026
Distribuzione: Netflix, dal 9 novembre 2026