Possible Love, Leone d'Argento a Venezia: la recensione del film di Lee Chang-dong
Cinema
Introduzione
Leone d'Argento – Gran Premio della Giuria alla Mostra del Cinema di Venezia, e premio FIPRESCI della critica: a otto anni da Burning e ventiquattro dal Leone d'Argento per la migliore regia di Oasis, Lee Chang-dong torna in concorso con Possible Love, dedicato al decimo comandamento del Decalogo di Kieślowski: non desiderare. Due coppie, un operaio licenziato con la moglie e una documentarista con il marito benestante, si sfiorano attorno a un film e finiscono per desiderare la vita, e forse l'amore, dell'altra. Con Jeon Do-yeon, Sul Kyung-gu, Zo In-sung e Cho Yeo-jeong. Dal 6 novembre su Netflix. La recensione, e naturalmente un cocktail.
Quello che devi sapere
Possible Love e il decimo comandamento: il desiderio di un’altra vita
Il decimo comandamento ha una grammatica tutta sua. Non vieta un gesto, come gli altri, ma un moto del cuore: non desiderare. E nella formulazione biblica dell'Esodo quel divieto prende persino la forma di un inventario: la casa del prossimo, sua moglie, il suo servo, il suo bue, il suo asino. Krzysztof Kieślowski, che di quei dieci divieti aveva ricavato un poema in cifra minore, nel Decalogo 10 affidò l'ultimo a due fratelli mandati in rovina da una collezione di francobolli. Sicché non stupisce che Lee Chang-dong, dopo aver cercato per anni il modo di raccontare un licenziamento di massa e la repressione che ne era seguita, si sia imbattuto proprio lì, nel comandamento che sembra il più semplice e si rivela il più impossibile da osservare.
Possible Love (Ga-neung-han Sa-rang), presentato in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia e ripartito dal Lido con il Leone d'Argento – Gran Premio della Giuria e il premio FIPRESCI della critica, arriva il 6 novembre su Netflix e porta in coda una dedica al Decalogo di Kieślowski. Ma basta poco per capire che non è un remake, e nemmeno un'illustrazione: è un film del tutto autonomo, in cui desiderare l'altrui non significa allungare la mano su una casa o su un francobollo, bensì su una vita intera.
Possible Love: Jeon Do-yeon e Sul Kyung-gu nel film di Lee Chang-dong
Le due coppie di Possible Love si sfiorano per la prima volta a un funerale, luogo in cui la morte finisce paradossalmente per rimettere in moto la vita. Mi-ok (Jeon Do-yeon) lavora in una fabbrica di mascherine e tiene insieme, con una calma che somiglia all'apprensione, una famiglia segnata dal licenziamento del marito Ho-seok (Sul Kyung-gu), l'operaio che ha scioperato, ha perso, e da allora porta dentro di sé una ferita che non fa rumore. Dall'altra parte ci sono Ye-ji (Cho Yeo-jeong), documentarista che sta girando un film proprio sui lavoratori licenziati, e suo marito Sang-woo (Zo In-sung), gestore di fondi cresciuto nell'agio, ospitale fino all'ambiguità e insondabile quanto basta.
Quando Mi-ok accetta di entrare nelle riprese, i due nuclei cominciano a frequentarsi, e nel loro avvicinarsi si insinua qualcosa che non è soltanto cordialità: un legame sincero con Ye-ji, un'attrazione inquieta per Sang-woo. Ci vogliono quasi tre ore perché tutto questo affiori, e Lee non ne spreca una. Per Jeon Do-yeon è il ritorno al set del regista che nel 2007, con Secret Sunshine, le valse il premio per la migliore attrice a Cannes, prima interprete coreana a riuscirci; il cerchio, tant'è, si chiude nel migliore dei modi. Per Sul Kyung-gu è invece un riavvicinamento che ha il sapore del debutto, a ventiquattro anni da Oasis e oltre un quarto di secolo da Peppermint Candy: ha raccontato di aver detto sì senza nemmeno chiedere il copione, perché quando a chiamare è Lee Chang-dong la sceneggiatura è un dettaglio. Zo In-sung e Cho Yeo-jeong entrano per la prima volta nell'universo del regista, e non è un caso che si siano presi i due personaggi più difficili da mettere a fuoco.
Possible Love e il desiderio: due coppie, due classi, un comandamento
Il titolo è una piccola provocazione. Le grandi storie d'amore, d'altronde, sono quasi sempre storie di un amore impossibile: più alto è l'ostacolo (il destino, la classe, i due balconi di Verona) più la tensione cresce e più ci innamoriamo dell'idea di quell'amore. Possible Love rovescia la formula e si chiede, con apparente mitezza, quale amore sia davvero possibile, e che cosa significhi. La risposta passa per due case che sono due mondi. C'è l'appartamento di Mi-ok e Ho-seok, intriso dei sogni mancati e del tempo trascorso insieme; e c'è la villa di Sang-woo, con la sua spiaggia privata, che racconta senza una parola la ricchezza tramandata di generazione in generazione.
In mezzo, il comandamento che dà il via a tutto: non desiderare la casa, non desiderare la moglie, non desiderare il marito. Verrebbe facile chiamare in causa Parasite, e non solo perché Cho Yeo-jeong veniva proprio da lì: anche qui c'è un divario che scava, ci sono inviti a cena e giornate al mare che sanno di paternalismo. Ma Lee non alza mai la voce e non ha bisogno di un colpo di scena. Fa una cosa più rara e più difficile: guarda quattro persone mentre provano, spesso maldestramente, a essere felici, e lascia che la tensione monti da sola, gesto dopo gesto, silenzio dopo silenzio. In fondo, è il cinema che ha sempre fatto.
Da regista, Lee Chang-dong torna al Lido
Da regista, Lee Chang-dong torna al Lido ventiquattro anni dopo il Leone d'Argento per la migliore regia di Oasis, e al cinema dopo gli otto anni di silenzio seguiti a Burning. Il tempo, per lui, non è mai una posa: è una materia. Possible Love alterna due sguardi, quello oggettivo del film e quello, febbrile e portatile, della videocamera con cui Ye-ji gira il suo documentario. All'inizio i due registri si distinguono nettamente; poi il confine si fa ora più netto ora più poroso, seguendo l'onda emotiva dei personaggi. Il direttore della fotografia Kim Ji-yong ha lavorato quasi sempre a macchina a mano e a luce naturale, progettando con lo scenografo Jang Min-woo perfino l'orientamento e le dimensioni delle finestre, perché fosse lo spazio a decidere la luce e non una lampada. Ne nasce l'impressione di assistere alle scene con i propri occhi, come se non fossero mai state costruite.
C'è, in tutto questo, una domanda che riguarda da vicino chi scrive queste righe. In conferenza stampa a Venezia Lee ha raccontato che la documentarista Ye-ji è forse il personaggio più prossimo alla sua identità di regista: qualcuno che non smette di chiedersi quanto sia davvero vicino alle persone che filma, se le stia rappresentando con onestà, se abbia il diritto di raccontare il loro dolore. È una domanda, ha aggiunto, che potrebbe essere quella di un giornalista, di chiunque riferisca la storia di altri, in un tempo in cui quel ruolo sembra assottigliarsi fino quasi a sparire. Parole che, viste dalla platea di chi il mestiere di raccontare lo esercita ogni giorno, suonano meno come una postilla che come il cuore segreto del film.
La musica di Possible Love: Jung Jaeil e una sola nota di pianoforte
A dare coerenza a tutto questo è la partitura di Jung Jaeil, il compositore di Parasite e Squid Game, che qui fa qualcosa di controintuitivo: si tiene a distanza. Invece di spiegare le emozioni o di guidarle, la musica di Possible Love le osserva. Un unico tema torna in variazioni diverse, costruito attorno a una singola nota di pianoforte che si ripete con regolarità, mentre melodie e timbri si sovrappongono da una scena all'altra. Lee l'ha paragonata alla luna sospesa nel cielo, presente e insieme irraggiungibile. È l'immagine giusta per un film che non consola e non giudica, ma resta lì a guardare.
Possible Love: scheda tecnica
Titolo originale: Ga-neung-han Sa-rang (Possible Love)
Regia: Lee Chang-dong
Sceneggiatura: Lee Chang-dong, Oh Jung-mi
Fotografia: Kim Ji-yong
Scenografia: Jang Min-woo
Musica: Jung Jaeil
Montaggio: Kim Da-won
Cast: Jeon Do-yeon, Sul Kyung-gu, Zo In-sung, Cho Yeo-jeong
Durata: 164 minuti (2 ore e 44)
Produzione: Pinehouse Film, Anonymous Content, NOWFILM
Distribuzione: Netflix (dal 6 novembre 2026)
Premi: 83ª Mostra del Cinema di Venezia: Leone d'Argento – Gran Premio della Giuria e premio FIPRESCI
Se Possible Love fosse un cocktail: la Risacca
Immaginiamo di versarlo lentamente, senza mescolarlo. Sul fondo un dito di soju, limpido e dimesso come la cucina di Mi-ok; sopra, a galleggiare, un cognac invecchiato che ha il colore dell'agio ereditato di Sang-woo. I due liquori si toccano e non si fondono, esattamente come le due coppie: una linea sottile a separarli, e la tentazione continua di sconfinare. Qualche goccia di bitter porta il risentimento di classe che nessuno pronuncia; una punta di salino, come la salsedine della spiaggia privata, ricorda che il mare è di qualcuno. Un solo, grande cubo di ghiaccio, perché anche il pianoforte di Jung Jaeil batte una nota sola.
Si beve senza fretta, guardando gli strati che a poco a poco si cercano. Lo chiamerei Risacca, come l'onda che si ritira portandosi via la sabbia sotto i piedi e un attimo dopo ritorna: perché il desiderio, in fondo, funziona così, si allontana e non se ne va mai del tutto. E sotto il desiderio, diceva Lee, c'è sempre l'unica cosa che davvero cerchiamo, la libertà.
Il giudizio: perché vedere Possible Love di Lee Chang-dong
Possible Love è uno dei film più maturi e meno appariscenti visti in concorso a Venezia, e anche uno dei più difficili da liquidare in una battuta: la giuria presieduta da Maggie Gyllenhaal gli ha dato ragione, consegnandogli il Leone d'Argento – Gran Premio della Giuria, il secondo premio della Mostra dietro il solo Leone d'Oro, dopo che già la critica internazionale gli aveva assegnato il FIPRESCI. Lee Chang-dong, d'altronde, non torna per dimostrare di essere ancora un maestro (lo dà per scontato, e ha ragione): torna per porre una domanda e lasciarla aperta.
Resta la sensazione di aver visto qualcosa che non si affretta a piacere e proprio per questo rimane. Torniamo allora al decimo comandamento da cui eravamo partiti. Non desiderare, dice. Ma Lee sa che non desiderare è impossibile, e che l'unico desiderio capace di salvarci non è quello della casa o della moglie del prossimo: è quello, testardo e disarmato, di essere liberi