Lo speciale sulla Mostra del Cinema di Venezia
Arrow-link
Arrow-link

Company, la recensione del film di Casey Affleck alla Mostra del Cinema di Venezia

Cinema
Paolo Nizza

Paolo Nizza

Introduzione

Presentato in Concorso alla 83ª Mostra del Cinema di Venezia (SEGUI LA DIRETTA), Company è il terzo film da regista di Casey Affleck, dopo I'm Still Here e Light of My Life: un racconto gotico a scatole cinesi che attraversa epoche e generazioni, dalla frontiera americana a un passato quasi leggendario, tra bufere, cuori strappati, vampiri e storie tramandate attorno al fuoco. Con Nick Nolte, Ben Mendelsohn, Adelaide Clemens, Scoot McNairy, Emily Alyn Lind e Caylee Cowan, il film riflette su vendetta, perdono, lutto e sul bisogno di fare pace con la vita che ci è toccata, fino a un colpo di scena che ricuce l’intero ordito

Quello che devi sapere

La locanda di Rumi: gli ospiti inattesi di Company

«Questo essere umano è una locanda. Ogni mattina, un nuovo arrivo.» Nel XIII secolo Jalal al-Din Rumi immaginava l’anima come una casa per gli ospiti: gioia, tristezza, malizia, dolore bussano senza appuntamento e bisogna comunque aprire la porta. Anzi, ringraziare. Perché persino chi arriva a rovinarci la serata potrebbe essere stato mandato per insegnarci qualcosa.

Sicché non stupisce che il terzo film diretto da Casey Affleck si intitoli Company, compagnia, e cominci proprio con qualcuno che nessuno aveva invitato.

È una gelida notte del 1975. Una donna si presenta a una festa, entra in casa e comincia a raccontare.

Tutto qui? Naturalmente no. Perché le storie, soprattutto quando sono raccontate bene, hanno il pessimo vizio di contenerne altre.

Presentato in Concorso alla 83ª Mostra del Cinema di Venezia, Company vive precisamente in quella soglia: tra chi entra e chi resta fuori, tra ciò che ereditiamo e ciò di cui vorremmo liberarci, tra il piacere infantile del «c’era una volta» e la consapevolezza adulta che, a volte, le fiabe mordono.

Company di Casey Affleck: la trama del film in Concorso a Venezia 83

La trama è una matrioska. O, meglio ancora, una di quelle scatole cinesi che apri convinto di essere arrivato al fondo e invece no: dentro ce n’è un’altra.

Si parte quasi come in un noir. Una dark lady arriva in una casa affacciata su una strada che porta un nome decisamente poco rassicurante: Salem.

È Evelyn, interpretata da Emily Alyn Lind, e il suo racconto ci trascina indietro al 1953, quando l’eremita Tom salva Alice, un’attrice rimasta intrappolata in una bufera di neve in Colorado.

Ma anche Alice ha una storia da raccontare.

E così si torna al primo Novecento, a Emmett e Rebecca, Scoot McNairy e Adelaide Clemens, una coppia di contadini che offre ospitalità a un giovane vagabondo tormentato mentre lungo la frontiera si diffonde il terrore per una serie di omicidi: alle vittime viene strappato il cuore.

Letteralmente, tanto per non lasciare troppo lavoro alle metafore.

Poi le porte continuano ad aprirsi.

Il western crepuscolare si trasforma in racconto gotico, il gotico in favola nera, la favola quasi in leggenda. Compaiono donne con due teste, uomini con tre braccia, vampiri, bugie e una Bratislava appartenente a un passato così remoto da sembrare già mito.

Affleck continua a scendere lungo questa scala del racconto fino a riportarci là dove probabilmente tutto è cominciato: davanti a un fuoco, mentre fuori è buio e qualcuno dice agli altri: «Adesso vi racconto una storia».

Cuori estratti, rabbia, vendetta, corpi e anime divorati dal rancore: Company usa l’armamentario dell’orrore, ma non è davvero interessato a spaventare.

Gli interessa ciò che resta dopo.

E affida a un piccolo oggetto il senso di molto: un orologio da taschino che, una volta ricaricato, sembra restituire calma ai personaggi. Come se bastasse riavvolgere il tempo per rimettere le cose al loro posto.

Naturalmente non basta.

Ma al cinema, qualche volta, possiamo almeno fingere.

pubblicità

Una trilogia scoperta a posteriori

La chiave più preziosa la offre lo stesso Affleck.

Soltanto a film finito, racconta nelle note di regia, si è accorto che Company chiudeva una trilogia che non sapeva di avere cominciato.

I'm Still Here, il mockumentary su Joaquin Phoenix del 2010, raccontava un uomo divorato dal proprio ego: la discesa di qualcuno incapace di accogliere l’amore.

Light of My Life, nove anni dopo, faceva l’esatto contrario: raccontava un padre disposto quasi a cancellare se stesso pur di proteggere la figlia.

Uno chiedeva che cosa accade quando rifiutiamo l’amore. L’altro fino a che punto possiamo spingerci per amore di qualcuno.

Company pone forse la domanda più difficile: cosa facciamo, alla fine, della vita che ci è capitata?

Non quella che volevamo. Non quella che avevamo immaginato. Proprio questa.

Ed è qui che ritorna una delle immagini più belle del film: il registro dei conti.

Passiamo una parte non irrilevante dell’esistenza a segnare mentalmente crediti e debiti. Chi ci ha ferito. Chi ci deve qualcosa. Chi avrebbe dovuto amarci di più. Chi avrebbe potuto fare diversamente.

Solo che quel libro non torna mai.

Per pareggiarlo bisogna smettere di aspettare che siano gli altri a pagare e aggiungere qualcosa di proprio: accettazione, perdono, magari persino grazia.

Che Company sia dedicato ai genitori di Affleck, scomparsi entrambi quest’anno senza poter vedere il film finito, rende questa contabilità del dolore molto meno teorica.

Nick Nolte, Ben Mendelsohn e il cast di Company

Ottantacinque anni, una faccia che sembra scolpita nella stessa legna della baita in cui vive il suo personaggio. Potrebbe leggere l’elenco telefonico e sembrerebbe comunque reduce da una guerra, un western di Sam Peckinpah e almeno tre divorzi.

A Venezia, Nolte la fa molto più semplice di tutti noi che cerchiamo simboli: stare nella baita, ascoltare, essere presente.

Fine del metodo.

Ed è forse proprio questa presenza ruvida, quasi minerale, a dare a Tom il peso di un uomo che non ha bisogno di raccontarci tutto perché la sua faccia lo ha già fatto.

Al suo fianco Ben Mendelsohn è il perturbante Kleinschmidt; Caylee Cowan, attrice e produttrice oltre che compagna del regista, si moltiplica in più figure; Adelaide Clemens, Scoot McNairy ed Emily Alyn Lind presidiano epoche diverse di questo lungo viaggio dentro il racconto.

E poi ci sono Atticus e Indiana Affleck, i figli del regista.

Atticus è al suo esordio sullo schermo. Affleck ha definito l’esperienza di lavorare con loro la migliore della propria carriera, perché ogni mattina poteva semplicemente andare sul set insieme ai figli.

Alla fine siamo sempre lì.

La locanda di Rumi.

Facciamo spazio agli ospiti e magari scopriamo che le persone che abbiamo lasciato entrare erano quelle che avrebbero dovuto insegnarci qualcosa.

pubblicità

Vendetta e perdono: le storie raccontate intorno al fuoco

Sotto tutte queste scatole, questi secoli, questi cuori strappati e queste nevicate, pulsa una domanda molto semplice: che cosa facciamo del dolore che riceviamo?

Lo restituiamo?

Lo conserviamo?

Oppure, scandalo dei più difficili da accettare, perdoniamo?

Qui entra persino Shakespeare, con la misericordia di Porzia ne Il mercante di Venezia, quella qualità che non può essere imposta e che cade dal cielo come la pioggia.

Affleck però non distribuisce risposte.

Fa qualcosa di più antico: racconta.

E proprio quando crediamo di avere finalmente capito quale storia stiamo ascoltando, Company cambia le carte sul tavolo e affida a una rivelazione conclusiva il compito di ricucire tutto ciò che abbiamo visto.

Il colpo di scena non è un trucco da prestigiatore. È il punto verso il quale il film ci stava accompagnando mentre guardavamo altrove.

Del resto, in Lo stato delle cose di Wim Wenders, Friedrich Munro pronuncia una frase che sembra scritta per Company: «Le storie esistono solo nelle storie, mentre la vita scorre nel corso del tempo».

La vita può permettersi di non sapere dove sta andando.

Una storia no.

O almeno deve farci credere, fino all’ultimo, che qualcuno conosca la strada.

Affleck allora si diverte a perderci. Cambia epoca, continente, genere. Prende deviazioni. Apre una porta e dietro ne trova un’altra. E proprio quando sembra sul punto di smarrirsi trova nell’inaspettato la propria ragione d’essere.

C’è del sublime, certo.

Ma soprattutto c’è quel piacere infantile e un po’ perverso di lasciarsi raccontare una storia senza avere la minima idea di dove andrà a finire.

E forse il cinema è cominciato proprio così.

Non con una macchina da presa.

Con qualcuno davanti a un fuoco che ha detto: «Ascoltate».

Il fantasma di Jesse James: Casey Affleck regista e attore

Chi vuole trovare gli antenati di Company dovrebbe forse cercarli meno nella breve filmografia di Affleck regista e molto di più nei due vertici della sua carriera d’attore: L'assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford e Storia di un fantasma.

Dal primo arriva il western dell’anima, l’elegia di uomini che sembrano già fantasmi mentre sono ancora vivi.

Dal secondo arriva il tempo come circolo e il lutto come presenza: qualcosa che non sparisce soltanto perché abbiamo deciso che sarebbe ora di andare avanti.

Affleck ha ammesso di aver «rubato» qualcosa da ogni regista con cui ha lavorato, arrivando persino a telefonare ai vecchi direttori della fotografia per chiedere aiuto su problemi apparentemente elementari.

In fondo funziona così.

Uno stile non nasce dal nulla.

Si guarda, si ascolta, si ruba, si trasforma.

Si eredita.

Esattamente come le storie.

Esattamente come il dolore.

pubblicità

Company: scheda tecnica del film

Titolo: Company
Regia: Casey Affleck
Sceneggiatura: Casey Affleck, Ron Hansen
Cast: Nick Nolte, Ben Mendelsohn, Adelaide Clemens, Scoot McNairy, Emily Alyn Lind, Caylee Cowan, Atticus Affleck, Indiana Affleck
Genere: Giallo gotico
Durata: 92 minuti
Anno: 2026
Paese: Canada, USA
Musiche: Daniel Hart; nei titoli di coda Shelter from the Storm di Bob Dylan
Produzione: Image Nation Studios, Spooky Pictures, Rabbits Black, Artists Equity, Arcana Studio, Artemis Pictures
Presentazione: 83ª Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia (Concorso)

Se fosse un cocktail

Si chiamerebbe Shelter from the Storm, come la canzone di Bob Dylan del 1975, da Blood on the Tracks, che accompagna i titoli di coda.

Un tumbler affumicato con un rametto di ciliegio. Bourbon invecchiato. Un amaro scuro per tutti i debiti che ereditiamo senza averli contratti. Sciroppo di amarene — il cuore, o quel che ne resta — qualche goccia d’Angostura e una scorza d’arancia bruciata.

Niente dosi.

Le proporzioni, come certe storie di famiglia, si tramandano a memoria e quasi sempre qualcuno le ricorda male.

Si beve appena tiepido, vicino al fuoco, mentre fuori infuria la bufera.

Poi arriva uno sconosciuto senza invito.

Si siede.

Beve.

E comincia a raccontare.

A quel punto, direbbe Rumi, conviene ascoltare.

pubblicità