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Look Back, la recensione del film di Hirokazu Koreeda alla Mostra del Cinema di Venezia

Cinema
Paolo Nizza

Paolo Nizza

Introduzione

Hirokazu Koreeda torna in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia con Look Back, adattamento del manga di Tatsuki Fujimoto, autore di Chainsaw Man. Fujino disegna le figure, Kyomoto gli sfondi: due ragazze di provincia che per tredici anni inseguono, penna alla mano, lo stesso sogno di diventare mangaka. Girato nel Tōhoku lungo quattro stagioni, con Natsuki Deguchi e Aju Makita e un cameo di Masaki Suda, è un film di delicatezza infinita, poetico e dolente come un cigno solitario, dove il rumore dei pennini diventa musica e l’arte si rivela più forte della morte. La nostra recensione da Venezia 83.

Quello che devi sapere

Look Back, la recensione: Koreeda e l'arte piu forte della morte

«Andromaque, je pense à vous!». Comincia così, guardandosi indietro, con un pensiero rivolto a chi non c’è più, la più vertiginosa delle poesie che Charles Baudelaire consacrò alla memoria e all’esilio.

In quel Cigno dei Tableaux parisiens, un uccello candido evaso dalla gabbia trascina le penne sul selciato riarso e leva il capo verso un cielo ironico e crudele, assetato di un lago che non tornerà. «La forma di una città cambia più in fretta, ahimè, del cuore di un mortale», annota il poeta.

Sicché, davanti a Look Back, il film con cui Hirokazu Koreeda torna in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia, viene spontaneo pensare proprio a quell’immagine. Perché anche qui c’è un cigno solitario, c’è una forma che muta e c’è un cuore che non smette di voltarsi.

 

Il cigno di Nikaho

D’altronde il cigno non è una figura retorica calata dall’alto. Girando nel Tōhoku, tra le nevi di Nikaho, nella prefettura di Akita, terra d’origine dello stesso Tatsuki Fujimoto, Koreeda incrocia per caso uno stormo di cigni e decide di tenerseli, tanto da riscrivere la sceneggiatura pur di intrappolarne il candore. Salvo poi dover mandare la troupe a cercarne altri per le riprese aggiunte di una stagione successiva.

È il regista, del resto, a raccontarlo: più che di colori — a chi gli chiede della presunta «morte del colore» nel cinema contemporaneo risponde spiazzando — qui si tratta di luce. La luce del Nord che cambia mentre cambiano le protagoniste.

Circa un anno e mezzo di riprese attraverso le quattro stagioni: un lusso che oggi somiglia quasi a un atto di resistenza e che permette al film di respirare al ritmo della neve che si scioglie, delle giornate che si allungano, dei corpi che crescono.

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Due ragazze che in fondo sono una sola ragazza

La storia, per chi avesse mancato il fenomeno, nasce dal lungo one-shot di oltre centoquaranta pagine che Tatsuki Fujimoto, autore di Chainsaw Man e Fire Punch, pubblicò nel 2021 su Shōnen Jump+. Un racconto diventato rapidamente un piccolo culto planetario e già trasformato in un film d’animazione nel 2024.

Fujino è la bambina di provincia sicura del proprio talento, quella che sui giornalini scolastici raccoglie applausi con le sue strisce a quattro vignette. Kyomoto è la reclusa che non esce dalla stanza e disegna paesaggi di una precisione stordente.

La prima è brava con le figure, la seconda con gli sfondi: separate, due metà; insieme, quasi un solo mangaka. Tant’è che, quando debutteranno, firmeranno con uno pseudonimo che le fonde in un nome unico: Kyo Fujino.

Ed è qui la delicatezza abissale di Look Back: due personaggi che, in verità, possono essere letti come uno solo, due facce di quel Giano bifronte che è ogni artista, l’euforia e il dubbio, la mano che corre e quella che rifinisce, la convinzione di essere destinati a qualcosa e la paura di non esserne mai all’altezza.

Non a caso il titolo gioca sulla schiena, sul «retro», sull’atto stesso del guardarsi indietro. Si procede in avanti chini sul foglio, ma prima o poi ci si volta. E scoprire chi ci seguiva, o chi non ci segue più, è tutto il film.

Shark Kick, o i mondi che si affollano sul tavolo

Ci si perde volentieri, e con gratitudine, nei manga che le due ragazze inventano.

C’è Shark Kick, la serie che consacrerà Fujino, un amalgama scoperto dell’immaginario di Fujimoto, con il suo eroe pinnato e il suo calcio da squalo. C’è l’uomo talpa che vive nei sottosuoli di Tokyo. E c’è tutto quel pulviscolo di storie che affolla il tavolino sotto il kotatsu mentre fuori nevica e dentro si mangia ramen, si disegna, si ride.

Perché l’invenzione, in Koreeda, non è mai fuga. Semmai è il modo in cui due solitudini riescono a tenersi per mano.

E poi c’è il suono.

Il regista lo considera un elemento cardine quanto la musica di Yuta Bandoh: il rumore del pennino che dapprima esita, poi si fa deciso, quindi si sdoppia in due penne e infine diventa il ticchettio delle penne digitali.

Una lingua non verbale, il fruscio della china, che racconta lo scorrere del tempo meglio di qualsiasi didascalia. Perché in Look Back si cresce, letteralmente, a colpi di matita.

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La crepa e una fine che non è la fine

Poi arriva la crepa.

Come spesso nel cinema di Koreeda, quel «nocciolo di tempo» costruito attraverso piccoli gesti quotidiani viene sconvolto da un’irruzione improvvisa. Un gesto insensato spezza l’equilibrio e quello che fino a quel momento era stato anche un luminosissimo racconto di formazione precipita nel lutto.

Koreeda, regista gentile ma mai sentimentale, maneggia la tragedia senza spettacolarizzarla. Non insiste, non sottolinea, non cerca l’immagine capace di costringerci alle lacrime. Lascia piuttosto che siano le conseguenze a depositarsi lentamente sui volti.

Del resto, alla domanda se l’arte possa davvero aiutare a elaborare una perdita, il regista ha risposto senza esitazioni di sì, aggiungendo che lo stesso può accadere a uno chef quando inventa un piatto. Creare significa già trasformare qualcosa; dunque anche attraversare il dolore.

Ed è qui che Look Back compie il suo salto più struggente.

Nel gorgo del rimpianto, la realtà sembra per un istante aprirsi alla possibilità di un’altra storia, di un «se le cose fossero andate diversamente». La fiction entra nella fiction e diventa un patto impossibile tra passato e futuro.

Perché in fondo è questo che il film sussurra: l’arte non cancella la morte, ma può diventare più forte della sua assenza. Disegnare è un modo per far tornare, almeno sulla carta, ciò che nella vita non può più tornare.

Il desiderio che si avvera e non ti basta

C’è poi un’ironia dolente, tanto più vertiginosa se si pensa al gioco di scatole cinesi in cui siamo immersi.

Da bambine, Fujino e Kyomoto sognano che il loro manga possa diventare un anime. Ed ecco che noi, in Sala Grande alla Mostra del Cinema di Venezia, guardiamo il manga di Fujimoto diventato prima anime e adesso film di Hirokazu Koreeda.

Il desiderio si è avverato per tutti, sullo schermo e fuori.

Eppure, quando accade davvero, non sei poi così felice. Perché il progetto, una volta compiuto e consegnato al mondo, non è più interamente tuo.

È lo stesso Koreeda a suggerirlo per altra via quando racconta che l’incontro con Look Back gli ha ricordato ciò che Nobody Knows era stato per lui tempo addietro: un’opera senza la quale non si poteva andare avanti.

La creazione come necessità, quindi, non come possesso.

Parimenti, la gioia dell’artista contiene sempre una piccola perdita. Finire significa anche lasciare andare.

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La grammatica del ricordo

Che Look Back fosse materia da Koreeda lo si capisce fin dalle prime inquadrature.

Il tempo, la memoria che si sedimenta e poi si rimescola, l’elaborazione del lutto, la famiglia intesa come comunità elettiva più che come semplice parentela: sono fili che attraversano da sempre il suo cinema, da After Life a Father and Son, da Little Sister a Un affare di famiglia, fino al recentissimo Sheep in the Box.

Lo si avverte nella cura per i piccoli riti quotidiani e nel rispetto — parola che il regista stesso usa parlando del film — per quelle schiene chine sul foglio, per quei ragazzi che disegnano fino a perdere la cognizione del tempo, perché in quel momento stanno dando tutto ciò che possiedono.

Bravissime Natsuki Deguchi e Aju Makita, affiancate dalle giovanissime Furi Nanase e Rokka Okada nel raccontare le protagoniste nelle diverse età. E c’è persino Masaki Suda nei panni dell’editor, a chiudere il cerchio tra chi disegna e chi pubblica, tra l’intimità assoluta dell’atto creativo e il momento in cui quell’atto deve necessariamente incontrare il mondo.

Ça va sans dire, il Lido ritrova uno degli autori più teneri del cinema contemporaneo, capace di collegare i temi che attraversano tutta la propria opera con una leggerezza che appartiene soltanto ai grandi.

E forse Look Back è proprio questo: un film leggerissimo su cose che pesano enormemente.

Se fosse un cocktail

Sarebbe Kyo Fujino, come lo pseudonimo che fonde due ragazze in un solo nome.

Due anime che diventano un bicchiere. E in fondo anche un barman, come uno chef o un mangaka, non fa altro che prendere ingredienti separati e convincerli per qualche istante a diventare qualcosa che prima non esisteva.

In un tumbler ghiacciato, tre parti di sake junmai di Akita — la terra del Nord, di Nikaho e della neve — e una di gin giapponese, per il viaggio verso Tokyo. Un cucchiaino di succo di yuzu e una sola goccia di liquore all’ume per il rimpianto.

Si allunga con poca soda e si corona con una nuvola di albume montato: il candore del cigno, la neve di Nikaho.

Guarnitura: una scorza sottile a forma di penna.

Lo si beve guardando avanti, chini sul foglio, mentre da qualche parte, alle tue spalle, un pennino continua a disegnare.

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Il giudizio

Look Back è un film di grazia rara, un elogio della creazione che ha il passo lieve di una carezza e il peso di un lutto.

Koreeda non tradisce Fujimoto: lo accompagna. Non cerca di trasformarne il manga nel proprio cinema, ma trova il punto misterioso nel quale i due mondi possono incontrarsi. E lascia che il fruscio della china diventi il battito stesso del tempo.

Un’opera che ti fa uscire dalla sala con la voglia irrefrenabile di prendere una matita e con quella malinconia buona di chi ha capito che forse si disegna, si scrive, si gira un film proprio per questo: per non lasciare andare del tutto nessuno.

Andromaca, penso a te.

E al cigno di Nikaho, che leva ancora il capo verso il cielo.

Scheda

Titolo originale: Look Back (Rukku Bakku)
Regia e sceneggiatura: Hirokazu Koreeda
Opera originale: Look Back di Tatsuki Fujimoto (Shueisha Jump Comics)
Interpreti: Natsuki Deguchi, Aju Makita, Furi Nanase, Rokka Okada, Masaki Suda, Kankuro Kudo, Kayo Noro
Musiche: Yuta Bandoh
Fotografia: Senzo Ueno
Montaggio: Hirokazu Koreeda
Produzione: K2 Pictures
Durata: 100 minuti
Distribuzione italiana: Lucky Red, in collaborazione con BIM Distribuzione
Uscita italiana: 21 gennaio 2027
Dove e quando: Venezia 83, Concorso – 83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica

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