L’Estranea di Strippoli, la recensione del film con Jasmine Trinca alla Mostra di Venezia

Cinema
Paolo Nizza

Paolo Nizza

Introduzione

Paolo Strippoli porta in Concorso alla Mostra del Cinema di Venezia L’Estranea (The Spiral), thriller psicologico dalle venature horror tra Bari e Roma. Jasmine Trinca è Anna, una madre che irrompe nella vita della figlia Alice (Romana Maggiora Vergano) per confessarle un patto stretto vent’anni prima con una donna misteriosa, Valeria Bruni Tedeschi. Diviso in capitoli, il film è un apologo feroce sulla piccola borghesia, sul bisogno di essere invidiati e sull’illusione che il denaro possa comprare il destino. Tra Ferragosto, pioggia e demoni, Strippoli costruisce un racconto oscuro e struggente. In sala dall’8 ottobre con 01 Distribution: la nostra recensione da Venezia 83

Quello che devi sapere

L’Estranea, la recensione: Strippoli, il patto e le Signore del Dolore

Nelle Suspiria de Profundis, Thomas De Quincey immaginava tre Signore del Dolore, sorelle e potenze che presiedono ai lutti degli uomini: Mater Lachrymarum, Mater Suspiriorum, Mater Tenebrarum.

Sicché, quando in L’Estranea di Paolo Strippoli una donna qualunque si siede in chiesa, fuma con noncuranza e sussurra cose che non dovrebbe sapere, viene il sospetto che una quarta sorella sia scesa fin quaggiù, a Bari, per riscuotere un antico credito.

Perché il male, in questo film italiano in Concorso alla Mostra del Cinema di Venezia, non arriva con le corna. Arriva con un sorriso, conosce il tuo nome e ti chiede soltanto di scegliere un piede.

Respira a fondo, respira piano

Si comincia su un aereo che balla nella turbolenza: il dettaglio di una mano femminile impreziosita da un anello, un occhio, e una filastrocca destinata a tornare come un mantra: «respira a fondo, respira piano, se chiudi gli occhi il male è lontano».

Poi Anna, una magnifica Jasmine Trinca, si materializza senza preavviso nell’appartamento romano della figlia Alice, interpretata da Romana Maggiora Vergano. Alice è una costumista di talento — i bozzetti alle pareti lo raccontano prima ancora delle parole — e ospita in casa un’amica regista.

Un bollitore, un tè alle erbe e una confessione capace di rovesciare il tavolo: la nostra vita, il nostro passato, tutto ciò che hai creduto fino a questo momento è stato costruito sopra una bugia.

Da qui L’Estranea si scandisce in capitoli — La figlia, Il figlio, Il padre, La madre, Epilogo — mentre città e date vengono impresse sullo schermo a caratteri ciclopici.

D’altronde è lo stesso Strippoli a indicare una delle radici del film: la paura di perdere il controllo. Le cose accadono e non ci chiedono il permesso. Noi possiamo soltanto illuderci di averle previste.

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Bari, l’ultimo Ferragosto degli anni Novanta

La macchina del tempo ci deposita a Bari, nell’agosto del 1999.

La sartoria Colonna è diventata il negozio più in della città, il riferimento per chi vuole essere elegante e, soprattutto, per chi vuole essere ciò che gli altri sognano di essere. Ci sono i «cafoni» che arrivano dal paese e chiedono lo sconto, il marchio finito persino sulle maglie della squadra al San Nicola, la sensazione che i soldi possano trasformare qualunque provincialismo in aristocrazia.

Assistiamo così alla genesi della fotografia di famiglia che campeggia sulla locandina: una villa con piscina immensa, un party in total white, pesce crudo in abbondanza perché, come recita il proverbio, la festa non è lieta se non si spende la moneta.

Il piccolo Tobia ha talento per il pallone e suo padre lo immagina già a un provino con l’Inter. La piccola Alice è stata scelta per una pubblicità della Barilla. Tutto sembra possibile, purché sia abbastanza costoso da poterlo mostrare agli altri.

Ma la tragedia è in agguato.

Strippoli la anticipa attraverso un terrificante balletto di adolescenti costruito sull’ipnotico giro di tastiera di Narcotic dei Liquido. È qui che il regista dimostra ancora una volta il proprio talento per la scena di massa: geometrica, grottesca, festosa e insieme minacciosa, con gli invitati che improvvisamente corrono da una parte all’altra mentre la festa perde la propria innocenza.

Il Ferragosto del 1999 smette di essere una cartolina. Diventa l’inizio del debito.

L’estranea che non dà il resto

In una chiesa, Anna prega per la figlia e infila nella cassetta delle offerte una cifra enorme.

È qui che compare per la prima volta l’estranea, Valeria Bruni Tedeschi, e basta una battuta a definirla: guarda che non dà il resto.

Fuma tra i banchi, sa il nome del figlio maschio, conosce ciò che non dovrebbe conoscere. Non minaccia. Propone.

La sua tentazione sa esattamente dove colpire: nel bisogno di Anna di controllare il futuro e, ancora di più, nel bisogno di essere guardata.

Anna avrebbe voluto fare l’attrice. I genitori glielo impedirono e lei finisce per riversare sulla figlia i propri desideri, le proprie mancanze, forse anche la propria idea di successo.

Ed è uno dei nodi più interessanti del film: quanto pesa per noi lo sguardo degli altri? Quanto siamo disposti a sacrificare pur di essere desiderati, ammirati, invidiati?

E soprattutto: fino a che punto i soldi possono convincerci di avere comprato non soltanto il presente, ma persino la sorte?

L’estranea è il contrario del familiare. È ciò che arriva da fuori soltanto per scoprire che, in realtà, era già dentro.

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Siamo noi la pioggia

Come già in Piove, Strippoli fa della pioggia un personaggio.

Roma si allaga e, più cresce la tensione tra madre e figlia, più sale il livello dell’acqua. Come se il paesaggio avesse deciso di prendere alla lettera ciò che accade ai personaggi.

Ma il problema è insolubile: come ci si protegge dalla pioggia, se la pioggia siamo noi?

In fondo L’Estranea è anche un film su come abbiamo espulso l’idea della morte dal nostro vocabolario quotidiano. La accettiamo soltanto quando è composta, ordinata, quasi amministrativa. I funerali vanno bene «perché sono tranquilli». Il resto — il corpo, il rantolo, l’assenza — deve essere tenuto lontano.

Strippoli lavora invece proprio lì, nella zona in cui dolore e desiderio diventano vulnerabilità.

E ci ricorda, con una certa ferocia, di quanta Schadenfreude siamo capaci. I demoni hanno gioco facile nell’infelicità, ma forse ancora di più nell’invidia.

Anna, del resto, non è mai stata davvero felice. Crede che tutto la riguardi, che tutto dipenda da lei, che sia sempre possibile intervenire prima che il destino abbia pronunciato l’ultima parola.

Ma gli uomini fanno progetti e gli dèi ridono.

I demoni pure.

E magari ti propongono persino un patto.

Solo, non pregarli: non è la loro moneta.

La spirale, il pupazzo e i padri immaturi

A un certo punto compare persino Billy, il pupazzo di Saw, con le sue spirali rosse sulle guance.

È un piccolo ammiccamento cinefilo, ma anche una chiave. Il titolo internazionale del film è The Spiral, e la spirale è proprio la forma nella quale, secondo Strippoli, i personaggi restano intrappolati.

Non un cerchio, dunque. Perché nel cerchio torni esattamente allo stesso punto. Nella spirale, invece, hai l’impressione di andare avanti mentre continui a girare intorno alla stessa ferita.

È qui che emerge con maggiore chiarezza l’altra materia del film: la famiglia come specchio della società.

La piccola borghesia che vuole salire, mostrare, possedere, essere invidiata. E che proprio perché si è convinta di stare in alto può precipitare, trascinando con sé anche i figli.

Per Strippoli ogni genitore è, in qualche modo, narratore del mondo per i propri figli. È lui a scegliere cosa mostrare, cosa nascondere, quale storia raccontare.

E quando quella storia è sbagliata, le conseguenze possono essere enormi.

Adriano Giannini funziona perfettamente nei panni di Walter, il padre tronfio che si era persino spacciato per produttore cinematografico pur di sedurre la futura moglie.

Un altro adulto immaturo, convinto che le azioni possano essere cancellate semplicemente smettendo di pensarci.

Peccato che l’inferno abbia memoria.

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Il rigore di Grosso e le maschere

Una delle sequenze più oniriche è anche una delle più dolenti.

Fabio Grosso segna il rigore decisivo contro la Francia, l’Italia è campione del mondo per la quarta volta, le strade si riempiono di tricolori.

Ma Strippoli sottrae lentamente il rumore della festa collettiva e mette in sottofondo Nessuno dei Baustelle.

La voce di Francesco Bianconi trasforma così una notte di euforia nazionale in una veglia privata.

Ed è qui che il film trova alcuni dei suoi dettagli migliori.

Un graffito «Bari Inter 2-1» su un muro durante un episodio di bullismo.Le rotelle di liquirizia che Anna continua a sgranocchiare. Un gesto quasi automatico, una piccola compulsione per tenere a bada l’ansia, come se anche il corpo cercasse un rituale capace di restituirle quell’illusione di controllo che il film continua a sottrarle.

Tutti bravi gli interpreti, ma è inevitabilmente nel duello tra Jasmine Trinca e Valeria Bruni Tedeschi che L’Estranea trova il proprio centro magnetico.

Bruni Tedeschi descrive la sua creatura come un’amica faticosissima, una presenza che non offre mai davvero una soluzione: ti chiede semplicemente di scegliere tra il piede sinistro e il destro.

Ça va sans dire, il confronto di maschere con Trinca vale il biglietto.

Se fosse un cocktail

Sarebbe The Spiral, come il titolo internazionale e come la spirale rossa sulle guance del pupazzo di Saw.

Un drink che si paga e non dà il resto.

In un tumbler affumicato, tre dita di Primitivo di Puglia ridotto con zucchero e chiodi di garofano, una parte di bitter rosso, un cucchiaino di liquore alla liquirizia, per le rotelle che Anna mastica compulsivamente per tenere a bada l’ansia» e poca soda al posto della pioggia.

Si versa e si disegna in superficie una spirale con una scorza sottile di arancia sanguinella.

Lo si beve mentre fuori l’acqua sale.

E mentre si capisce, troppo tardi, che il conto lo pagheremo comunque.

Agli dèi si può mentire.

Ai demoni no.

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Il Giudizio

L’Estranea conferma Paolo Strippoli come uno degli autori più interessanti del cinema italiano di genere.

Un thriller psicologico crudele e struggente, attraversato dall’horror, nel quale l’euforia di una festa e l’orrore di un patto continuano a sfiorarsi perché — parola del regista — quella è la vita.

Un apologo feroce sulla piccola borghesia, sul bisogno di essere invidiati e sull’illusione che i soldi possano comprare persino la sorte.

La messa in scena è potente, l’immaginario resta addosso e Jasmine Trinca, insieme a Valeria Bruni Tedeschi, sostiene un duello di rara intensità.

Si esce con l’odore dei biscotti nelle narici.

E con la voglia di respirare a fondo, respirare piano.

Scheda

Titolo: L’Estranea (The Spiral)
Regia: Paolo Strippoli
Sceneggiatura: Paolo Strippoli, Salvatore De Chirico
Interpreti: Jasmine Trinca, Romana Maggiora Vergano, Adriano Giannini, Valeria Bruni Tedeschi
Musiche originali: ROB
Fotografia: Cristiano Di Nicola
Produzione: Propaganda Italia, Rai Cinema, Dinamo Film, Kazak Productions, Tarantula
Coproduzione: Italia, Francia, Belgio
Durata: 115 minuti
Distribuzione: 01 Distribution
Uscita italiana: 8 ottobre 2026
Dove e quando: Venezia 83, Concorso – 83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica

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