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Oasis: Don’t Look Back In Anger, i Gallagher alla Mostra di Venezia. Recensione del film

Cinema
Paolo Nizza

Paolo Nizza

Introduzione

Dopo quindici anni di silenzio, Liam e Noel Gallagher tornano insieme: Oasis: Don’t Look Back In Anger racconta il tour della reunion Oasis Live ’25, da Cardiff a San Paolo, in un trionfo di parka, cori da stadio e fan di ogni età e latitudine, dall’Argentina alla Corea del Sud. Diretto da Dylan Southern e Will Lovelace e ideato da Steven Knight (Peaky Blinders), girato per l’IMAX, il documentario parte da due fratelli coltelli e approda a un inno al perdono, con il pubblico come vero protagonista e un commosso omaggio a Mani degli Stone Roses. La recensione del film Fuori Concorso alla 83ª Mostra del Cinema di Venezia (SEGUI LA DIRETTA), nelle sale dal 10 settembre.

Quello che devi sapere

Oasis: Don’t Look Back In Anger, recensione: i Gallagher e il perdono

Dal 10 settembre 2026 arriva nelle sale italiane, anche in IMAX, Oasis: Don’t Look Back In Anger, il documentario sul tour della reunion Oasis Live ’25 di Liam e Noel Gallagher, presentato in anteprima mondiale Fuori Concorso alla 83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Diretto da Dylan Southern e Will Lovelace e ideato da Steven Knight, è il racconto di due fratelli che per quindici anni si sono voltati le spalle e di una folla oceanica che, forse, ha contribuito a farli guardare nuovamente nella stessa direzione. Un film che parla di Oasis, certo, ma soprattutto di riconciliazione. E, parola dei suoi autori, di perdono.

Oasis: Orfeo e l’arte di non voltarsi indietro

«Non guardarti indietro». Gli dèi lo intimarono a Orfeo, il musico per antonomasia, mentre riconduceva Euridice dal regno dei morti; lui si voltò, e la perdette per sempre. Sicché, quando due fratelli di Manchester affidano a Don’t Look Back In Anger la cronaca della propria riconciliazione, l’ammonimento orfico diventa quasi un programma poetico.

Il bello è che il film si apre con Noel Gallagher che si dichiara incapace di perdonare e si chiude, invece, con un invito a farlo: perdonare gli altri, la vita e, impresa assai più complicata, noi stessi. In mezzo ci sono quindici anni di rancore, silenzi, frecciate, porte sbattute e una massa sterminata di persone che ha finito per assumere il ruolo del paciere.

È questo il piccolo miracolo laico che Oasis: Don’t Look Back In Anger mette in scena: la musica come sacramento della riconciliazione. E non serve conoscere a memoria ogni lato B, ogni bootleg, ogni scazzo dei Gallagher. Il film può emozionare anche chi degli Oasis mastica sì e no un paio di ritornelli, perché sotto il parka e dietro il muro di chitarre racconta qualcosa di terribilmente comune: quanto sia difficile smettere di avere ragione per ricominciare ad avere un fratello.

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Parigi 2009 e i fratelli coltelli: da Caino e Abele alla pace

Per misurare la portata del ritorno bisogna prima tornare alla frattura. Venerdì 28 agosto 2009: gli Oasis stanno per salire sul palco del Rock en Seine, a Parigi, quando nei camerini l’ennesima lite manda tutto all’aria. Il concerto viene cancellato, con esso la tournée e, di fatto, la band. Liam e Noel smettono di parlarsi per quindici anni, consumando la loro guerra fredda a colpi di interviste, battute e frecciate.

Fratelli coltelli, verrebbe da dire. La riedizione in chiave Britpop di un archetipo antico quanto il mito: Caino e Abele, Romolo e Remo, i fratelli-nemici condannati a contendersi ciò che non si può davvero dividere. Solo che qui, per una volta, la Storia decide di riscrivere il finale. Nessuno fonda Roma dopo avere ucciso l’altro. Al massimo si torna insieme sul palco e si attacca con le chitarre.

Oasis Live ’25: parka, bucket hat e fan trasformati in ultras

Quando nell’agosto 2024 viene annunciato il tour della reunion, internet va letteralmente in tilt. Oasis Live ’25 parte da Cardiff, dove Southern e Lovelace raccontano di avere compreso qualcosa di essenziale: il vero membro aggiunto della band è il pubblico.

Il tour attraversa il pianeta fino a San Paolo e il documentario distilla dodici concerti tenuti in tre continenti. Quello che ne emerge è un trionfo dell’iconografia mancuniana: parka, cappelli da pescatore, cori da stadio, braccia alzate, birra, lacrime e fan che si muovono come ultras. C’è perfino il rito del Poznań, con le schiene rivolte al palco, le braccia allacciate e i salti all’unisono, e compare persino un cartonato di Pep Guardiola con la sciarpa del Manchester City.

D’altronde gli Oasis, già ai tempi di Knebworth — 250 mila persone in due sere nel 1996 — avevano trasformato il concerto in una liturgia laica. Qui il rito si ripete su scala planetaria, con milioni di voci che cantano Wonderwall, Champagne Supernova, Live Forever e naturalmente Don’t Look Back In Anger. E con Liam e Noel che concedono le loro prime interviste congiunte dopo più di vent’anni.

Non è soltanto nostalgia. O almeno non quella nostalgia impolverata che espone il passato sotto una teca. Le canzoni tornano a circolare, a cambiare proprietario, a passare dai quarantenni e cinquantenni che c’erano allora ai ragazzi che allora non erano neppure nati. Il tempo, per una volta, non divora: restituisce.

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Un documentario pensato per l’IMAX

Dylan Southern e Will Lovelace affrontano la materia con l’umiltà del documentarista e l’ambizione del cineasta. Per non contaminare i primi e delicatissimi momenti dei Gallagher nuovamente insieme, disseminano la sala prove del The Mill di Londra di una dozzina di cineprese comandate a distanza. Liam, Noel e gli altri possono così muoversi senza avvertire la presenza fisica di una troupe: osservazione senza interferenza.

Sul palco il principio cambia. Qui servono occhi capaci di trasformare il concerto in cinema e non in semplice documentazione. Accanto al direttore della fotografia Haris Zambarloukos vengono coinvolti professionisti come Lol Crawley, già dietro la fotografia di The Brutalist, e James Laxton, premio Oscar per Moonlight. La consegna è tanto semplice quanto intelligente: filmare il concerto come lo vivono loro.

Girato per l’IMAX, con un numero di cineprese che può oscillare da tre a diciotto per serata, Oasis: Don’t Look Back In Anger cerca così continuamente di spezzare la gerarchia tradizionale tra palco e platea. Liam e Noel sono le star, naturalmente. Ma il vero, insospettabile protagonista è la folla.

Perché ciò che interessa al film non è soltanto mostrare chi canta, bensì interrogarsi su chi ascolta.

Manchester, working class e radici irlandesi: l’identità Oasis

Il documentario diventa allora anche l’atlante sentimentale di un’identità. Manchester non è semplicemente una città: è quasi una categoria dello spirito. L’orgoglio working class sembra una religione, le radici irlandesi dei Gallagher convivono con una fanbase che ormai va dall’Argentina alla Corea del Sud, e la dimensione locale si trasforma in linguaggio universale senza perdere l’accento.

Dentro questo album di famiglia entra naturalmente Bonehead, al secolo Paul Arthurs, chitarrista ritmico e membro fondatore degli Oasis, figura così amata che una fan brasiliana racconta di avere battezzato il proprio cane con il suo soprannome. E in un film dove si ride molto, inevitabilmente arriva anche il momento della commozione.

Oasis: Don’t Look Back In Anger rende omaggio a Mani, Gary Mounfield, storico bassista degli Stone Roses e poi dei Primal Scream, scomparso a 63 anni il 20 novembre 2025. Non è un tributo di circostanza: furono proprio gli Stone Roses ad accendere nei Gallagher il sogno di mettere in piedi una band. Liam lo aveva salutato definendolo un eroe.

In un film dedicato a chi torna, la presenza di chi non può più tornare pesa forse ancora di più.

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Padri e figli: il perdono e il potere della musica

Concerto dopo concerto, la cinepresa cerca sempre più spesso i volti di chi sta dall’altra parte del palco. Ragazzi sotto i trent’anni che piangono di gioia, padri e figli, madri e figlie. Quelle canzoni sono passate di generazione in generazione come un testimone affettivo, un ponte gettato tra persone che, magari, nella vita quotidiana non sanno sempre parlarsi.

E così vedere Liam e Noel entrare in scena tenendosi per mano smette di essere soltanto la fotografia della pace tra due rockstar e assume il valore di un’immagine-simbolo. Una riconciliazione che trascende la band.

Perché il vero tema, ça va sans dire, è il perdono. E il potere curativo della musica.

Per fortuna, però, il film non diventa mai lacrimoso. Sa ridere di se stesso e soprattutto dell’età che avanza. Noel ricorda che un tempo poteva bere Guinness per tutta la notte e andare a letto alle quattro. Ora, ammette, non ce la farebbe più. Liam, implacabile, lo corregge: alle 3:55.

Cinque minuti. È tutta lì la differenza tra giovinezza e maturità secondo i Gallagher.

E forse è anche una delle intuizioni più divertenti del documentario: si può cambiare senza diventare completamente qualcun altro. Si può crescere senza smettere di essere ciò che si è stati. In fondo, sembra suggerire il film, non è poi così importante scoprire se tutto abbia un senso: conta vivere, lavorare, amare. E se una sera si esagera, pazienza. Domani è un altro giorno, da aprire con Wonderwall o da chiudere con Champagne Supernova.

Se Oasis: Don’t Look Back In Anger fosse un cocktail

Se Oasis: Don’t Look Back In Anger fosse un cocktail sarebbe il Live Forever, ovvero un Black Velvet riveduto in salsa mancuniana.

Guinness ghiacciata, per le radici irlandesi e le notti che una volta terminavano alle quattro. Champagne freddo, per la supernova e il glamour da stadio. Una lacrima di crème de cassis, per il cielo viola di Manchester dopo la pioggia. Una scorza di limone a pulire il finale.

Si versa in un flute alto come un inno, senza mescolare.

Perché i due mondi — quello operaio e quello stellare, la stout e le bollicine, Manchester e il resto del pianeta — devono sfiorarsi senza confondersi. Esattamente come due fratelli che, dopo quindici anni, riescono finalmente a stare sullo stesso palco.

Si beve guardando avanti, mai indietro.

E se una sera si esagera, poco male: domani è un altro giorno.

Magari da cominciare alle 3:55.

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Il giudizio sul film

Alla fine del viaggio, quando il rancore sembra essersi sciolto come ghiaccio nel bicchiere, Oasis: Don’t Look Back In Anger si rivela per quello che è davvero: non un semplice concerto filmato, ma un’omelia laica sul perdono e sulla riconciliazione.

Un film che parla a chiunque abbia avuto un fratello, un padre, una madre, un figlio o anche soltanto una canzone capace di pronunciare quello che noi non riuscivamo a dire.

Noel entra in scena quasi giurando di non sapere perdonare e ne esce accanto al fratello, mentre il film sembra suggerire che il perdono non sia affatto una resa. È forse la forma più difficile di vittoria: smettere di usare il passato come un’arma.

Orfeo, stavolta, non si volta.

E in un’epoca in cui i rancori vengono esibiti come medaglie, la lezione vale più di mille cori da stadio: non guardare indietro con rabbia.

Al massimo, guarda avanti.

Fosse anche soltanto fino alle 3:55.

La scheda

Oasis: Don’t Look Back In Anger
Regia: Dylan Southern, Will Lovelace
Ideato da: Steven Knight
Con: Liam Gallagher, Noel Gallagher, Paul “Bonehead” Arthurs, Gem Archer, Andy Bell, Joey Waronker, Christian Madden
Fotografia: Haris Zambarloukos
Montaggio: George Cragg; co-montaggio Martina Zamolo
Musiche: Zebedee C. Budworth
Prodotto da: Sam Bridger, Guy Heeley
Produzione: Magna Studios; presentato da Sony Music Vision in associazione con Sony Music Entertainment UK
Paese: Regno Unito
Anno: 2026
Presentazione: anteprima mondiale Fuori Concorso alla 83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia
Uscita italiana: dal 10 settembre 2026, anche in IMAX
Streaming: successivamente su Disney+

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