Dylan Dog compie 40 anni: dal fumetto al cinema, gli incubi dell'eroe di Tiziano Sclavi

Cinema
Paolo Nizza

Paolo Nizza

Introduzione

Era il 26 settembre 1986 quando arrivava in edicola L’alba dei morti viventi, primo albo di Dylan Dog. Quarant’anni dopo, l’Indagatore dell’Incubo creato da Tiziano Sclavi festeggia con la Horror Night, il n. 481 a colori e, dal 28 ottobre, con il debutto a teatro all’Eliseo di Roma. Un fumetto nato cinefilo, zeppo di omaggi a Romero, Carpenter, Kubrick e Bergman, che a Milano ebbe perfino il suo festival dell’orrore, dove si entrava con l’albo del mese. E poi il cinema: Dellamorte Dellamore di Michele Soavi con Rupert Everett, l’americano Dead of Night con Brandon Routh e il fan movie Vittima degli eventi, con Valerio Di Benedetto,  Alessandro Haber, Milena Vukotic, Sara Lazzaro

Quello che devi sapere

La sera in cui Rupert Everett diventò Dylan Dog

«Non andartene docile in quella buona notte», scriveva Dylan Thomas. Chissà se Tiziano Sclavi ci pensava quando, a metà degli anni Ottanta, rubò il nome di battesimo al poeta gallese e il cognome a un romanzo di Mickey Spillane, Dog figlio di, adocchiato per caso in una libreria. Di certo il suo eroe docile non lo è mai stato, né con la notte né con gli incubi che la abitano.

E una sera di maggio del 1992 quella notte si fece addirittura carne. Al Palatrussardi di Milano, davanti a migliaia di ragazzi che avevano pagato l’ingresso con una copia de Lo spettro nel buio, una nebbia rossastra invase il palco allestito da Sergio Stivaletti. Da una porticina sbucò Rupert Everett e scese le scale.

Ovvero il volto che Sclavi aveva scelto per il suo indagatore dopo aver visto Another Country (1984), spedendo il disegnatore e copertinista Claudio Villa al cinema a ritrarre l’attore al buio, salvo poi raccomandargli di renderlo un po’ più macho. L’ambiguità, per fortuna, è rimasta tutta. Per una sera Dylan Dog esistette davvero. E aveva pure l’accento giusto.

Dylan Dog, 40 anni fa il primo albo L’alba dei morti viventi

Era il 26 settembre 1986 quando l’Indagatore dell’Incubo sbarcò per la prima volta in edicola per Sergio Bonelli Editore con L’alba dei morti viventi, scritto da Sclavi, disegnato da Angelo Stano e con la copertina di Claudio Villa.

Già il titolo era una dichiarazione di poetica, giacché strizzava l’occhio al Dawn of the Dead di George A. Romero, da noi ribattezzato Zombi. Il resto è mitologia pop, e conviene dargli del tu.

Sei un ex poliziotto di Scotland Yard, abiti al 7 di Craven Road, a Londra, e il tuo campanello urla invece di suonare. Ti tormenti con Il trillo del diavolo di Tartini al clarinetto (Sherlock Holmes aveva il violino, ognuno ha le sue ossessioni), non finisci mai il modellino di galeone, guidi un maggiolone cabriolet bianco targato DYD 666 e da quarant’anni indossi camicia rossa, giacca nera, jeans e Clarks, incurante del meteo. L’ombrello, sostieni, è un’invenzione inutile, specie quando non piove.

Ti innamori di ogni cliente, e quasi sempre la perdi. Accanto a te Groucho, sosia del più irriverente dei fratelli Marx, dispensatore di barzellette che nessuno ha chiesto, nemmeno davanti a uno zombi.

Una serie che da allora ha raccolto milioni di lettori, tant’è che nel giugno del 1992 il n. 69, Caccia alle streghe, superò il mezzo milione di copie e scavalcò per qualche tempo perfino l’intoccabile Tex. A Umberto Eco si attribuisce una frase diventata proverbiale: poter leggere la Bibbia, Omero e Dylan Dog per giorni e giorni senza annoiarsi. Iperbole semiotica, forse, ma rende l’idea.

In questi quarant’anni, del resto, Dylan Dog ha attraversato l’orrore senza mai negarlo, scegliendo invece di osservarlo, interrogarlo e raccontarlo. Perché i mostri, da Sclavi in poi, hanno smesso di nascondersi sotto il letto e hanno cominciato a sedersi a tavola con noi, magari con il tovagliolo annodato al collo e l’aria del vicino perbene.

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Dylan Dog 40 anni: la Horror Night, l’albo 481 e il debutto a teatro

Le celebrazioni per il quarantennale si sono aperte venerdì 25 settembre con Dylan Dog. Horror Night, una serata di festa in 80 sedi sparse in tutta Italia tra librerie Ubik e fumetterie Funside, in diverse delle quali sceneggiatori e disegnatori della serie hanno incontrato il pubblico. Al Bonelli Store di Milano è prevista inoltre una matinée per i lettori sabato 26.

Sabato 26 arriva in edicola anche il n. 481, Prima che sia l’alba, scritto da Barbara Baraldi e disegnato da Davide Furnò, eccezionalmente a colori e venduto in una confezione sigillata che nasconde la copertina: una sorta di roulette russa per collezionisti. Dentro si potrà trovare la regular dei fratelli Gianluca e Raul Cestaro oppure una delle tre varianti, stampate in numero limitato e firmate da Claudio Villa, Corrado Roi e Angelo Stano.

In libreria e fumetteria, dal 22 settembre, è disponibile anche il volume in bianco e nero, arricchito da otto pagine di fumetto in più.

Il culmine sarà Dylan Dog Horror Show, su soggetto e testi di Tiziano Sclavi e Nicola Russo, con la regia di Valter Malosti: prima produzione teatrale della casa editrice e primo spettacolo a portare sul palcoscenico l’universo dell’Indagatore dell’Incubo. Sarà in scena al Teatro Eliseo di Roma dal 28 ottobre, con anteprime dal 22.

Una doppia resurrezione, degna di un albo, perché il debutto accompagna il ritorno della storica sala di via Nazionale a una nuova stagione teatrale. Il foyer, per l’occasione, diventerà la Casa di Dylan Dog, con installazioni e ambientazioni ispirate all’universo di Sclavi.

Speriamo che il campanello urli.

Da Romero a Bergman: le citazioni cinefile negli albi di Dylan Dog

Se c’è un fumetto italiano che ha il cinema nel sangue (e il sangue, ça va sans dire, non manca), è questo. Basta varcare la soglia di Craven Road, che già nel nome omaggia Wes Craven, per ritrovarsi in una Wunderkammer della paura: le statue dei mostri Universal nei corridoi, il manifesto di The Rocky Horror Picture Show alla parete e quel campanello urlante che arriva dritto da Invito a cena con delitto.

L’ispettore Bloch ha la faccia bonaria di Robert Morley, e l’appuntamento galante che Dylan propone alle sue clienti si riassume in tre parole: «Pizza e cinema?». Una formula che, confessiamolo, abbiamo usato tutti almeno una volta, con risultati alterni.

Come ricostruisce Claudio Bartolini nel saggio Dylaniatori di celluloide, contenuto nel volume di Antarès Dylan Dog. Nostro orrore quotidiano (Bietti), i primi anni della serie sono una cineteca a fumetti, un florilegio di omaggi che farebbe impallidire un catalogo di videonoleggio.

Il n. 14, Fra la vita e la morte, è intriso di Coma profondo di Michael Crichton; il n. 15, Canale 666, guarda a Videodrome di David Cronenberg e sembra quasi anticipare quella paranoia televisiva che John Carpenter avrebbe portato al cinema l’anno successivo con Essi vivono; il n. 22 si intitola Il tunnel dell’orrore, come il film di Tobe Hooper; il n. 24, I conigli rosa uccidono, gioca con la collisione tra immaginario cartoon e realtà; il n. 26, Dopo mezzanotte, cita apertamente Fuori orario di Martin Scorsese; il n. 37, Il sogno della tigre, si apre con un omaggio ad Arancia meccanica di Stanley Kubrick.

E il n. 66, Partita con la morte, osa financo rileggere Il settimo sigillo di Ingmar Bergman, con buona pace dei cinefili in dolcevita.

Sclavi non citava per sfoggio: era come un amico che presta le sue videocassette sapendo che forse non torneranno mai indietro. Metteva in circolo i film perché qualcuno, prima o poi, andasse a vederseli.

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Dylan Dog Horror Fest, il festival dove si entrava con l’albo del mese

Da quell’amore nacque qualcosa che nessun altro fumetto italiano poteva permettersi. Il Dylan Dog Horror Fest, voluto da Sergio Bonelli e diretto da Stefano Marzorati, debuttò nell’ottobre del 1987 all’Actor’s Playhouse Baires di piazza Napoli, a Milano, con una regola semplice e geniale: il biglietto era l’ultimo albo in edicola, allora il n. 13, Vivono tra noi.

Tre settimane di Lucio Fulci, Romero, Carpenter e Cronenberg, con Dario Argento nelle vesti di ospite a sorpresa.

Nel 1990 la rassegna traslocò al Cinema Gloria di corso Vercelli, 1.550 posti esauriti e ospiti del calibro di Clive Barker, Jeffrey Combs e Robert Englund, sbarcato a Milano per presentare in anteprima Nightmare 5. Freddy Krueger in corso Vercelli, tra le vetrine dello shopping meneghino: roba che nemmeno nei peggiori incubi dei benpensanti.

Poi vennero le due edizioni al Palatrussardi, nel 1992 e nel 1993, quando i numeri diventarono quelli di un concerto rock. E infatti le serate si aprivano sulle note di Enter Sandman dei Metallica.

Sul palco sfilarono Wes Craven con La casa nera, Bruce Campbell, Lance Henriksen, Brian Yuzna, Frank Henenlotter e Tobe Hooper, mentre il produttore Charles Band, come ricorda Bartolini, definì la kermesse «la Woodstock del cinema dell’orrore».

Mica pizza e fichi.

Io al Dylan Dog Horror Fest c'ero, e più di una volta. Dell’edizione del 1992 ricordo ancora, come fosse ieri, l’odore quasi aggressivo dei popcorn e Society di Brian Yuzna proiettato sul grande schermo. Quel film non l’ho più dimenticato e, a distanza di oltre trent’anni, continua a sembrarmi uno degli horror più potenti mai realizzati.

Eppure il 1993 fu anche l’ultima edizione. Le istituzioni, che in quegli anni guardavano al fumetto horror con il sospetto riservato ai cattivi maestri, non vollero mai davvero sostenerla. E il Fest si spense all’apice, come certe fidanzate di Dylan che muoiono sul più bello.

Dellamorte Dellamore, il film di Michele Soavi con Rupert Everett

Ed eccoci al primo dei tre incontri con il cinema, che paradossalmente di Dylan Dog non porta il nome.

Francesco Dellamorte era comparso nel 1989 nello Speciale n. 3, Orrore nero, ma nasceva da un romanzo che Sclavi aveva scritto nel 1983 e che Camunia pubblicò soltanto nel 1991. Custode del cimitero di Buffalora, dove i defunti hanno la cattiva abitudine di tornare in vita entro sette giorni dal decesso, Dellamorte rispedisce sottoterra i ritornanti con zelo impiegatizio, aiutato dal fedele Gnaghi, il cui vocabolario si esaurisce in una sillaba.

È la versione più nera, più sola e più disperata dell’inquilino di Craven Road: al posto del galeone un teschio da finire, al posto delle clienti una donna che continua a morire e a ritornare. Una sorta di eterno ritorno nietzschiano, però con la vanga.

Dellamorte Dellamore (1994), diretto da Michele Soavi, con sceneggiatura di Gianni Romoli, chiuse il cerchio aperto al Palatrussardi: Rupert Everett, finalmente, interpretava sé stesso, o quasi.

Accanto a lui una conturbante Anna Falchi, in più ruoli, e François Hadji-Lazaro nei panni di Gnaghi, mentre il camposanto è quello monumentale di Guardea, in provincia di Terni. Il film mescola splatter e malinconia, humour nero e pittura (il bacio con i volti velati rimanda a Gli amanti di René Magritte) e si chiude con una strada interrotta che, come osserva Claudio Bartolini nel saggio Dylaniatori di celluloide, contenuto nel volume di Antarès Dylan Dog. Nostro orrore quotidiano (Bietti), richiama il finale di Toby Dammit, l’episodio diretto da Federico Fellini per Tre passi nel delirio. Quasi a dire che oltre quel cimitero il mondo non esiste.

Soavi stesso lo descrisse come un film in bilico tra la risata e la paura, in una terra di nessuno. Premiato con il David di Donatello per la scenografia di Antonello Geleng, in America uscì come Cemetery Man e divenne oggetto di culto.

Nel romanzo, Dellamorte sostiene che il primo amore non conta niente, e che conta soltanto l’ultimo. Ai lettori di Dylan Dog, però, il primo è rimasto addosso, come la camicia rossa.

Per completezza, va ricordato che due anni prima Giancarlo Soldi aveva girato Nero., da un altro romanzo di Sclavi e disseminato di rimandi all’Indagatore dell’Incubo. Allo scrittore lo stesso Soldi avrebbe poi dedicato Nessuno siamo perfetti, documentario presentato al Torino Film Festival nel 2014 e distribuito nelle sale italiane nel giugno 2015.

E molto più tardi, nel n. 401, Dylan si sarebbe ritrovato proprio Gnaghi come assistente, a conferma che i due personaggi non hanno mai smesso di somigliarsi.

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Dylan Dog: Dead of Night, il film americano con Brandon Routh

Il secondo film è l’unico adattamento cinematografico ufficiale, e anche quello che i lettori hanno perdonato meno.

Dylan Dog: Dead of Night, diretto da Kevin Munroe, arrivò nelle sale italiane il 16 marzo 2011, sei settimane prima che negli Stati Uniti, con Brandon Routh, reduce dal mantello di Superman Returns, nei panni del protagonista.

Londra lasciava il posto a New Orleans, e con Londra spariva pure l’ispettore Bloch. Soprattutto sparì Groucho, vittima dei diritti legati all’immagine dei fratelli Marx, sicché al suo posto comparve Marcus, un aiutante trasformato in zombi e interpretato da Sam Huntington.

Completavano il cast Anita Briem, Peter Stormare e Taye Diggs.

Si sa, gli americani le cose le fanno in grande. Non sempre le fanno bene.

Il risultato fu un monster movie di vampiri, lupi mannari e non morti, più vicino all’avventura muscolare che all’inquietudine sclaviana, con un Dylan armato fino ai denti e sicuro di sé, quasi l’esatto contrario del fragile antieroe di carta.

Costato circa 20 milioni di dollari, ne incassò poco meno di 6 in tutto il mondo. Perfino il maggiolone dovette cambiare livrea, nero con la capote bianca, per non pestare i piedi a Herbie, il Maggiolino tutto matto della Disney.

E la stessa Sergio Bonelli Editore scelse di ignorare il film nelle sue pubblicazioni, nonostante l’uscita cadesse nell’anno del venticinquennale.

A volte il silenzio è la recensione più eloquente.

Vittima degli eventi, il fan movie

La rivincita arrivò dal basso, e da Internet.

Nel 2014 Claudio Di Biagio e Luca Vecchi, con la collaborazione di The Jackal, finanziarono attraverso il crowdfunding su Indiegogo Vittima degli eventi, un mediometraggio di una cinquantina di minuti.

Dylan, interpretato da Valerio Di Benedetto, già protagonista di Spaghetti Story, si è trasferito a Roma e non ha un caso da sette mesi, finché bussa alla sua porta Adele, interpretata da Sara Lazzaro, perseguitata da visioni ricorrenti dopo un’apparizione su Ponte Sant’Angelo. Vecchi, anche sceneggiatore, è Groucho; Alessandro Haber presta il volto all’ispettore Bloch.

E Madame Trelkovski, la sensitiva più amata della serie, ha il volto di Milena Vukotic.

Per i più resterà per sempre la signora Pina di Fantozzi, ma sarebbe un torto marchiano fermarsi lì. Ex ballerina, Vukotic è stata la serva di Giulietta Masina in Giulietta degli spiriti e ha lavorato con Andrej Tarkovskij in Nostalghia. Soprattutto, è entrata nella corte di Luis Buñuel con Il fascino discreto della borghesia, Il fantasma della libertà e Quell’oscuro oggetto del desiderio.

Del resto, chi meglio di un’attrice passata per il surrealismo del maestro di Calanda poteva evocare gli spiriti di Craven Road?

E c’è un dettaglio che Sclavi avrebbe apprezzato: Vukotic compare, non accreditata, anche in Toby Dammit di Fellini, lo stesso film la cui strada interrotta echeggia nel finale di Dellamorte Dellamore.

I cerchi, nell’universo di Dylan Dog, si chiudono sempre.

Presentato in anteprima il 24 ottobre 2014 al MAXXI, nell’ambito di Wired Next Cinema all’interno del Festival Internazionale del Film di Roma, e successivamente proiettato anche a Lucca Comics & Games, dal 2 novembre il film fu reso disponibile gratuitamente sul canale YouTube dei The Jackal.

Roberto Recchioni, all’epoca curatore della serie, assistette alla prima e ne apprezzò il rispetto per il personaggio, pur mantenendo le dovute distanze: la Bonelli non era legata al progetto.

Si racconta che Sclavi, venuto a sapere del film, avesse scritto ai due autori e che loro avessero cestinato la mail credendola uno scherzo.

Una trama degna di un albo, a pensarci bene: il creatore bussa alla porta, e nessuno gli crede.

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Se fosse un cocktail (ovviamente analcolico)

Dylan Dog non beve. Ex alcolista, è astemio da anni, sebbene Groucho lo canzoni come un astemio che si dimentica spesso di astemiarsi.

Per brindare ai suoi quarant’anni è dunque d’uopo un drink senza alcol, che chiameremo Quinto senso e mezzo, come la sua proverbiale capacità premonitoria.

In un tumbler basso colmo di ghiaccio si versano succo di melagrana, rosso come la camicia, sciroppo di liquirizia, nero come la giacca, e succo di lime; si mescola e si completa con ginger beer ben fredda.

Per guarnizione, una scorza d’arancia tagliata a forma di baffo, in omaggio a Groucho.

Si beve lentamente, possibilmente dopo mezzanotte, e magari con un sottofondo di clarinetto, stonato quanto basta.

Il 28 ottobre, quando al Teatro Eliseo si alzerà il sipario, non scenderà dalle scale Rupert Everett. Salirà sul palco, finalmente, Dylan Dog in persona.

Docile, in quella buona notte, non ci andrà di certo.

Giuda ballerino.

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