Linda Hamilton compie 70 anni: da Terminator a Stranger Things, una vita senza paura
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Introduzione
Il 26 settembre Linda Hamilton compie 70 anni. Nata a Salisbury, nel Maryland, con una gemella identica e allieva di Lee Strasberg, è entrata nel mito come Sarah Connor, la cameriera che James Cameron trasformò in guerriera in Terminator e Terminator 2 - Il giorno del giudizio. Poi La bella e la bestia, Dante's Peak, il teatro di Tennessee Williams, la coraggiosa battaglia pubblica contro il disturbo bipolare, due matrimoni finiti. E una seconda giovinezza: Terminator - Destino oscuro, la dottoressa Kay di Stranger Things, Dark Winds e ora la commedia Hot Curlers. Ritratto di una donna che ha fatto pace con il tempo.
Quello che devi sapere
C'è una tempesta in arrivo
Deserto messicano, esterno giorno. Una jeep sosta davanti a una stazione di servizio polverosa, un pastore tedesco sonnecchia sul sedile e una giovane donna incinta detta a un registratore un messaggio per il figlio che non è ancora nato. Un ragazzino le scatta una Polaroid (proprio quella che Kyle Reese custodirà, nel futuro, come un santino laico), poi indica l'orizzonte e le dice in spagnolo che sta arrivando una tempesta. Lei risponde soltanto: «I know». Lo so. Si chiude così Terminator di James Cameron, datato 1984, e in quelle due parole c'è già tutto il destino di Linda Hamilton. Una donna che le tempeste non le ha mai temute, giacché le ha sempre viste arrivare.
«Ciò che non mi uccide mi rende più forte», scriveva Friedrich Nietzsche nel Crepuscolo degli idoli. E la ragazza di Salisbury, Maryland, nata il 26 settembre 1956, spegne oggi settanta candeline con la serenità di chi la bufera l'ha attraversata tutta, ne è uscita con qualche cicatrice, un paio di bicipiti entrati nella storia del cinema e nessun rimpianto. O quasi.
Salisbury, una gemella e un professore profeta di sventura
Linda Carroll Hamilton viene al mondo in coppia. Ha una gemella identica, Leslie, e il tema del doppio attraverserà tutta la sua esistenza, manco fosse un personaggio uscito dalla penna di Dostoevskij (il riferimento è Il sosia, ça va sans dire). Il padre muore quando lei ha cinque anni, la madre sposerà in seguito un capo della polizia: forse è lì, tra una divisa e l'altra, che la futura Sarah Connor impara a maneggiare l'autorità. Linda racconta di essere cresciuta in una famiglia anglosassone «molto noiosa» e di aver divorato libri come altri divorano merendine. Frequenta per due anni il Washington College di Chestertown, dove un professore di recitazione le pronostica che mai e poi mai riuscirà a campare facendo l'attrice. Un vaticinio degno dei peggiori oracoli di Delfi.
Sicché Linda fa le valigie e se ne va a New York, dove segue i workshop di Lee Strasberg, gran sacerdote del Metodo e maestro di mezza Hollywood. Nel 1979 debutta con una particina in Night-Flowers, poi approda alle soap Secrets of Midland Heights e King's Crossing, in cui le tocca immancabilmente il ruolo della cattiva ragazza. Nel 1982 il volume Screen World di John A. Willis la annovera tra i dodici attori più promettenti dell'anno. Il futuro, però, deve ancora bussare alla porta. Anzi, deve ancora viaggiare nel tempo, possibilmente nudo e avvolto da una scarica di fulmini.
Terminator e Sarah Connor, la cameriera che salvò l'umanità
Il 1984 è l'anno della svolta. Prima arriva Grano rosso sangue, horror tratto da un racconto di Stephen King, in cui Hamilton è Vicky, in viaggio con il fidanzato tra le pannocchie del Nebraska, dove i bambini non giocano esattamente a nascondino. Il film incassa quattordici milioni di dollari a fronte di un budget di tre, la critica storce il naso, ma la sua interpretazione si salva dal raccolto.
Poi arriva James Cameron. E arriva Terminator. Sarah Connor è una cameriera di Los Angeles, una ragazza qualunque che va al lavoro in motorino (una Vacanza romana in salsa californiana, senza Gregory Peck), sbaglia le ordinazioni e si ritrova una pallina di gelato infilata nella tasca del grembiule da un bambino dispettoso. Una giornataccia, direbbe chiunque. Solo che dal futuro è appena piombato un cyborg con le fattezze di Arnold Schwarzenegger, deciso a eliminarla. La sua colpa? Essere la madre del futuro capo della resistenza contro le macchine. Nato con aspettative modeste, il film diventa un successo a sorpresa e resta in vetta al botteghino americano per due settimane. Janet Maslin sul New York Times ne loda la prova coinvolgente, l'Hollywood Reporter ne sottolinea la straordinaria capacità di resistenza.
Sarah è una Madonna laica, un'annunciazione al contrario: l'arcangelo è un soldato sporco di fango, Kyle Reese (Michael Biehn), e la buona novella è una guerra nucleare. Eppure lei impara, cresce, combatte. Nel finale schiaccia l'endoscheletro del cyborg sotto una pressa idraulica e gli sibila la sentenza: «You're terminated». Da vittima designata a eroina in meno di due ore di pellicola. Altro che La ragazza con la pistola di Mario Monicelli: qui la pistola arriverà dopo, e sarà parecchio più grossa.
La bella e la bestia e un giovane George R.R. Martin
Gli anni successivi alternano luci e ombre, come un'insegna al neon difettosa. Nel 1986 è una ladra d'auto in Black Moon Rising, fa capolino in un episodio di La signora in giallo (e chi non è passato almeno una volta dalle parti di Jessica Fletcher?) e si ritrova protagonista di King Kong 2, seguito del remake del 1976. Stavolta a prendere a mazzate lo scimmione è la critica, con una ferocia che nemmeno i militari che lo avevano abbattuto nel film precedente.
È però la televisione a regalarle una seconda identità. Dal 1987, sulla CBS, è Catherine Chandler, viceprocuratrice distrettuale di New York innamorata di Vincent, uomo leone che vive nei tunnel sotto Manhattan con il volto (e le tonnellate di trucco) di Ron Perlman. Jean Cocteau nel 1946 aveva trasformato la fiaba in un sogno surrealista con Jean Marais; qui diventa una favola urbana romanticissima, fatta di sottopassaggi, candele e poesie lette e recitate, tra i cui sceneggiatori figura un certo George R.R. Martin, parecchio prima dei troni, dei draghi e delle nozze rosse. Per quel ruolo Hamilton ottiene due candidature ai Golden Globe e una agli Emmy, oltre a un Romy austriaco come star televisiva preferita. Durante la terza stagione chiede di uscire di scena: è incinta. Nel 1989 nasce Dalton, figlio del primo marito, l'attore Bruce Abbott.
Terminator 2, ovvero il diritto di essere folle
Nel 1991 Cameron la richiama per Terminator 2 - Il giorno del giudizio. Il racconto del regista è da antologia: le telefona per annunciarle un nuovo capitolo e lei gli risponde che vuole essere pazza. Lui le promette di rinchiuderla in un ospedale psichiatrico. «Perfetto», replica Linda. Nasce così la Sarah Connor più iconica. La ritroviamo reclusa a Pescadero, intenta a fare trazioni sulla branda rovesciata della sua cella, lo sguardo allucinato di una Cassandra armata che conosce la data dell'apocalisse e a cui nessuno crede. Altro che scaldamuscoli e videocassette di aerobica alla Jane Fonda: queste sono braccia tutt'altro che rubate all'agricoltura, un David michelangiolesco in canottiera che per un decennio intero farà sentire in colpa gli iscritti di ogni palestra del globo terracqueo. E quando evade armata di una graffetta, capisci che la Fuga da Alcatraz di Clint Eastwood era roba da dilettanti.
La preparazione è durissima, financo crudele. Il suo allenatore le urla contro e le lancia palline da tennis mentre lei spara bendata. Linda si chiude in bagno a piangere per un minuto, poi si asciuga le lacrime e torna sul set. Paga pure un prezzo fisico: durante la sequenza dell'ascensore dimentica di proteggersi correttamente le orecchie e il fragore degli spari nello spazio chiuso le provoca un danno permanente all'udito. E il doppio ritorna: la gemella Leslie le fa da controfigura in alcune sequenze, compresa quella in cui il T-1000 di metallo liquido assume le sembianze di Sarah. Due Sarah sullo schermo, una delle quali è un'impostora cromata e l'altra, magari, è sua sorella. Il cinema, a volte, è più freudiano di Freud.
Il film, all'epoca indicato come il più costoso mai realizzato, supera i cinquecento milioni di dollari nel mondo ed è il maggiore incasso dell'anno. Per Hamilton arrivano il Saturn Award come miglior attrice, due MTV Movie Awards (uno dei quali come donna più desiderabile, a riprova che il bicipite, ben allenato, è un afrodisiaco) e la conduzione del Saturday Night Live. E su un tavolo di legno, con la punta di un coltello, Sarah incide due parole che diventeranno il mantra di una generazione: «No fate». Non c'è destino, se non quello che ci costruiamo. Se Ellen Ripley, altra creatura di Cameron in Aliens - Scontro finale, aveva aperto la strada, Sarah Connor la asfalta. Tant'è che dopo di lei nessuna, nemmeno Lena Headey ed Emilia Clarke che ne hanno raccolto l'eredità in tv e al cinema, riuscirà a scalfirne il mito.
Il diritto di essere normale: da Dante's Peak a Tennessee Williams
Dopo Sarah Connor, Hollywood la immagina solo in divisa. Lei stessa ricorda con ironia che le offrivano poliziotte, militari e lesbiche, e nient'altro. Al provino per Dante's Peak - La furia della montagna, il regista Roger Donaldson le dice che non ha mai interpretato un ruolo così. Quale? Una donna «normale». Donaldson, per inciso, è lo stesso cineasta che nel 1988 aveva messo gli shaker in mano a Tom Cruise in Cocktail: evidentemente possiede il talento di trasformare l'ordinario in spettacolo, e di servirlo con ghiaccio. Nel film del 1997, uscito nello stesso anno del rivale Volcano (Hollywood, quando trova un filone, lo spreme come un lime), Hamilton è Rachel Wando, sindaca di una cittadina ai piedi di un vulcano che porta, per ironia della sorte, il nome di Dante. E l'Inferno è servito, con Pierce Brosnan nei panni di un Virgilio vulcanologo. Incasso: quasi 180 milioni di dollari. Roger Ebert apprezza la recitazione realistica della coppia, lontana da ogni eccesso.
Due anni prima, con il film tv A Mother's Prayer (1995), in cui è una vedova malata di AIDS, Hamilton aveva conquistato un CableACE Award e un'altra candidatura ai Golden Globe. E poi c'è il teatro, dove, per dirla con Eduardo De Filippo, gli esami non finiscono mai. Nel 2000 è la protagonista di Laura al Tiffany Theater, adattamento del noir che Otto Preminger portò sullo schermo nel 1944 con Gene Tierney (da noi Vertigine, con quel tema di David Raksin che ti si incolla addosso come il profumo di una sconosciuta). Il confronto con la diva dagli zigomi più belli di Hollywood sarebbe stato letale per chiunque; l'Hollywood Reporter, invece, scrive che Hamilton lo trasforma in un vantaggio. Nel 2006 è Maxine Faulk in La notte dell'iguana di Tennessee Williams al Berkshire Theatre, e Variety ne loda l'umorismo sanguigno. Parimenti ad Ava Gardner, che lo stesso personaggio aveva incarnato nel film di John Huston, Linda dimostra che la sensualità matura può essere un'arma più affilata di un fucile a pompa.
Le tempeste interiori e il coraggio della verità
C'è però una battaglia che nessun copione aveva previsto. Nel 2004 Linda Hamilton rompe pubblicamente il silenzio sul disturbo bipolare e sulla depressione che l'hanno accompagnata per anni. L'anno successivo, ospite di Larry King, ne parla diffusamente, raccontando delle terapie e dei farmaci che le hanno restituito l'equilibrio. Un gesto raro, all'epoca, in una Hollywood dove le fragilità si nascondevano sotto il tappeto rosso. E aggiunge che la malattia, a suo avviso, ha contribuito alla fine dei suoi matrimoni. Il primo con Bruce Abbott (1982-1989), al quale anni dopo chiederà pubblicamente scusa. Il secondo con James Cameron: la relazione nasce dopo Terminator 2, nel 1993 arriva la figlia Josephine, le nozze sono del 1997, il divorzio del 1999. Con una battuta al vetriolo consegnata al Sun, Linda dirà che Titanic è stata l'amante per cui lui l'ha lasciata. Un iceberg da undici Oscar, contro cui persino la donna più corazzata del cinema non poteva nulla.
Eppure, come Rose aggrappata alla sua zattera di fortuna, lei è rimasta a galla. In una recente intervista all'AARP dice di non avere rimpianti, pur provando tristezza per certi comportamenti di quando era giovane e fuori controllo. Si definisce imperturbabile, stabile, grata per il luogo in cui è approdata. Ci sono voluti dolore e fatica, ammette, per trovare un posto di pura grazia nel mondo
Da Chuck a Stranger Things, il ritorno della leggenda
Tra la fine degli anni Novanta e gli anni Dieci, Linda Hamilton non si ferma mai, pur tenendosi alla larga dai riflettori più abbaglianti. Presta la voce a personaggi delle serie animate di Batman e di Hercules, colleziona film tv, torna in teatro, accetta ruoli ricorrenti con la disinvoltura di una caratterista di lusso. In Chuck (2010-2012) è Mary Elizabeth Bartowski, agente della CIA e madre del protagonista, parente stretta di Sarah per istinto di sopravvivenza; in Weeds è una fornitrice di marijuana (altro che Cheech & Chong); in Defiance una madre dalla mente fragile. Nel 2009 la sua voce torna, non accreditata, come Sarah Connor in Terminator Salvation. Dal 2021 al 2025 è poi il generale Eleanor McCallister di Resident Alien, perché certe donne, evidentemente, nascono con le stellette.
Nel 2019 Linda inforca di nuovo gli occhiali da sole e rientra nella saga con Terminator - Destino oscuro, diretto da Tim Miller e prodotto da Cameron. Esitava: amava la sua solitudine e non voleva che i vicini cominciassero a guardarla in modo diverso. Il film delude al botteghino, lei no. David Fear su Rolling Stone scrive che dal suo primo ingresso in scena la pellicola le appartiene e che tutti gli altri recitano nel suo film. Schwarzenegger compreso, verrebbe da aggiungere.
Poi il colpo di coda. Nella quinta e ultima stagione di Stranger Things, distribuita in Italia in tre volumi tra novembre 2025 e il 1° gennaio 2026, è la dottoressa Kay, a capo degli scienziati militari in una Hawkins messa in quarantena, sospettata di voler proseguire gli esperimenti del dottor Brenner. Proprio lei, che negli anni Ottanta combatteva Skynet, torna nel decennio dei walkman e di Dungeons & Dragons schierata dalla parte del laboratorio. Da preda a cacciatrice, con camice e mostrine. Fan dichiarata della serie, ha confessato a Variety che stava valutando il ritiro per un problema all'anca, finché i fratelli Duffer non l'hanno convinta. E all'AARP ha raccontato che, quando l'hanno chiamata, era convinta si trattasse di un errore. Certi errori, a volte, sono i migliori casting della storia.
New Orleans e la gentilezza degli estranei
Oggi Linda Hamilton vive a New Orleans. Ci è arrivata una decina d'anni fa, «alla cieca», come un grido d'aiuto, dopo aver lasciato la fattoria in Virginia dove era rimasta accanto ai genitori negli ultimi anni della loro vita. In campagna, confessa, nessuno viene a trovarti; a New Orleans sì. Ha comprato la prima casa che ha visto, trovata su Zillow, senza avere un solo amico in città. Viene in mente Blanche DuBois di Un tram che si chiama Desiderio, che proprio a New Orleans confessava di essersi sempre affidata alla gentilezza degli estranei. Solo che Linda, che di Tennessee Williams conosce bene le creature, non è Blanche: non si illude, sceglie. E nella città del «laissez les bons temps rouler», i bei tempi li lascia rotolare davvero.
Vive da minimalista, con una sola carta di credito, per non dover inseguire le cose e rischiare di perderle per strada. Dopo la morte della gemella Leslie, nel 2020, una perdita che ha vissuto come una vera resa dei conti, ha ricominciato a fare salto ostacoli dopo quarant'anni: un'impresa, dice, assolutamente ridicola e divertente. Adesso è nonna, il nipotino abita nel suo quartiere, e lei ha scelto come farsi chiamare: «Grandy». Le si addice. Le parole sono importanti, urlava Nanni Moretti in Palombella rossa, e questa, a ben guardare, contiene già un'idea di grandezza.
Settant'anni e un volto che si è guadagnata
Linda Hamilton non ha mai inseguito la giovinezza. Dice di essersi arresa al fatto che quello è il volto che si è guadagnata, e che a volte le racconta cose che preferirebbe non sentire. Non rincorre la bellezza né la longevità, e ogni tanto si concede una ciambella alla marmellata, alla faccia dei santoni del wellness. È la rigidità, sostiene, ciò che ci uccide. La sua definizione di felicità è stare in mezzo a un fiume impetuoso senza provare a nuotare verso una delle due sponde. Eraclito approverebbe: nello stesso fiume non si scende due volte, e lei non ci ha mai provato.
Lasciarsi portare dalla corrente significa pure accettare approdi imprevisti. Così, a pochi mesi dai settant'anni, la donna che ha incarnato la forza per antonomasia ha scelto di interpretare la fragilità. Nel febbraio 2026, nella quarta stagione di Dark Winds (serie che ha tra i produttori esecutivi proprio George R.R. Martin, il vecchio sodale di La bella e la bestia), è apparsa a sorpresa come Barbara Sena, una donna che perde la memoria. Un personaggio che porta il nome di sua madre, anche lei segnata dalla demenza. Ha spiegato di aver ormai esaurito i ruoli da dura. Ma dura, a ben vedere, lo resta: ci vuole un discreto coraggio per specchiarsi nella fragilità di chi ti ha messo al mondo.
E il futuro? Nel 2027 Hot Curlers, commedia sportiva sul curling ispirata a una storia vera, entrerà in produzione tra Nuova Zelanda e Calgary, con Hamilton al fianco di June Squibb. Sì, proprio il curling, lo sport che gli italiani hanno imparato ad amare quando Stefania Constantini e Amos Mosaner conquistarono l'oro olimpico nel doppio misto a Pechino 2022. Dalla pressa idraulica alla pietra di granito che scivola sul ghiaccio: il fisico di Linda cambia, la sostanza no.
Torniamo allora a quel deserto, a quella Polaroid, a quel ragazzino che annuncia la tempesta. Quando la figlia Josephine aveva sei anni, racconta Hamilton, spiegò alla nonna che la mamma era bella perché il suo volto era pieno di gioia. Da allora quella è la sua definizione di bellezza. E sulla gioia, aggiunge, ci lavora. Se potesse parlare alla ragazza di Salisbury, le direbbe di non preoccuparsi: andrà tutto a finire con un lieto fine. La tempesta è arrivata, è passata. E lei lo sapeva già.
Se fosse un cocktail
No Fate. Un Sazerac sporcato dalla polvere del deserto. Rye whiskey, omaggio a New Orleans, patria del Sazerac e ultimo approdo di Linda; un tocco di mezcal, per il fumo di quella stazione di servizio messicana dove si chiude Terminator; zucchero di canna e Peychaud's bitters, il rosso della determinazione; un risciacquo di assenzio nel bicchiere, verde e un filo folle come i corridoi di Pescadero. Si serve liscio, senza ghiaccio, in un old fashioned ben freddo, con una scorza di limone spremuta sulla superficie e poi gettata via, come il destino. Da sorseggiare lentamente, magari con un beignet accanto (la versione di New Orleans di quella ciambella alla marmellata che Linda non si nega), mentre là fuori sta arrivando una tempesta. Lo sappiamo.