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Succederà questa notte, recensione: Nanni Moretti torna alla Mostra del Cinema di Venezia

Cinema
Paolo Nizza

Paolo Nizza

Introduzione

Trentasette anni dopo Palombella rossa, Nanni Moretti torna alla Mostra del Cinema di Venezia, stavolta in Concorso, e sorprende con una storia d’amore appassionata e impossibie (forse): quella di Matteo (Louis Garrel) e Greta (Jasmine Trinca), due persone che continuano a incontrarsi nel momento sbagliato, inseguendo la notte in cui finalmente qualcosa accadrà. Liberamente tratto dai racconti di Legami di Eshkol Nevo, il film è un girotondo amoroso nello spazio e nel tempo, tra occasioni perdute, genitori e figli, desideri che resistono all’età. Con Jasmine Trinca di nuovo figlia di Moretti sullo schermo venticinque anni dopo La stanza del figlio: la recensione dalla Mostra del Cinema di Venezia del film in gara per il Leone d’Oro, al cinema dal 3 dicembre con 01 Distribution

Quello che devi sapere

Succederà questa notte, recensione del film di Nanni Moretti

I greci, che avevano un dio per ogni piega dell’esistenza, ne coniarono uno persino per l’attimo propizio: si chiamava Kairòs, correva su talloni alati e portava un ciuffo sulla fronte e la nuca rasata, sicché lo si poteva ghermire soltanto mentre arrivava, mai dopo che era passato. D’altronde, ammonisce il vecchio adagio, l’occasione ha i capelli davanti.

Ecco, Succederà questa notte è un film popolato di uomini e donne che allungano la mano verso quel ciuffo con un battito di ritardo, condannati a rincorrere il momento giusto lungo un’intera vita. Non a caso il film porta in fronte, come un’epigrafe, una domanda che è già tutta la sua poetica: «Io ti aspetto, tutto il tempo che vuoi. Ma succederà prima o poi?».

Comincia tra la neve di Oslo, in una sauna, con due giovani corpi ancora annodati: lei, Thea, aspetta un figlio; lui, Matteo, ha diciannove anni e la faccia di chi non sa ancora che l’amore, come il Kairòs, va colto al volo. Quando la madre, una strepitosa Angela Finocchiaro, sentenzia che la ragazza è troppo giovane e inadatta a fare la madre e  che è ora di trasferirsi a Roma, Thea replica con uno schiaffo e un rifiuto.

Sicché Nanni Moretti, tornato alla Mostra del Cinema di Venezia trentasette anni dopo Palombella rossa e stavolta in Concorso, sceglie il territorio più minato del cinema, la storia d’amore, e lo attraversa in punta di piedi, con Louis Garrel e Jasmine Trinca. Il film è in gara per il Leone d’Oro e nasce, come già Tre piani, dalla penna dello scrittore israeliano Eshkol Nevo, stavolta dai racconti di Legami.

Nanni Moretti torna alla Mostra del Cinema di Venezia dopo 37 anni

Cominciamo, parimenti a un buon maestro di sala, dall’aperitivo: la notizia che precede il film è la sala che lo accoglie.

L’ultimo film di Moretti presentato alla Mostra risaliva al 1989, Palombella rossa, per giunta fuori dal Concorso principale; da allora la sua casa festivaliera è stata soprattutto Cannes, dove in carriera ha portato nove suoi lungometraggi da regista in gara e ha conquistato la Palma d’Oro nel 2001 con La stanza del figlio. Tant’è che rivederlo contendere il Leone d’Oro al Lido ha il sapore di una riconciliazione.

Al netto della vulgata festivaliera, però, l’autore ha annacquato ogni presunto rancore con la consueta ironia: non ce l’aveva con Venezia, semplicemente i suoi film non erano mai pronti d’estate; stavolta, avendo girato in autunno anziché in primavera, presentarlo alla Mostra gli è parso naturale come un caffè dopo pranzo.

E Moretti è anche esercente, con il suo Nuovo Sacher romano: un mestiere quotidiano, quello di mostrare i film agli altri, che non conosce le pause del regista.

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Succederà questa notte, una storia d’amore sospesa

«Molti anni fa avevo coniato una frase un po’ scema», ha confessato Moretti al Lido: vorrei fare sempre lo stesso film, possibilmente sempre più bello.

Ecco, col tempo il motto si è capovolto e stavolta, complici le sceneggiatrici Federica Pontremoli e Valia Santella, l’autore ha immaginato una storia d’amore trattenuta, quasi pudica. Dai racconti di Nevo il trio ha spigolato ora una relazione, ora un personaggio, talvolta soltanto un’immagine, per tesserli in un’unica trama che scavalca gli anni, saltando avanti di sette e poi di tre.

Matteo costruisce una vita, Greta un’altra. Si incontrano, si perdono, si ritrovano quando sarebbe più semplice non farlo. Intorno a loro gravitano matrimoni, figli, genitori, fragilità e quelle occasioni che arrivano sempre con una puntualità esasperante: esattamente quando non siamo pronti.

Giacché il tempo è il vero coprotagonista, il film si dipana tra una partita di basket e un set di tennis e disegna una geografia sentimentale che va da Oslo a Torino, dove le campane rintoccano anche di notte, da San Sebastián alla Roma del Lungotevere, di San Saba e del Flaminio.

In fondo, è un film sul bisogno di nominare i sentimenti e le sue battute-cardine suonano come massime da appuntarsi sul polsino: quando i genitori smettono di dire ai figli che gli vogliono bene, le cose vanno in malora; «lasciamo perdere il destino», taglia corto Greta, novella stoica; e il proprietario della trattoria, un delizioso Paolo Sassanelli, sentenzia con saggezza da osteria che le occasioni, come le orecchie, viaggiano in coppia.

Sicché, contro il Kairòs dal ciuffo unico, si fa strada una speranza: una seconda occasione, prima o poi, potrebbe arrivare

Un girotondo amoroso nello spazio e nel tempo

Perché Succederà questa notte è, prima di tutto, un girotondo amoroso nello spazio e nel tempo, un invito al viaggio in cui Oslo, Torino, San Sebastián e Roma diventano stazioni del desiderio. E proprio la sua struttura frammentaria, figlia dei racconti di Eshkol Nevo da cui il film liberamente prende le mosse, finisce per essere un valore aggiunto.

Non un romanzo che procede diritto verso una soluzione, ma un’antologia sentimentale fatta di incontri, separazioni, ritorni, occasioni perdute e altre che forse attendono soltanto l’ora giusta per presentarsi. La frammentarietà non disperde il racconto: lo moltiplica. Perché anche l’amore, a ben guardare, raramente possiede una trama ordinata.

Non a caso Moretti dissemina il film di una piccola e deliziosa dichiarazione di poetica. Nella libreria che Matteo gestisce insieme al fratello entra una cliente alle prese con Tu più di chiunque altro di Miranda July: non riesce a finire quella raccolta di racconti e vorrebbe qualcosa di diverso, magari un romanzo, una storia nella quale le cose fossero finalmente più chiare.

E lì la memoria morettiana corre irresistibilmente a La messa è finita, alla signora che chiedeva al sacerdote un consiglio per il regalo destinato a una bambina di otto anni e si vedeva rispondere con uno storico «chissenefrega».

Solo che Matteo non è più quel Nanni.

Non reagisce, non aggredisce, non impartisce lezioni. Resta immobile, dolente, quasi muto davanti alla richiesta della donna. Come se persino Moretti avesse ormai accettato che la vita non abbia l’ordine rassicurante di un romanzo e che i sentimenti, soprattutto, detestino le trame troppo ben costruite.

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Il desiderio non invecchia quasi mai con l'erà

È forse qui che Succederà questa notte trova la propria forma più autentica. Quella frase, quella promessa continuamente rimandata — succederà questa notte — non indica soltanto un appuntamento, ma un modo di stare al mondo.

Quale notte?

Moretti non lo dice.

Perché il suo film è un’antologia del desiderio, quasi dei Frammenti di un discorso amoroso: la lotta eterna fra chi pretende tutto o niente e chi impara ad abitare anche ciò che rimane incompiuto; fra chi cerca un romanzo capace di mettere ordine nel caos e chi, magari a letto, legge Il signore d’oro di Vivian Lamarque, dove è la poesia, non la linearità narrativa, a occuparsi di assenze, attese e desideri.

C’è persino qualcosa dell’ultimo Almodóvar in questo Moretti più malinconico, carnale e insieme trattenuto. Non soltanto perché le musiche portano la firma di Alberto Iglesias, storico compagno di viaggio del cineasta spagnolo, ma per quel modo di guardare ormai l’amore dalla parte del tempo, quando il corpo comincia a conoscere la propria finitezza mentre il desiderio continua a comportarsi come se fosse immortale.

E c’è una piccola scena, quasi laterale, che finisce per racchiudere tutto questo. Sull’aereo che sta portando Matteo e Thea in Italia, l’uomo interpretato da Stefano Abbati sostiene che chi sta per morire non abbia più alcun odore, perché quell’odore è già evaporato. Una frase lasciata cadere quasi per caso che continua invece a lavorare sotto pelle: il corpo perde qualcosa, il tempo sottrae, la vita si consuma.

Il desiderio, invece, resta.

E allora Moretti finisce quasi dalle parti di Franco Battiato: «i desideri non invecchiano quasi mai con l’età». Difficile trovare un’epigrafe migliore per un film fatto di persone che arrivano continuamente troppo presto o troppo tardi e che, ciononostante, continuano ostinatamente ad aspettare la loro notte.

Greta, un nome da Divina: la luce di Jasmine Trinca

Greta, un nome da Divina: la luce di Jasmine Trinca

Se c’è un cuore che pulsa nel film è quello di Greta, ed è impossibile separarlo dalla storia che lega Moretti alla sua interprete.

Venticinque anni or sono alcuni assistenti giravano per i licei romani a filmare provini di pochi secondi; il regista vide una ragazza del Liceo Virgilio ripresa da lontano, a figura intera, e capì all’istante che era una presenza speciale. Lei voleva fare l’archeologa, lo ha ripetuto con affetto anche al Lido, poi il cinema ebbe la meglio: La meglio gioventù, Il caimano, fino a quel primo piano nel finale de Il sol dell’avvenire in cui Moretti ha ritrovato la stessa luminosità.

E soprattutto, venticinque anni dopo La stanza del figlio, Moretti e Trinca si ritrovano nuovamente padre e figlia sullo schermo.

Tant’è che, ha ammesso l’attrice, per un quarto di secolo non aveva saputo perché fosse stata scelta per La stanza del figlio: adesso lo sa.

Ça va sans dire, stavolta è il nome del personaggio a tradire un destino: come la Divina Greta Garbo, che nel suo esordio sonoro, Anna Christie del 1930, reclamava il suo whisky con ginger ale, anche questa Greta illumina lo schermo di una grazia obliqua.

Ma è il racconto del metodo a svelare il segreto del film: Moretti toglie le pause, le pose, i vezzi — «via, via, via», rammentava Trinca temendo che di lei non restasse nulla — finché non affiora qualcosa di magico e per niente performativo.

I due innamorati, spiega l’attrice, si parlano con una lingua da filastrocca, perché l’amore è anche l’idioma saggio di bambini confusi e sorpresi che fanno insieme lo stesso gioco. E Moretti si ritaglia il piccolo ruolo del padre di Greta.

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Louis Garrel, l’alter ego di Moretti che parla francese

C’è poi una piccola rivelazione che riguarda l’autoritratto.

Moretti ha confessato di essersi riconosciuto non nel padre, bensì in Matteo, il personaggio di Louis Garrel che attraversa il film dai diciannove anni di Oslo fino alla maturità: come se l’alter ego morettiano avesse cambiato volto e financo nazionalità.

Ed è quasi un sollievo che il regista non abbia dato retta a chi, in sala, lo esortava a interpretare lui stesso il padre di Matteo, ruolo affidato invece a un impeccabile Hippolyte Girardot, in perfetta sintonia con Garrel.

L’attore francese, dal canto suo, ha ripagato l’ammirazione con una manciata di aneddoti da cineteca: Moretti «papa del cinema»; la scena del basket nella quale il regista pretende un canestro e poi, con la crudeltà bonaria dell’allenatore, gli impone venticinque ciak; la cocente delusione del motorino giapponese al posto della Vespa sognata, negata con un secco «niente autocitazioni».

Ecco, in quel «niente autocitazioni» c’è tutta la disciplina di un cinema che continua a guardarsi allo specchio cercando però di non specchiarcisi troppo, che conosce perfettamente i propri tic e proprio per questo tenta di non trasformarli in maniera.

Springsteen, i Rolling Stones e il vermouth di Torino

Come sempre in Moretti, la musica non è tappezzeria ma motore del racconto, anzi carburante.

Stavolta convivono, in un ossimoro sonoro, il rigore operaio di Bruce Springsteen e la lascivia aristocratica dei Rolling Stones. Il Boss è un amore antico: Moretti lo vide allo Stadio Flaminio nel 1988 e l’universo springsteeniano entrò anche in Palombella rossa, dove I’m on Fire accompagnava già i suoi pallanuotisti.

Qui Springsteen viene addirittura ripreso dal vivo a San Sebastián, dove Matteo accompagna l’anziano e gaudente padre a immergersi nella folla del concerto.

Le Loro Sataniche Maestà, invece, prestano al film una She’s a Rainbow la cui licenza, ha raccontato il produttore Domenico Procacci, ha polverizzato il suo precedente primato personale di spesa musicale, quello del Keith Jarrett di Caro diario.

A cucire il tutto ci sono le musiche di Alberto Iglesias, compositore-feticcio di Pedro Almodóvar.

E se il film transita per Torino, tornano inevitabilmente alla mente le sue radici liquide: la città sabauda è patria del vermouth, quel vino fortificato e aromatizzato che sa di erbe e malinconia crepuscolare, proprio come questa storia.

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Le lettere d’amore, da Virginia Woolf ad Albert Camus

Senza raccontare troppo del punto d’arrivo, c’è infine un momento che diventa il cuore segreto del film: una performance nella quale alcuni attori prestano corpo e voce a Cesare Pavese, Italo Calvino, Virginia Woolf, Vita Sackville-West, Vladimir Majakovskij e Albert Camus, leggendo brani delle loro lettere d’amore.

Non è un capriccio erudito, bensì una chiave di volta. Ognuna di quelle corrispondenze racconta infatti il bisogno di nominare l’amore.

C’è Woolf che scrive a Vita, c’è l’incendiario Majakovskij che si consuma per Lilja Brik, c’è la relazione epistolare fra Camus e l’attrice Maria Casarès. Parole affidate alla carta perché la vita, da sola, non sempre riesce a dire ciò che prova.

Ed è qui che il film trova forse il proprio gesto più semplice e più radicale: pronunciare i sentimenti prima che sia troppo tardi. Affidare alle parole quello che il tempo continua a rimandare.

Perché in Moretti i momenti clou non sono soltanto quelli sul palco di un concerto o in una grande dichiarazione, ma quelli minuscoli e decisivi nei quali qualcuno trova finalmente il coraggio di dire ciò che sente.

Succederà questa notte non è dunque un film sull’amore come certezza.

È un film sull’amore come possibilità.

E, soprattutto, sull’ostinazione di aspettarla.

Se fosse un cocktail

Succederà questa notte sarebbe un Prima o Poi, servito rigorosamente a notte fonda.

Nel mixing glass si versa del vermouth di Torino, che il film, transitando per la città della Mole, quasi pretende, a scaldare l’attesa; un cucchiaino di maraschino, per la dolcezza che arriva sempre un attimo tardi; qualche goccia di bitter all’arancia, come i rimpianti che sedimentano sul fondo; e un velo di soda, a ricordare che qualcosa, prima o poi, si muove.

Si mescola con lentezza monastica, senza mai agitare — l’amore non ama gli scossoni —, si cola in un tumbler basso e si guarnisce con una scorza d’arancia che, spremuta contro la luce, disegna un piccolo arcobaleno: she’s a rainbow.

Lo si sorseggia aspettando l’ora giusta, che è sempre quella dopo.

E, per una volta, il Kairòs si lascia afferrare per il ciuffo.

Perché le occasioni, come le orecchie, viaggiano in coppia.

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Scheda del film in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia

Succederà questa notte — Regia: Nanni Moretti. Soggetto e sceneggiatura: Nanni Moretti, Federica Pontremoli, Valia Santella, dal libro Legami di Eshkol Nevo. Con: Louis Garrel, Jasmine Trinca, Hippolyte Girardot, Angela Finocchiaro, Elena Lietti, Melina Åkerman, Andrea Lattanzi, Antonio De Matteo, Paolo Sassanelli, Stefano Abbati, Nanni Moretti. Fotografia: Francesco Di Giacomo. Montaggio: Clelio Benevento. Musiche: Alberto Iglesias. Produzione: Fandango, Sacher Film con Rai Cinema; coproduzioni internazionali BTeam Prods, Irusoin, IWHT Film, Pan Cinema. Italia/Francia/Spagna, 2026, 103’. In Concorso alla 83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Distribuzione italiana: 01 Distribution. Al cinema dal 3 dicembre 2026

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