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Serpenti, recensione del film: una black comedy kafkiana alla Mostra del Cinema di Venezia

Cinema
Paolo Nizza

Paolo Nizza

Introduzione

Alla 83ª Mostra del Cinema di Venezia, nella sezione Venezia Spotlight, Roberto De Paolis Maino presenta Serpenti, black comedy dell’assurdo scritta con Damiano e Fabio D’Innocenzo. Leonardo Lidi è Paolo Marra, un uomo che ha ucciso la moglie e vuole costituirsi, ma si scontra con una questura incapace persino di prenderlo sul serio. Tra Kafka, Bulgakov e il teatro dell’assurdo, Alessandro Borghi, Pietro Castellitto e Valeria Golino popolano un viaggio grottesco dentro la colpa, la burocrazia e l’indifferenza. La recensione dalla Mostra del Cinema di Venezia. Nelle sale dal 10 settembre

Quello che devi sapere

Mostra del cinema di Venezia: Serpenti, la recensione del film

Prima il serpente. Naturalmente.

Serpenti comincia con una grafica che richiama Snake, l’elementare e ipnotico videogioco del serpente che mangia, cresce e finisce per trasformare il proprio corpo in un ostacolo. La creatura digitale avanza sullo schermo, divora ciò che incontra e lascia emergere i titoli di testa, accompagnata da un soundtrack minimale e ossessivo.

Il serpente si mangia lo spazio. Come la colpa.

Subito dopo compare, in elegante carattere, il noto aforisma attribuito a Ennio Flaiano sulla situazione politica italiana, grave ma non seria. Una frase consumata dall’uso che qui, improvvisamente, riacquista tutta la propria ferocia. Perché in Serpenti la situazione è gravissima — un uomo ha ucciso sua moglie — e il mondo che dovrebbe occuparsene continua ostinatamente a comportarsi come se non lo fosse.

La macchina da presa attraversa quindi un corridoio ad arco. Compare un gatto. Poi un uomo intento a pulire con minuzia il pavimento. L’inquadratura è costruita secondo un’elegante prospettiva centrale, quasi una geometria della colpa; solo che l’uomo al centro di quel quadro è in calzoncini, maglietta e pantofole.

Ed è lui a pronunciare la prima vera frase del film: ha ucciso sua moglie.

La confessione è lunga, esitante, dolorosa. Non sa come sia successo, non sa perché lo abbia fatto. Racconta che lei era gentile, attenta, che cercava di non farlo sentire piccolo, che perfino litigare con lei era difficile. Mentre parla, la macchina da presa gli si avvicina lentamente con una carrellata centrale fino a consegnarlo a un primo piano.

A quel punto Serpenti ha già dichiarato quasi tutto: il delitto, il colpevole, il tono e persino la propria idea di cinema.

Non c’è un assassino da scoprire.

C’è un assassino che dovrà convincere gli altri di esserlo.

Serpenti: Kafka al contrario, con qualcosa di Bulgakov

Presentato nella sezione Venezia Spotlight alla 83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, Serpenti è diretto da Roberto De Paolis Maino, già autore di Cuori puri e Princess, e nasce da un soggetto di Damiano e Fabio D’Innocenzo, che firmano la sceneggiatura insieme al regista. Leonardo Lidi è affiancato da Alessandro Borghi, Pietro Castellitto e Valeria Golino. Il film dura 93 minuti e arriva nelle sale il 10 settembre.

Se ne potrebbe dare una definizione fulminea: Kafka al contrario.

Josef K. ne Il processo viene arrestato senza sapere quale sia la propria colpa. Paolo Marra conosce perfettamente la sua e non riesce a farsi arrestare.

Ma c’è anche qualcosa del grottesco di Bulgakov, quella capacità di lasciare il mondo perfettamente riconoscibile proprio mentre la realtà comincia a comportarsi secondo regole insensate. Ed è uno dei meriti maggiori del film: ignorare molte delle scorciatoie della commedia italiana contemporanea.

Niente sottolineature che avvisano lo spettatore che è arrivato il momento di ridere, nessuna strizzata d’occhio preventiva. De Paolis costruisce situazioni che, raccontate sulla carta, non avrebbero quasi nulla di comico e riesce invece a renderle esilaranti attraverso la durata, i silenzi, i corpi, gli sguardi, gli scarti di tono.

Il risultato è una black comedy dal respiro sorprendentemente europeo, c

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Leonardo Lidi: il femminicida che implora una condanna

Paolo Marra ha ucciso sua moglie tre giorni prima. Il sollievo che forse immaginava di trovare non è arrivato. Al suo posto, un senso di colpa devastante. Decide allora di costituirsi, convinto che la pena possa almeno restituire una dignità alla donna che ha assassinato e, forse, anche alla propria esistenza.

A incarnarlo è uno straordinario Leonardo Lidi, uomo di teatro prima ancora che attore cinematografico, presente alla Mostra del Cinema di Venezia 2026 anche in Scherzetto di Mario Martone. Il suo percorso passa da Ibsen a Čechov, da Lorca a Shakespeare e Tennessee Williams: un apprendistato ideale per un film nel quale il corpo e l’attesa contano almeno quanto le battute.

De Paolis Maino e Lidi rifiutano soprattutto il rifugio del mostro. Paolo resta un essere umano, ed è proprio questo a renderlo più disturbante. Comprenderne la complessità non significa assolverlo, e il film non lo fa mai.

È carnefice, senza attenuanti. Ma è anche un uomo che cerca disperatamente una punizione che nessuno sembra disposto a concedergli.

Nell’intervista rilasciata a Venezia, Lidi racconta una preparazione drastica: per restituire sinceramente la condizione di un uomo rimasto per giorni in casa con il cadavere della moglie, non ha dormito per 48 ore, cercando quella stanchezza capace di sottrarre al volto il controllo dell’attore.

Si vede. Paolo sembra consumato prima ancora che inizi il suo calvario burocratico.

Alessandro Borghi e una potentissima vis comica

Perché appena entra in questura comincia davvero il viaggio.

E qui Serpenti diventa uno scrigno di piccoli gioielli di black comedy.

Il colloquio tra Paolo e il poliziotto interpretato da Alessandro Borghi è uno dei migliori. Borghi possiede una contagiosa e potentissima vis comica, forse ancora meno sfruttata di quanto meriterebbe, e qui lavora soprattutto sulla sottrazione.

Davanti ha un uomo che gli sta comunicando di avere ucciso la moglie. Lui reagisce con quella miscela di stanchezza, incredulità e automatismo professionale che rende la scena sempre più assurda.

Il paradosso cresce perché Paolo vorrebbe una sola cosa: essere preso sul serio.

Ma la confessione di un femminicidio sembra incapace di competere con emicranie, procedure, orari, moduli e incombenze quotidiane. Il regista definisce non a caso il commissariato «una specie di modellino in plastica della società».

Ed è esattamente così.

Un’Italia in miniatura dove persino l’orrore deve mettersi in fila.

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Pietro Castellitto, un Lucignolo in abito gessato

Ancora più surreale è l’incontro con l’avvocato interpretato da Pietro Castellitto.

Il legale arriva in elegante abito gessato e già il contrasto con il cliente disfatto produce una gag silenziosa. Ma c’è di meglio: siccome il colloquio non può svolgersi in commissariato, i due finiscono nella saletta di un bar lì accanto.

Un uomo vuole confessare l’omicidio della moglie. Il suo avvocato deve discutere la strategia difensiva.

Prenotiamo un tavolino.

Benvenuti in Serpenti.

Castellitto possiede qualcosa di un Lucignolo forense, una guida verso il Paese dei Balocchi della deresponsabilizzazione, dove la colpa può essere alleggerita, riformulata, magari resa tecnicamente meno ingombrante.

E la scena funziona proprio perché nessuno sembra consapevole di essere dentro una commedia.

Più il film mantiene la faccia seria, più fa ridere.

È il principio stesso del grottesco.

Valeria Golino, i Tarocchi e ciò che la burocrazia non sa nominare

Poi arriva Valeria Golino.

Quando la razionalità dello Stato ha fallito, entrano in campo i Tarocchi: non tanto come oracolo, quanto come altro linguaggio possibile per interrogare ciò che la burocrazia non riesce nemmeno a nominare.

La sua Stella Mauro legge le carte a Paolo e il passaggio dal codice penale ai simboli avviene con una naturalezza quasi commovente. Per la stesa utilizzata nel film sono state coinvolte come consulenti Lea e Vera Borniotto, registe gemelle da anni impegnate nella ricerca e nella rilettura degli strumenti simbolici del passato.

Ed è un dettaglio tutt’altro che decorativo.

Perché in Serpenti la burocrazia e i Tarocchi finiscono quasi per specchiarsi: entrambe cercano di attribuire un ordine a qualcosa che continua a sfuggire. Una interroga i documenti, gli altri le figure.

Paolo, nel frattempo, vorrebbe semplicemente finire in galera.

La sua personale odissea procede per stazioni: poliziotti, avvocati, cartomanti, controllori, baristi. Il pressbook parla di una costruzione volutamente «anti-lineare e anti-strutturale», nella quale i personaggi secondari diventano proiezioni dell’anima del protagonista.

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I fratelli D’Innocenzo: ridere dove non si dovrebbe

Qui si sente distintamente la mano di Damiano e Fabio D’Innocenzo.

Da La terra dell’abbastanza a Favolacce, da America Latina a Dostoevskij, i fratelli hanno costruito un universo nel quale il male raramente irrompe dall’esterno.

È già in casa.

Siede sul divano.

Apre il frigorifero.

Il male non entra dalla finestra: possiede già le chiavi.

Il loro percorso comprende anche la collaborazione alla sceneggiatura di Dogman, l’Orso d’Argento per la sceneggiatura di Favolacce; e Dostoevskij, la serie nella quale aveva già recitato Lidi.

In Serpenti questa sensibilità incontra il cinema di De Paolis e produce qualcosa di diverso.

Il tema è drammatico, ma le situazioni possono essere genuinamente esilaranti.

Ed è proprio qui che il film rischia di più.

Si può ridere dentro una storia che nasce da un femminicidio?

Sì, se l’oggetto del riso non è mai la donna assassinata.

Serpenti non ride della vittima. Ride dell’inadeguatezza degli altri, della nostra capacità di trasformare persino l’orrore in routine, del linguaggio amministrativo che anestetizza ciò che tocca, della società che trova sempre una formula per evitare di guardare frontalmente la violenza.

De Paolis spiega nelle note di regia di aver cercato deliberatamente una strada pungente e originale, lontana dall’approccio facile e retorico, per affrontare la violenza contro le donne. E osserva come, nella tradizione culturale del nostro «vecchio mondo», molti uomini siano stati trattati dopo avere maltrattato o ucciso le donne quasi come se nulla fosse realmente accaduto.

Ecco il vero bersaglio.

Non soltanto Paolo.

Noi.

Serpenti: il grottesco contro la banalità

La qualità più sorprendente di Serpenti è dunque la sua capacità di rifuggire la banalità.

Il cinema italiano, quando affronta un tema socialmente delicato, corre spesso il rischio di diventare virtuoso prima ancora che cinematografico: buona intenzione, bravi interpreti, messaggio consegnato, tutti a casa.

De Paolis sceglie una strada infinitamente più pericolosa.

Fa ridere. Sposta il film verso l’assurdo. Costruisce prospettive centrali, tempi morti, corridoi, salette di bar, piccoli rituali, dialoghi che sembrano precipitati da un racconto dell’Europa orientale. Lascia che il tono oscilli continuamente tra tragedia e commedia senza distribuire allo spettatore un libretto d’istruzioni.

Qualche personaggio secondario, è vero, rischia talvolta di diventare troppo chiaramente una funzione della tesi. È il pericolo congenito dell’apologo: quando la metafora viene illuminata troppo bene, si finisce per vedere il meccanismo che la muove.

Ma a salvare Serpenti dalla dimostrazione sono proprio la messa in scena, le geometrie centrali, i silenzi, i tempi morti, i corpi lasciati dentro l’inquadratura più del necessario.

De Paolis non si limita a illustrare il paradosso.

Gli costruisce intorno uno spazio.

E Lidi rimane sempre lì, al centro.

Piccolo dentro inquadrature ordinate.

Minuscolo davanti allo Stato.

Gigantesco davanti alla propria colpa.

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Da Snake alla colpa che continua a crescere

E allora vale la pena tornare all’inizio.

A quel serpente digitale.

Nel gioco, il serpente deve continuare a mangiare. Più divora, più il suo corpo si allunga; più si allunga, più diventa difficile non andare a sbattere contro sé stesso.

Forse non esiste metafora migliore per Paolo Marra.

Ha compiuto un gesto da cui non può uscire. Si muove dentro un perimetro sempre più stretto, insegue una soluzione che continua a spostarsi e finisce continuamente davanti al proprio corpo, alla propria colpa, alla propria coda.

Game over?

Nemmeno quello gli viene concesso facilmente.

Perché Serpenti, alla Mostra del Cinema di Venezia, è una commedia nera costruita intorno a un paradosso morale terribile: un uomo ha finalmente compreso la gravità di ciò che ha fatto e scopre un mondo che sembra avere perduto la capacità di essere serio.

Flaiano aveva avvertito tutti.

Noi, evidentemente, eravamo in pausa caffè.

Se fosse un cocktail

Serpenti sarebbe un Black Manhattan.

Rye whiskey, Averna, Angostura e orange bitters. Scuro, severo, apparentemente composto. Il vermouth, stavolta, resta fuori dal bicchiere: al suo posto c’è l’amaro, e difficilmente potrebbe esserci ingrediente più adatto.

Si mescola lentamente nel mixing glass, con la stessa pazienza di quella carrellata iniziale che avanza verso il volto di Paolo. Niente shakerate spettacolari: il film non ha bisogno di fare rumore per mordere.

L’amaro non arriva alla fine.

Era già lì dal primo sorso.

E magari, per una volta, niente ciliegina.

La situazione è già abbastanza grave.

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