Primetime alla Mostra del cinema di Venezia, Pattinson e la gogna TV di Chris Hansen
CinemaIntroduzione
Nel 2006, alla vigilia dell’iPhone e del tramonto della «televisione d’appuntamento», Chris Hansen trasforma la caccia ai predatori sessuali in un fenomeno d’ascolti: To Catch a Predator diventa gogna in prima serata e il confine tra cronaca, giustizia e spettacolo evapora. Lance Oppenheim, documentarista al suo esordio nella finzione, ne ricava un febbrile collage mediale sul potere della tv e sulla spettacolarizzazione del male. Robert Pattinson, camaleontico e anche produttore del film, cuce insieme le diverse incarnazioni dell’icona NBC in un ritratto da eroe tragico. La recensione di Primetime, in Concorso a Venezia 83 e dal 15 ottobre al cinema con I Wonder Pictures
Quello che devi sapere
Primetime, recensione: la gogna TV dPattinson alla Mostra di Venezia
«Io ti spoglierò, tu mi spoglierai».
Un film che si apre con una dichiarazione d’intenti tanto frontale non chiede il permesso di entrare: sfonda la porta, si accomoda in salotto e accende il televisore.
Sicché Primetime, folgorante esordio nella finzione di Lance Oppenheim, in Concorso alla 83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, ci intima di fare esattamente ciò che il suo protagonista sussurrava ai predatori colti nella trappola televisiva: «Why don’t you have a seat right over there?».
Perché non ti siedi proprio lì?
Accomodati, spettatore.
La gogna sta per cominciare.
Ed è in prima serata.
Robert Pattinson, reduce dai panni di Antinoo ne L’Odissea di Christopher Nolan e qui anche produttore del film, si cala in una metamorfosi da equilibrista: quella di Chris Hansen, il giornalista che nell’America di metà anni Duemila trasformò la caccia ai predatori sessuali in un fenomeno televisivo.
Primetime è stato girato prima del kolossal di Nolan e in piena neopaternità. Al Lido Pattinson ha raccontato che il fatto di essere appena diventato padre, togliendogli praticamente ogni desiderio di uscire la sera, gli aveva regalato, per così dire, il doppio del tempo. Tanto da scoprire, riguardando L’Odissea, tracce del suo Chris Hansen persino nell’Antinoo omerico: quasi fosse lo stesso uomo qualche ora più tardi.
D’altronde la posta è alta.
Perché Primetime non racconta soltanto Hansen.
Racconta noi che lo guardiamo.
Chris Hansen, il predicatore della prima serata
Facciamo un salto all’indietro.
2006.
Siamo alla vigilia dell’iPhone, nel crepuscolo di quella «televisione d’appuntamento» in cui milioni di spettatori vedevano ancora la stessa cosa nello stesso momento.
Su Dateline NBC impazza To Catch a Predator. Alcune «esche» adulte entrano in chat fingendosi minorenni e interagiscono con uomini intenzionati a incontrarli; quando questi arrivano nella casa preparata per l’operazione, trovano telecamere nascoste e, soprattutto, il sorriso affabile e metodico di Hansen.
Il rito è sempre identico.
Ripetibile.
Quasi liturgico.
L’uomo entra nella casa-trappola e il conduttore materializza la frase destinata a diventare meme:
«Why don’t you have a seat right over there?».
Perché non ti siedi proprio lì?
E ciò che nasce come giornalismo d’inchiesta diventa poco alla volta patibolo catodico.
Una piazza del paese traslocata nel salotto di casa.
Solo che al posto della forca c’è l’Auditel.
Il pubblico assiste all’esecuzione senza sporcarsi le mani e, soprattutto, senza cambiare canale.
Perché persino quando l’argomento è uno dei più seri e terribili immaginabili, la televisione resta sottoposta alla propria legge più antica: qualcuno deve guardarla.
Nel film aleggia persino il sogno di diventare più grandi di Lost.
Il male, insomma, deve fare share.
Non a caso Oppenheim ha raccontato a Venezia di aver conosciuto inizialmente To Catch a Predator attraverso meme e parodie. E lo stesso Pattinson ha riflettuto su quanto le formule apparentemente innocue ripetute da Hansen siano finite per trasformarsi in tormentoni.
Forse il peccato originale della televisione è proprio questo.
Prima o poi tutto diventa format.
Anche l’orrore.
Da L’asso nella manica a Quinto potere: quando il male fa audience
Chi conosce Lance Oppenheim sa che il regista non ha alcuna intenzione di confezionare un santino.
E nemmeno un biopic con la cravatta ben stirata.
Primetime appartiene piuttosto alla gloriosa e inquietante genealogia dei film sul potere dei media.
C’è L’asso nella manica di Billy Wilder, dove un giornalista in disgrazia costruisce un circo mediatico intorno a un uomo sepolto vivo.
C’è Quinto potere di Sidney Lumet, con il suo profeta dell’etere Howard Beale.
C’è Da morire di Gus Van Sant, perché Nicole Kidman aveva già compreso che davanti a una telecamera l’ambizione può diventare una religione.
Al Lido Oppenheim e Pattinson hanno rivendicato senza troppi pudori anche l’amore per lo Scarface di Brian De Palma, per JFK e Assassini nati di Oliver Stone, per quel cinema americano esagerato, febbrile, barocco, capace di prendere la Storia e agitarla come uno shaker.
E in fondo Primetime fa esattamente questo.
Cronaca.
Intrattenimento.
Giustizia.
Voyeurismo.
Mescolare bene.
Aggiungere ghiaccio.
Servire in prima serata.
Ça va sans dire, quando il patibolo diventa palinsesto la domanda non è più soltanto «chi è il mostro?».
È:
«Quanti stanno guardando?»
Robert Pattinson, un camaleonte in cattedra
E veniamo a lui.
All’uomo che l’occhio della telecamera divora e contemporaneamente nutre.
Robert Pattinson ha studiato per mesi Chris Hansen: la voce, le pause, i manierismi da anchorman di un’altra epoca, quel modo quasi liturgico di occupare lo spazio.
Ma non costruisce un’imitazione.
Per fortuna.
Altrimenti sarebbe bastata una puntata di Tale e quale show.
Pattinson cuce insieme le differenti versioni dell’icona NBC sedimentate negli anni tra televisione, YouTube, meme, parodie e persino South Park.
Ne viene fuori una creatura che, almeno ai miei occhi, conserva qualcosa dell’algido Eric Packer di Cosmopolis e del mimetismo febbrile di Connie Nikas in Good Time.
Ancora una volta Pattinson utilizza il volto da divo per nascondersi.
O forse per mostrarsi meglio.
Al Lido ha spiegato che il lato perturbante di Chris nasce anche dalla sua convinzione di sapere perfettamente cosa sia il male. Una sicurezza granitica che finisce per diventare un’armatura.
Ecco allora Hansen trasformarsi quasi in eroe tragico che sogna di essere un supereroe.
Per non guardare in faccia le proprie insicurezze, si convince di combattere qualcosa di antico, assoluto, metafisico.
Il Male con la maiuscola.
Solo che, invece della spada, possiede un microfono.
E più Hansen recita la realtà per la telecamera, più resta prigioniero del personaggio che ha costruito.
Pattinson ha raccontato di aver guardato una quantità sterminata di materiale senza riuscire a comprendere fino in fondo che cosa rendesse il programma tanto ipnotico.
Ed è proprio quel mistero che Primetime tenta di imbottigliare.
Come un profumo.
O un veleno.
Lance Oppenheim e la «docu-fantasia»
Oppenheim arriva dal documentario.
Some Kind of Heaven, Spermworld, la serie HBO Ren Faire.
Ha lo sguardo dell’entomologo, ma qui cambia microscopio.
Lo stesso regista definisce Primetime una sorta di «docu-fantasia».
Con il fidato direttore della fotografia David Bolen recupera telecamere DV dell’epoca e videocamere spia, disseminandole sul set per moltiplicare i punti di vista e ricreare l’onnipresenza dello sguardo televisivo.
Poi il materiale viene travasato sulla pellicola 16 mm.
Digitale che diventa analogico.
Presente che finge di essere passato.
Realtà che imita la finzione che imitava la realtà.
A un certo punto viene il mal di testa.
Ed è un complimento.
Per le sequenze di mania che incorniciano il film, quando Hansen sembra quasi credersi padrone del fulmine, Oppenheim utilizza addirittura una vecchia telecamera a tubi Plumbicon, una macchina che invecchia, si consuma e può letteralmente bruciarsi.
Quasi un corpo.
Quasi un essere umano.
Il montaggio di Daniel Garber assembla il materiale come un collage febbrile, mentre le musiche di Ari Balouzian sembrano la colonna sonora di un telegiornale precipitato dentro un incubo noir.
E compare persino Jeff Zucker, ex presidente di NBC, nei panni di se stesso.
La stella polare, ha spiegato Oppenheim, era riuscire a creare qualcosa di ancora più strano della finzione.
Problema non da poco.
Perché To Catch a Predator lo era già.
Decoy Dan, Phoebe Bridgers e una famiglia posticcia
Se Hansen è il re, Primetime non è però soltanto il suo ritratto.
È pure una storia di gruppo.
Quasi una famiglia.
Solo molto meno rassicurante dei Bradford.
Al centro c’è il rapporto tra Hansen e Decoy Dan, interpretato da un ottimo Skyler Gisondo: trentenne dal volto ancora abbastanza fanciullesco da incarnare l’esca-attore che sogna l’interpretazione della vita.
Tra lui e Hansen si crea qualcosa che ricorda il rapporto tra il giornalista ambizioso e il ragazzo ingenuo de L’asso nella manica.
Oppure, spostandoci a Wall Street, il patto tra Gordon Gekko e Bud Fox.
Un maestro.
Un allievo.
E, come spesso capita al cinema, qualcuno prima o poi presenta il conto.
Intorno ruota la produttrice Andie, interpretata dalla vincitrice di tre Emmy Merritt Wever, donna che tenta di espellere l’umanità dal lavoro perché l’umanità, si sa, complica sempre tutto.
C’è il trasandato guru di Perverted Justice, interpretato da Matthew Maher, ossessionato dalla ricerca del predatore perfetto, «La balena».
E poi c’è Phoebe Bridgers.
La cantautrice debutta sul grande schermo nei panni di Del, un’altra esca, disillusa e ormai assai meno certa delle regole del gioco. Bridgers ha raccontato a Venezia di avere inizialmente risposto con un secco no alla proposta, prima di lasciarsi convincere.
Persino gli interpreti arrivati a riprese iniziate finiscono per percepirsi come una troupe-famiglia.
Una famiglia surrogata.
Ma si sa.
Le famiglie al cinema funzionano magnificamente finché qualcuno non apre l’armadio.
La gogna siamo noi
Poi qualcosa si rompe.
Un’operazione ad alto rischio precipita nella tragedia e l’armatura di Hansen comincia a incrinarsi.
La frontiera rassicurante tra mostri e innocenti, colpevoli e giudici, predatori e spettatori perde progressivamente nitidezza.
Ed è qui che Primetime diventa davvero interessante.
Perché Oppenheim non assolve.
Ma nemmeno distribuisce patenti di purezza.
Soprattutto non permette allo spettatore di godersi comodamente la propria superiorità morale.
Abbiamo guardato.
Abbiamo continuato a guardare.
Forse avremmo cambiato canale.
Forse no.
Il film ci lascia davanti a quello specchio nero che, qualche anno dopo, avremmo chiamato smartphone.
E allora il vero predatore potrebbe essere l’occhio.
Quello della telecamera.
Quello della televisione.
Il nostro.
L’occhio che tutto guarda e nulla perdona.
Se Primetime fosse un cocktail
Primetime sarebbe un Have a Seat.
Gin London Dry per raffreddare l’orgoglio.
Un cucchiaino di blue curaçao per la luce catodica che tinge d’azzurro i volti nei salotti.
Kina Lillet per l’amaro delle buone intenzioni.
Qualche goccia di bitter all’assenzio per quel senso di colpa che, maleducato, non vuole saperne di andare a casa.
Si shakera con la foga di un anchorman a caccia dello share.
Si serve in coppetta gelata sotto una lampada al neon.
E si guarnisce con una scorza d’arancia bruciata, perché profuma di tubo catodico e di vite andate in fumo davanti a milioni di spettatori.
Un sorso soltanto.
E scopri che ti sei già accomodato proprio lì.