Wild Horse Nine, la recensione: John Malkovich da Oscar alla Mostra di Venezia
CinemaIntroduzione
In concorso alla Mostra di Venezia 83, Wild Horse Nine è il nuovo film di Martin McDonagh, una commedia nera ambientata nel Cile del 1973, alla vigilia del golpe contro Salvador Allende. John Malkovich e Sam Rockwell sono Chris e Lee, due veterani della CIA spediti a Rapa Nui con troppi segreti, parecchi peccati e un'amicizia che resiste a tutto. Tra Moai, cavalli selvaggi, studentesse cilene, fantasmi della politica americana e dialoghi che sembrano usciti da Beckett, McDonagh trasforma l'Isola di Pasqua in un western dell'anima. E Malkovich, repellente, buffo, letale e struggente, regala una prova da Oscar
Quello che devi sapere
Wild Horse Nine, la recensione del film
In Paradiso ci andranno anche i dinosauri? In fondo alcuni erano vegetariani.
Chris, agente della CIA prossimo al capolinea interpretato da John Malkovich, vorrebbe cominciare così le proprie memorie. Non con il Guatemala, la Baia dei Porci, il Congo o con la schidionata di nefandezze accumulate durante una vita trascorsa a trafficare negli scantinati della Storia. No. Con i dinosauri.
D'altronde bisogna pur distinguersi, persino quando si possiede una coscienza ridotta a un campo minato.
E mentre ragiona su chi possa meritarsi un posto in Paradiso — persino un nazista, qualora sacrificasse la propria vita per salvare quella di qualcun altro — capisci subito dove ti ha portato Martin McDonagh: in quella zona franca della morale dove una battuta può essere esilarante, orribile e profondamente umana nello spazio di trenta secondi.
L'autore di In Bruges - La coscienza dell'assassino, 7 psicopatici, Tre manifesti a Ebbing, Missouri e Gli spiriti dell'isola torna in concorso alla Mostra di Venezia con il suo quinto lungometraggio e sceglie ancora una volta di passeggiare allegramente sull'orlo dell'abisso.
Siamo nel Cile del 1973, nei mesi che precedono il golpe militare che rovescerà Salvador Allende. Chris e Lee (Sam Rockwell), veterani della CIA e amici da una vita, partono da Santiago alla volta dell'Isola di Pasqua, dove si trova anche il loro superiore MJ (Steve Buscemi). A Rapa Nui incontreranno due studentesse cilene, Monica (Mariana Di Girolamo) e Alicia (Ailín Salas). Ma soprattutto incontreranno ciò da cui nessun servizio segreto è mai riuscito a proteggere i propri uomini: il passato.
Due idioti bianchi alla fine del mondo
Sam Rockwell ha fornito una sinossi pressoché perfetta: un film su «due idioti bianchi over 50» che vanno all'Isola di Pasqua per un'ultima avventura e finiscono per combinare parecchi guai.
Tutto vero. E tutto falso.
Perché Wild Horse Nine è una commedia, uno spy movie, un western crepuscolare, una riflessione sul senso di colpa e sulle ombre della politica estera americana. Ma è soprattutto una storia d'amore senza sesso tra due uomini che non saprebbero vivere l'uno senza l'altro.
Chris e Lee litigano, si insultano, si esasperano. Malkovich ricorda che i due si irritano profondamente e discutono quasi ogni giorno, eppure sono uniti da una fiducia che riguarda letteralmente questioni di vita o di morte.
Nei momenti migliori paiono evasi da una pièce di Samuel Beckett. Un Aspettando Godot ambientato a Rapa Nui, con il piccolo dettaglio che Vladimir ed Estragon stavolta hanno lavorato per la CIA e probabilmente conoscono l'ubicazione di parecchi cadaveri.
McDonagh conosce il suono delle parole. Sa che una battuta può essere un coltello e, un secondo più tardi, un cerotto. Sicché ridi a crepapelle mentre Chris disserta sulle misteriose connessioni tra democrazia, omosessualità e buoni formaggi, o guarda con sospetto quelle sottilette industriali che sembrano rappresentare uno dei crimini americani meno sanguinosi, ma certo non il meno imperdonabile.
Poi McDonagh ti toglie la sedia proprio mentre stai ancora ridendo.
È il suo gioco migliore.
Malkovich definisce il film «molto divertente – in modo insolitamente cupo». E aggiunge: «Mi ricorda la vita».
Difficile trovare una recensione più breve.
John Malkovich, uno svalvolato impossibile da non amare
Però Wild Horse Nine appartiene soprattutto a John Malkovich.
Quegli occhi capaci di diventare raggelanti o sensualissimi nel giro di un'inquadratura. Il cappello pork pie, le camicie sgargianti, le bretelle, i calzini colorati, le cravatte fantasia. Un vecchio agente segreto che pare uscito da un mercatino vintage frequentato contemporaneamente da William Burroughs, Gene Hackman e la morte.
E Hackman non arriva qui per caso: la costumista Eimer Ní Mhaoldomhnaigh ha spiegato di avere pensato proprio a Il braccio violento della legge per i cappelli marrone scuro di Chris. Lee, invece, porta con sé il Sud-Ovest americano: argento, turchesi Navajo e uno Stetson che profuma di Steve McQueen.
Ma il costume sarebbe soltanto una maschera senza il lavoro prodigioso di Malkovich.
Chris ha attraversato alcuni dei luoghi più oscuri della politica americana del secondo Novecento. Guatemala, Baia dei Porci, Congo. Ha eseguito ordini, manipolato destini, forse dimenticato più segreti di quanti noi riusciremo mai a conoscere. Eppure il suo ricordo di Patrice Lumumba riesce a diventare toccante.
La memoria traballa. Il corpo presenta il conto.
Non puoi che voler bene a questo svalvolato inamabile e smemorato.
Ed era precisamente la difficoltà del casting: trovare un attore capace di rendere Chris «assolutamente sgradevole, violento, crudele e distruttivo» e al tempo stesso conquistare lo spettatore, farlo ridere e infine spezzargli il cuore.
Missione compiuta.
Malkovich riesce nell'impresa più difficile: non chiede mai l'assoluzione per Chris. Lo lascia vivere dentro le proprie contraddizioni. Buffo e letale, infantile e spaventoso, carnefice e uomo.
Da Oscar?
Sì.
E non perché sul Lido il profumo delle statuette talvolta arriva prima di quello della laguna. Ma perché è una di quelle interpretazioni in cui l'attore sembra non fare niente mentre sta facendo tutto.
Sam Rockwell, il partner di tennis perfetto
Naturalmente un Malkovich così ha bisogno di qualcuno che gli rimandi indietro la palla.
Ed ecco Sam Rockwell.
McDonagh lo definisce «il partner di tennis perfetto per John». Il paragone funziona perché Wild Horse Nine vive proprio di scambi, controtempi, servizi imprendibili e palle lasciate cadere apposta.
Lee è più giovane, più pragmatico, apparentemente più integrato nel sistema. Ma anche lui porta addosso i danni collaterali di una vita trascorsa nei servizi segreti. Dietro l'ironia si intravede quella malinconia che Rockwell sa indossare come pochi.
A distanza c'è pure Marge, sua moglie, interpretata da Parker Posey, presenza quasi telefonica ma tutt'altro che marginale. Rockwell paragona la loro relazione a quella di George e Martha in Chi ha paura di Virginia Woolf?: matrimonio, alcol, sospetti e affetto usati come armi improprie.
Steve Buscemi, nei panni di MJ, è invece il volto burocratico del potere. Quello capace di sorridere mentre ricorda ai suoi uomini chi comanda.
E poi c'è Mariana Di Girolamo. La sua Monica offre a Chris qualcosa che probabilmente nessun manuale della CIA contemplava: la possibilità di essere guardato come un essere umano anziché come la somma dei propri peccati. Il personaggio è centrale nella trasformazione di Chris proprio per il calore e l'umanità che riesce a opporre alla sua corazza.
Da “Washington Bullets” alla CIA
Ma il giocattolo non deve ingannare.
Siamo alla vigilia dell'11 settembre 1973. Non quello delle Torri Gemelle: quello cileno, il giorno del golpe che porrà fine alla presidenza di Salvador Allende.
McDonagh non trasforma Wild Horse Nine in un pamphlet. Sarebbe troppo semplice e, soprattutto, meno interessante. Fa qualcosa di più insidioso: lascia che la politica avveleni lentamente le vite private.
E all'origine del film, curiosamente, c'è anche il punk.
McDonagh racconta di essere rimasto folgorato da ragazzino da “Washington Bullets”, brano dei Clash contenuto in Sandinista! e dedicato proprio agli interventi degli Stati Uniti in giro per il mondo, dalla Baia dei Porci all'America Latina. Quelle domande, spiega, gli sono rimaste dentro per decenni.
Joe Strummer, in fondo, può condurre a Rapa Nui.
Chris però non è semplicemente “la CIA”. È più interessante: è un uomo che ha lavorato dentro quell'apparato abbastanza a lungo da non riuscire più a stabilire dove finisca l'istituzione e cominci la propria responsabilità.
E siccome è cattolico, entrano in scena peccato, rimorso, confessione e possibilità di redenzione. McDonagh dice di essere stato attratto proprio dal senso di colpa di un uomo costretto finalmente a domandarsi cosa abbia fatto e quale sia stato il significato della propria vita.
Così la Storia con la maiuscola resta apparentemente sullo sfondo.
Ma non smette mai di mordere.
I Moai, i cavalli e gli ultimi pistoleri
E poi c'è Rapa Nui.
L'Isola di Pasqua non è una location. È un personaggio. Forse il più antico di tutti.
McDonagh e il direttore della fotografia Ben Davis contrappongono l'austerità di Santiago, percorsa dalla tensione politica, al verde quasi abbacinante dell'isola. Il regista voleva «verde, verde, verde» e soprattutto che i Moai pesassero nell'immagine quasi quanto gli esseri umani.
Funziona.
Le statue guardano.
I cavalli guardano.
L'Oceano guarda.
Gli esseri umani, nel frattempo, continuano a combinare disastri.
McDonagh scoprì i cavalli selvaggi durante il suo primo viaggio sull'isola e li mantenne in ogni versione della sceneggiatura. Gli apparivano spirituali e tristi: insieme ai Moai diventano osservatori innocenti delle nostre piccole tragedie.
Chris arriva a chiedersi se non avrebbe dovuto passare più tempo con loro. I cavalli sembrano placare persino la sua paura della morte.
Ed è allora che il titolo acquista un altro peso.
Wild Horse Nine è anche un western. Solo che la frontiera si è trasferita nel Pacifico e i pistoleri hanno lavorato per la CIA.
Lo stesso McDonagh paragona Chris e Lee a «due vecchi pistoleri alla fine dei loro giorni bui». E quando compare Tom Waits, nei panni del fratello di Chris da cui si era allontanato, il film raggiunge addirittura la Monument Valley.
Anche Carter Burwell segue questa pista. La sua colonna sonora nasce come l'elegia di un West che sta scomparendo, mescolando chitarra acustica, charango, ronroco e percussioni ispirate alle tradizioni del Pacifico.
Gli ultimi gunfighter.
Solo che stavolta il duello più difficile è contro se stessi.
Una commedia più nera della pece
Ecco perché Wild Horse Nine funziona così bene.
Perché non sceglie tra politica e intimità, risata e disperazione, western e spy movie, commedia ed elegia. Li fa convivere nello stesso paesaggio, come i Moai, i cavalli e quei due vecchi agenti della CIA.
McDonagh riesce ancora una volta a fare ciò che gli riesce meglio: farci ridere di cose di cui, a rigore, non si dovrebbe ridere.
E poi chiederci conto di quella risata.
Mariana Di Girolamo racconta di essersi sentita quasi in colpa mentre leggeva la sceneggiatura perché rideva davanti a situazioni terribili. Per lei il film parla di amicizia e redenzione, ma anche di compassione e memoria; soprattutto, non divide il mondo comodamente tra buoni e cattivi.
È esattamente lì che abita McDonagh.
Quando esci dalla sala ricordi i Moai, i cavalli, le camicie di Malkovich, le sottilette americane, i dinosauri forse ammessi in Paradiso.
Ma soprattutto ricordi due uomini.
Due amici.
Due idioti, se preferite.
Che hanno attraversato il Novecento sporcandosi le mani e arrivano alla fine del mondo per scoprire che la cosa più importante fatta nella vita forse non è stata custodire segreti, eseguire ordini o cambiare il corso della Storia.
È stata volersi bene.
E per una commedia più nera della pece è una conclusione sorprendentemente luminosa.
Se fosse un cocktail
Wild Horse Nine sarebbe un Last Gunslinger, servito in un tumbler basso mentre il sole tramonta sul Pacifico.
Pisco cileno per la terra di Allende e Rapa Nui, rye whiskey americano per i peccati della CIA, bitter aromatico per tutto ciò che Chris preferirebbe dimenticare, una punta di miele perché persino un assassino può conoscere la tenerezza e una scorza d'arancia bruciata per quel mondo che continua ostinatamente a prendere fuoco.
Niente dosi, come sempre.
Perché Chris e Lee sono come i due distillati del bicchiere: si irritano profondamente, ma separarli rovinerebbe il cocktail.