John Coltrane, 100 anni dalla nascita del santo del sax che trasformò il jazz in preghiera
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Introduzione
Il 23 settembre 1926 nasceva ad Hamlet, North Carolina, John Coltrane. Dalla raffineria di zucchero di Philadelphia al primo ingaggio in un cocktail lounge, dalle lenzuola di suono accanto a Miles Davis e Thelonious Monk alla vertigine armonica di Giant Steps, dalla preghiera laica di A Love Supreme fino al free jazz più cosmico e alla venerazione come santo in una chiesa di San Francisco: ritratto di un musicista che trasformò il sassofono in uno strumento mistico, capace di dialogare con il cinema, da Julie Andrews a Spike Lee. A cento anni dalla nascita, tra nastri ritrovati, concerti sinfonici e case museo in via di apertura al pubblico, il suo treno non ha ancora smesso di correre.
Quello che devi sapere
C’è del metodo in questa follia
«Anche se questa è follia, c’è del metodo». A sussurrarlo è Polonio, ciambellano pedante e ficcanaso, nel secondo atto di Amleto, mentre osserva il principe di Danimarca farneticare con un libro tra le mani. Chissà se William Shakespeare avrebbe mai immaginato che, più di tre secoli dopo, quella battuta sarebbe diventata l’epigrafe perfetta per un uomo nato in una cittadina che porta il nome della sua tragedia più celebre.
Sicché, il 23 settembre 1926, in un appartamento al numero 200 di Hamlet Avenue, a Hamlet, North Carolina, veniva al mondo John William Coltrane. Nomen omen, verrebbe da dire.
Cent’anni dopo, il sassofonista che in tanti hanno liquidato come un visionario fuori controllo resta la dimostrazione vivente (e suonante) che anche la follia più ardita, se studiata con disciplina monastica, possiede un rigore implacabile.
Gli amici lo chiamavano Trane. E il soprannome, per chi ha il vizio del cinema, evoca subito il treno dei fratelli Lumière che irrompe nella stazione di La Ciotat, spaventando (almeno secondo la leggenda) gli spettatori in sala. Parimenti, la musica di Coltrane è piombata addosso al pubblico del Novecento come una locomotiva lanciata a tutta velocità: c’è chi si è scansato, chi ha gridato allo scandalo, chi è salito a bordo senza più voler scendere. Non a caso uno dei suoi dischi più amati si intitola Blue Train.
Dalla raffineria di zucchero al cocktail lounge
L’infanzia di John è segnata dal sacro e dal lutto. Entrambi i nonni sono pastori della African Methodist Episcopal Zion Church e il ragazzino cresce tra inni e sermoni a High Point, dove suona il clarinetto e il corno contralto in una banda cittadina, prima di innamorarsi del sassofono, sedotto da Lester Young e Johnny Hodges.
Poi, a partire dal dicembre 1938, nel giro di pochi mesi muoiono il padre, una zia e i nonni. A crescerlo resteranno soprattutto la madre, la zia Bettie e la cugina Mary Lyerly.
Nel giugno 1943, appena diplomato, si trasferisce con la famiglia a Philadelphia e trova lavoro in una raffineria di zucchero. Pare l’incipit di un romanzo di formazione dickensiano. Ma per il diciassettesimo compleanno la madre gli regala il primo sax, un contralto. Tra il 1944 e il 1945 prende lezioni alla Ornstein School of Music e il suo primo ingaggio da professionista (ironia della sorte, per chi scrive di pellicole e distillati) è in un “cocktail lounge trio” con pianoforte e chitarra.
Il 5 giugno 1945 arriva l’epifania: ascolta dal vivo Charlie Parker. Anni dopo, sulle pagine di DownBeat, ricorderà che Bird lo aveva colpito dritto in mezzo agli occhi.
Il 6 agosto 1945, lo stesso giorno in cui la prima bomba atomica cade su Hiroshima, Coltrane si arruola in Marina per evitare la chiamata dell’Esercito. Spedito a Pearl Harbor, entra nei Melody Masters, la swing band della base, una formazione di soli bianchi: per non allarmare gli ufficiali viene considerato un semplice ospite. Quando non suona, lavora in cucina e monta la guardia.
Il 13 luglio 1946, alle Hawaii, incide le sue prime note, in una session informale con altri marinai. Insomma, la rivoluzione del jazz moderno comincia in divisa, tra una corvée e l’altra
Venticinque ore al giorno
Tornato a Philadelphia, grazie al G.I. Bill si iscrive alla Granoff School of Music, dove studia teoria con il chitarrista e compositore Dennis Sandole. Presto abbandona il contralto per il tenore, lo strumento che lo renderà immortale.
L’amico Jimmy Heath giurava che si esercitasse «venticinque ore al giorno» e raccontava di una notte in un hotel di San Francisco: arrivata la lamentela dei vicini, John si tolse il sax dalla bocca e continuò per un’ora intera a muovere soltanto le dita sui tasti, in un silenzio assoluto. Capitava pure che si addormentasse con lo strumento tra le labbra o che ripetesse una sola nota per ore.
Altro che Oblomov. Semmai viene in mente il giovane batterista ossessionato di Whiplash, con la differenza che a Coltrane non serviva nessun sergente di ferro modello Terence Fletcher a urlargli contro: il Fletcher ce l’aveva dentro.
Il sassofonista Odean Pope indicherà nel pianista e teorico Hasaan Ibn Ali una delle chiavi del suo pensiero melodico. Intanto Parker diventa un idolo con cui dividere, di tanto in tanto, il palco, e arrivano le collaborazioni con Dizzy Gillespie, Earl Bostic e Johnny Hodges.
Ma c’è anche il lato oscuro della luna: dalla fine degli anni Quaranta Coltrane combatte con l’eroina e con l’alcol, demoni che il jazz di quegli anni conosceva fin troppo bene.
Miles, Monk e il risveglio del 1957
Nel 1955 squilla il telefono. È Miles Davis, che sta mettendo in piedi un quintetto con Red Garland al pianoforte, Paul Chambers al contrabbasso e Philly Joe Jones alla batteria. Due sessioni fiume per la Prestige, nel 1956, partoriscono Cookin’, Relaxin’, Workin’ e Steamin’, titoli che paiono le voci di un ricettario d’avanguardia.
Tuttavia, nella primavera del 1957 quello che passerà alla storia come il “primo grande quintetto” si scioglie, anche a causa della dipendenza di Coltrane.
Lo stesso anno, John (sposato dal 1955 con Naima, cui dedicherà la ballad omonima, una delle sue composizioni più amate) vive la svolta. Nelle note di copertina di A Love Supreme scriverà di aver conosciuto nel 1957, per grazia di Dio, un risveglio spirituale che lo avrebbe condotto a una vita più ricca, piena e produttiva. Si libera dall’eroina e dall’alcol.
E accanto a Thelonious Monk, al Five Spot Café di New York, suona per tutta la seconda metà dell’anno. Per ragioni contrattuali, il quartetto del Five Spot riuscirà a entrare ufficialmente in studio una sola volta. Ma il nastro di un concerto alla Carnegie Hall del novembre 1957, registrato da Voice of America, riemergerà dagli archivi e verrà pubblicato nel 2005.
Nel frattempo, per la Blue Note, firma Blue Train, con Lee Morgan, Curtis Fuller e Paul Chambers: la title track, Moment’s Notice e Lazy Bird diventeranno standard.
Lenzuola di suono
Tornato alla corte di Davis, ormai allargata a sestetto con Cannonball Adderley, Coltrane partecipa a Milestones e a Kind of Blue. E nel 1958 il critico Ira Gitler conia l’espressione “sheets of sound”, lenzuola di suono, per descrivere quelle cascate di note che sembrano non finire mai.
Lui spiegherà che c’erano un certo numero di progressioni di accordi da suonare in un tempo dato e che le note non sempre tornavano in crome, semicrome o terzine: sicché doveva raggrupparle in insiemi irregolari, da cinque o da sette, per farcele stare tutte. Lenzuola, appunto, ma di quelle che non ti lasciano dormire.
Poi arriva l’Atlantic e con lei Giant Steps (1960), il suo primo album da leader per l’etichetta interamente composto da brani originali. La title track contiene una delle progressioni armoniche più impervie mai entrate nel repertorio, tanto da meritarsi un nome proprio: le “Coltrane changes”. Per generazioni di musicisti resterà una prova del fuoco, un rito di iniziazione.
Nel 1961, al Concertgebouw di Amsterdam, il disco vale a Trane l’Edison Award.
E qui il cinema entra dalla porta principale. Nell’ottobre 1960 Coltrane incide My Favorite Things, tratta dal musical di Rodgers e Hammerstein The Sound of Music, in scena a Broadway dall’anno precedente. Lo fa al sassofono soprano, strumento allora considerato quasi un reperto del jazz delle origini, con il suo nuovo quartetto: McCoy Tyner, Steve Davis ed Elvin Jones.
Cinque anni dopo Robert Wise porterà la storia della famiglia von Trapp sul grande schermo con Tutti insieme appassionatamente e Julie Andrews intonerà la stessa melodia per rassicurare i bambini spaventati dal temporale. Ma chi ha ascoltato la versione di Trane sa che quell’elenco di piccole gioie domestiche si è trasfigurato in un mantra ipnotico, una danza da derviscio lunga quasi quattordici minuti.
Le cose preferite di Coltrane non stavano in un pacchetto legato con lo spago. Erano l’infinito
Anti-jazz e altre eresie
Nel maggio 1961 il contratto passa all’Impulse! e Coltrane ritrova l’ingegnere del suono Rudy Van Gelder e il suo studio di Englewood Cliffs, nel New Jersey, dove inciderà gran parte dei suoi capolavori.
Con Eric Dolphy come seconda voce, il gruppo si installa al Village Vanguard e sperimenta senza rete: raga indiani, jazz modale, suggestioni free. Il blues Chasin’ the Trane dura quindici minuti. In alcune sere i contrabbassi diventano due, per evocare il tamburo ad acqua indiano, e una volta addirittura tre, quando Wilbur Ware sale sul palco: Coltrane e Dolphy, raccontò quest’ultimo, scesero ad ascoltare.
La critica si spacca. Il critico John Tynan, su DownBeat, bolla Coltrane e Dolphy come musicisti “anti-jazz”. In Francia, del resto, Coltrane era già stato accolto anche dai fischi durante l’ultima tournée europea con Miles Davis, nel 1960.
Lui però tira dritto, deciso a fare di ogni concerto l’espressione totale del proprio essere.
Nel 1962 Jimmy Garrison prende il posto di Reggie Workman e nasce il Classic Quartet, con Tyner, Garrison e Jones. In studio Trane sceglie anche una strada più misurata, tant’è che arrivano Ballads, l’incontro con Duke Ellington (e la sua In a Sentimental Mood) e il disco con il baritono Johnny Hartman, registrato il 7 marzo 1963.
Il giorno prima il quartetto aveva inciso una sessione il cui master sarebbe stato distrutto dalla Impulse! per liberare spazio in magazzino: una copia regalata da John alla moglie riemergerà nel 2018 come Both Directions at Once: The Lost Album. Coltrane amava avere, parole sue, un catalogo bilanciato.
Nel giugno 1964 il quartetto registra la musica per Le chat dans le sac di Gilles Groulx, gioiello della nouvelle vague del Québec, sessione pubblicata soltanto nel 2019 con il titolo Blue World.
Ma c’è pure la Storia, quella con la S maiuscola. Dopo l’attentato alla chiesa battista di Birmingham del 15 settembre 1963, in cui persero la vita quattro bambine afroamericane, Coltrane compone Alabama, un lamento il cui fraseggio è stato spesso accostato alla cadenza dell’elogio funebre pronunciato da Martin Luther King per le quattro vittime. Il jazz si fa elegia civile.
Un amore supremo
Il 9 dicembre 1964, negli studi di Van Gelder, il Classic Quartet incide A Love Supreme, suite in quattro movimenti (Acknowledgement, Resolution, Pursuance, Psalm) concepita nella casa di Dix Hills, a Long Island.
È un’ode alla fede, una dichiarazione d’amore a Dio.
Nel quarto movimento, Psalm, il sassofono “recita” una poesia scritta dallo stesso Coltrane e stampata nelle note di copertina: quasi una nota per ogni sillaba, con il fraseggio modellato sulle parole. Chi canta prega due volte, recita l’adagio attribuito a Sant’Agostino. Coltrane, che non cantava, pregava col tenore. E dava ragione a Walter Pater, secondo cui ogni arte aspira costantemente alla condizione della musica.
Sarà il disco più venduto del quartetto. Negli Stati Uniti verrà certificato disco d’oro e, nel novembre 2021, disco di platino, primo album jazz degli anni Sessanta a superare il milione di unità.
Eppure dal vivo la suite verrà eseguita integralmente soltanto pochissime volte: sono rimaste celebri le registrazioni di Antibes, nel luglio 1965, e di Seattle, nell’ottobre dello stesso anno, quest’ultima riemersa molti decenni dopo.
Il cinema non poteva restare indifferente. Spike Lee voleva intitolare Love Supreme il suo Mo’ Better Blues (1990), ma Alice Coltrane non concesse l’autorizzazione a utilizzare il titolo. Il regista inserì comunque la musica di Coltrane nel film, con Denzel Washington nei panni del trombettista Bleek Gilliam che impara, a caro prezzo, che la musica non basta a riempire una vita. O forse sì
Ascensione verso l’infinito
Da lì in poi i titoli diventano una litania: Ascension, Meditations, Om, Selflessness, Dear Lord.
Nel giugno 1965 Coltrane entra in studio con altri dieci musicisti, tra cui Archie Shepp, Pharoah Sanders, Freddie Hubbard, Marion Brown e John Tchicai, per incidere Ascension, trentotto minuti di improvvisazione collettiva che dividono il mondo del jazz come il Mar Rosso. A settembre Sanders entra stabilmente nella band.
Il critico Gary Giddins scriverà che chi aveva seguito Coltrane fino ai confini della galassia doveva ora vedersela con un musicista che pareva avere ben pochi contatti con la Terra.
Nella biblioteca di Trane convivono Il Vangelo di Ramakrishna, la Bhagavad Gita, l’Autobiografia di uno yogi di Paramahansa Yogananda, il Corano, la Bibbia, la Cabala, l’astrologia, Platone e Aristotele. Nelle note di Meditations dichiara di credere in tutte le religioni. E in Om, registrato nell’ottobre 1965, risuonano versi della Bhagavad Gita e del Libro tibetano dei morti.
Come nelle Corrispondenze di Baudelaire, profumi, colori e suoni si rispondono: la musica diventa una forma di conoscenza.
Non tutti lo seguono. Tyner lascia il gruppo lamentando di non riuscire più a sentirsi sopra due batterie, Jones se ne va all’inizio del 1966 sostenendo che quella musica la possono capire solo i poeti. Eppure proprio Elvin, anni dopo, troverà una delle definizioni più belle: certo che era musica lontanissima, c’era di mezzo una mente straordinaria, e non ti aspetteresti di vedere Einstein giocare con i sassolini.
Tyner lo ricorderà come uno scienziato in laboratorio, sempre alla ricerca di una direzione nuova.
Al pianoforte arriva la seconda moglie, Alice Coltrane; alla batteria Rashied Ali, con cui Trane inciderà in duo le vertiginose tracce di Interstellar Space.
Nel 1966, durante la tournée giapponese, suona un contralto prototipo regalatogli dalla Yamaha. E a un critico giapponese che, alla conferenza stampa di Tokyo del luglio 1966, gli chiede che cosa vorrebbe essere di lì a dieci anni, risponde ridendo: «Vorrei essere un santo».
Credeva, del resto, che certi suoni e certe scale potessero produrre emozioni precise. Sognava di trovare un metodo per cui, se avesse desiderato la pioggia, avrebbe cominciato subito a piovere; e se un amico si fosse ammalato, gli sarebbe bastato suonare una certa canzone per guarirlo.
Nietzsche aveva scritto che senza musica la vita sarebbe un errore. Coltrane voleva che la musica correggesse la vita.
Il santo con il sassofono
La vita, però, non si lascia correggere.
John Coltrane muore di cancro al fegato il 17 luglio 1967, all’Huntington Hospital di Long Island, a soli quarant’anni. Quasi nessuno sapeva della malattia e persino Miles Davis confesserà di essere rimasto sconvolto.
Al funerale, nella chiesa luterana di St. Peter a New York, il rito si apre con il quartetto di Albert Ayler e si chiude con quello di Ornette Coleman. Un requiem free per l’uomo che aveva spalancato le porte a entrambi.
Poi accade qualcosa che nemmeno la sceneggiatura più ardita avrebbe osato immaginare. A San Francisco una congregazione, lo Yardbird Temple (dal soprannome di Charlie Parker, equiparato a Giovanni Battista), comincia a venerarlo come Dio incarnato. Quando il gruppo aderisce alla African Orthodox Church, Coltrane viene riconosciuto come santo: nasce così la St. John Coltrane African Orthodox Church, dove le sue composizioni entrano nella liturgia.
La chiesa precisa di non adorare Coltrane, ma di onorarlo come santo e guida spirituale. Nella sua tradizione, Saint John Coltrane è considerato patrono degli artisti. La festa si celebra l’8 dicembre.
Lo si ritrova persino tra i novanta santi danzanti dell’icona che avvolge la rotonda della chiesa episcopale di St. Gregory of Nyssa.
Nel 2007 arriva anche un Pulitzer speciale alla memoria, per la sua magistrale capacità di improvvisazione, la suprema musicalità e il ruolo centrale e iconico nella storia del jazz.
Il cinema, dal canto suo, gli ha dedicato ritratti come The World According to John Coltrane (1990) e Chasing Trane (2016) di John Scheinfeld.
Cento candeline e un nastro ritrovato
Per il centenario la Coltrane Estate ha messo in moto COLTRANE 100, una celebrazione globale lunga un anno.
Il pezzo forte è la prima pubblicazione ufficiale dei leggendari Tiberi Tapes, registrazioni private realizzate dal musicista Frank Tiberi durante esibizioni di Coltrane nei club di New York e Philadelphia tra il 1961 e il 1965. Ad aprile un primo assaggio è arrivato per il Record Store Day, con un vinile in edizione limitata contenente due lunghe versioni di Giant Steps e Satellite; la pubblicazione più ampia del materiale da parte della Impulse! è prevista in questo settembre.
Nella serata del 23 settembre, ora di Los Angeles, l’Hollywood Bowl ospita Coltrane 100: Legacy, il grande concerto sinfonico dedicato al centenario. Il progetto aveva già debuttato il 28 febbraio a St. Louis con la St. Louis Symphony Orchestra diretta da Edwin Outwater, Joe Lovano al sax e nuovi arrangiamenti curati da Carlos Simon. A Los Angeles la solista è Lakecia Benjamin e a chiudere la serata arriva Wynton Marsalis.
Anche i luoghi della memoria tornano al centro della scena. Alla John & Alice Coltrane Home di Dix Hills, dove nacque A Love Supreme, il centenario accompagna il lungo percorso di restauro verso l’apertura al pubblico e consente per la prima volta l’accesso ad alcune aree della casa. A Philadelphia, intanto, il recupero della John Coltrane House procede insieme a Coltrane 100 Philly, una vasta costellazione di concerti, incontri, mostre e iniziative diffuse nella città che formò il giovane Trane.
E c’è pure il primo videoclip ufficiale per Acknowledgement, diretto da AG Rojas e girato in pellicola 16 mm, in bianco e nero, proprio nel leggendario Van Gelder Studio dove A Love Supreme venne inciso.
Anche in Italia il centenario risuona sul piccolo schermo. Mezzo, sul canale 49 di tivùsat, dedica a Coltrane una programmazione speciale con concerti e materiali d’archivio: il 23 settembre propone in prima visione Collier Plays Coltrane, Isaiah Collier & The Chosen Few, seguito da John Coltrane, Live in Comblain-la-Tour Jazz Festival. L’omaggio prosegue il 1° ottobre con altri tributi e concerti.
«Il resto è silenzio», sospira Amleto prima di morire, nell’ultimo atto della tragedia.
Ma per il ragazzo nato ad Hamlet, che ha passato la vita a cercare una nota capace di far piovere, il resto non è mai stato silenzio.
Il resto è musica.
E il suo treno, cent’anni dopo, continua a correre.
Se fosse un cocktail
Se John Coltrane fosse un cocktail si chiamerebbe Sheets of Sound.
Alla base un rye whiskey, omaggio alla Pennsylvania, patria storica di questo distillato, e alla Philadelphia che ha forgiato il giovane Trane. Poi uno sciroppo di zucchero demerara, in memoria della raffineria dove lavorava a diciassette anni. Qualche goccia di bitter al cardamomo, per evocare i raga indiani e la sacra sillaba Om. Un cucchiaino da bar di Chartreuse verde, il liquore distillato dai monaci certosini, perché ogni supremo amore ha bisogno del suo pizzico di misticismo.
Si mescola a lungo nel mixing glass, come un assolo che non vuole finire, e si serve in un tumbler basso su un unico grande cubo di ghiaccio, simile a quella sola nota che il giovane Coltrane ripeteva per ore. A guarnire, una scorza d’arancia.
E per chi volesse brindare come lui dal 1957 in poi, esiste anche una versione a gradazione zero, A Love Supreme: tè nero Assam freddo, sciroppo demerara, cardamomo e scorza d’arancia.
Perché talvolta l’ebbrezza più alta si raggiunge a occhi chiusi, ascoltando.