Locarno Film Festival 2026, Mutrion è l'unico corto italiano del concorso Pardi di domani

Cinema

Camilla Sernagiotto

Un particolare del poster del corto Mutrion

Introduzione

L’Italia avrà un solo rappresentante nella competizione internazionale dedicata ai cortometraggi della 79ª edizione del Locarno Film Festival, in programma dal 5 al 15 agosto 2026. A conquistare un posto nella sezione “Pardi di domani” è Mutrion, film diretto dal giovane regista veneziano Marco Cavazzin, scelto per prendere parte a uno dei concorsi più prestigiosi riservati alle opere brevi nel panorama cinematografico internazionale. La selezione assume un significato particolare non soltanto perché il cortometraggio è l’unico titolo italiano in gara nella sezione, ma anche perché porta all’attenzione del pubblico e della critica una storia profondamente radicata nella cultura e nelle tradizioni della Laguna Veneta.

 

La presenza di Mutrion al festival svizzero conferma la volontà della manifestazione di valorizzare nuovi autori e progetti capaci di esplorare temi identitari attraverso uno sguardo originale. Ambientato in una piccola comunità lagunare e costruito attorno a una leggenda popolare che diventa metafora di appartenenza e crescita, il cortometraggio affronta il tema del ritorno alle proprie origini intrecciando memoria, legami familiari e suggestioni legate al folklore locale. Per Marco Cavazzin, appena ventiseienne, la partecipazione al Locarno Film Festival rappresenta un'importante occasione di visibilità internazionale, inserendo il suo lavoro in un contesto che da sempre riserva grande attenzione al cinema d'autore emergente.

 

Scopriamo di seguito tutto quello che bisogna sapere del film Mutrion

Quello che devi sapere

Trama: ritorni, identità e superstizioni lagunari

Al centro del racconto del corto Mutrion si colloca una comunità isolata della laguna veneziana, dove si tramanda una credenza singolare e inquietante: il passaggio all’età adulta sarebbe segnato dalla perdita spontanea dell’unghia dell’alluce. In questo contesto prende forma la vicenda di Marco, soprannominato “Mutrion” durante l’infanzia, che a vent’anni ha lasciato l’isola interrompendo i legami con famiglia e amici.

Dopo quattro anni di assenza, il protagonista decide di fare ritorno nei luoghi d’origine, ritrovandosi a confrontarsi con un ambiente che appare al tempo stesso familiare e profondamente mutato. Il riavvicinamento alle persone del passato avviene con esitazione, mentre il confronto con ciò che aveva abbandonato riapre dinamiche sospese e tensioni latenti. Tra le presenze che riemergono, spicca quella di Maicol, amico d’infanzia rimasto sull’isola e oggi pescatore, figura energica e concreta che contrasta con il carattere introspettivo di Marco. È proprio attraverso questo incontro che il protagonista viene spinto a misurarsi con la propria storia e con le ombre che la accompagnano.

Cast e personaggi

In Mutrion il ruolo principale di Marco è affidato a Manfredi Marini, mentre Giulio Maroncelli interpreta Maicol, figura centrale nel percorso di confronto e rielaborazione del passato del protagonista.

 

Il film si concentra sul rapporto tra questi due personaggi, costruendo attorno alla loro opposizione caratteriale — da un lato l’indole riflessiva e distante di Marco, dall’altro la concretezza radicata di Maicol — l’asse emotivo della narrazione.

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Produzione

Mutrion nasce all’interno della produzione indipendente dello studio Etimo, realtà che ha sostenuto il progetto del regista veneziano Marco Cavazzin, ventiseienne al suo lavoro dietro la macchina da presa.

 

L’opera si inserisce nel percorso autoriale del giovane cineasta, che con questo cortometraggio approda a una vetrina internazionale di primo piano come quella di Locarno.

Aspetti tematici e registici

Nelle note di regia, Cavazzin descrive il film Mutrion come una riflessione sul ritorno nei luoghi dell’origine e sul complesso processo di riappropriazione di uno spazio che, con il tempo, diventa insieme noto e estraneo. L’ambientazione nelle isole della Laguna Veneta è funzionale a mettere in scena un universo in cui riti, racconti tramandati e superstizioni contribuiscono a definire l’identità collettiva.

In questo contesto si inserisce l’elemento simbolico della perdita dell’unghia dell’alluce, interpretato come segno distintivo di appartenenza alla comunità. Il dettaglio, volutamente spiazzante e dai tratti grotteschi, assume la funzione di dispositivo narrativo e metaforico, trasformandosi in una sorta di prova fisica di radicamento al territorio e al suo immaginario condiviso.

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