Dracula di Radu Jude: il vampiro tra IA, satira, capitalismo e caos. Recensione del film

Cinema
Paolo Nizza

Paolo Nizza

Introduzione

Con Dracula Radu Jude firma il suo film più anarchico, smisurato e provocatorio: un'odissea cinematografica di quasi tre ore che reinventa il mito del conte transilvano attraverso sketch, immagini generate dall’intelligenza artificiale, satira anticapitalista e citazioni che vanno da Marx a Umberto Eco, da Murnau a Ed Wood. Un regista in crisi dialoga con una fittizia IA — il dottor AI Judex 0.0 — per costruire il blockbuster perfetto su Dracula, dando vita a un collage caotico e deliberatamente volgare che è anche il più lucido ritratto del nostro tempo. Il film esce in Italia dal 7 maggio con Cat People ed EXA grazie a I Wonder.

Quello che devi sapere

Dracula di Radu Jude: il vampiro dell’IA succhia sangue al cinema

Dracula di Radu Jude non ha il castello, non ha il mantello, non ha Gary Oldman. Ha Marx, un dildo animato dall’IA e Vlad l’Impalatore che fa il CEO di una software house. Nient’altro gli assomiglia.

Quasi tre ore — 169 minuti per la precisione — di anarchia visiva, satira politica, volgarità programmatica e furia intellettuale confezionate in un collage che il regista rumeno ha costruito pezzo per pezzo come un moderno Frankenstein del cinema. Lo stesso narratore del film  lo ammette: avrebbe potuto chiamarlo proprio così, Frankenstein, perché è composto di tante parti. Frammenti di generi, epoche, registri e ossessioni che si fondono in qualcosa di inclassificabile e al tempo stesso perfettamente coerente con la poetica del cineasta di Bucarest.

Presentato in concorso al Festival di Locarno del 2025 — dove Jude è di casa da anni — e poi al Torino Film Festival, il film arriva infine nelle sale italiane dal 7 maggio con Cat People ed EXA grazie a I Wonder, e già questa traiettoria racconta qualcosa: Dracula è un'opera che ha bisogno di tempo per trovare il suo pubblico, come i migliori film di un autore che non ha mai cercato la via del consenso facile.  Per questo è importante, oltre che un piacere, andare a vederloe gustarlo in sala

Il dottor AI Judex 0.0 e la struttura a matrioska

Il punto di partenza è tanto semplice quanto geniale: un regista in crisi — interpretato da Adonis Tanţa, già mattatore in Kontinental '25 — riceve il compito di girare un film commerciale su Dracula. Incapace di trovare una forma narrativa soddisfacente, affida il lavoro a una fittizia intelligenza artificiale battezzata Dr. AI Judex 0.0, chiedendole di generare il più grande numero di storie e variazioni possibili sul mito del vampiro transilvano. L’IA obbedisce, e ciò che ne scaturisce è un’antologia di una quindicina di episodi che spaziano dal cabaret erotico alla fantascienza marxista, dall’adattamento del primo romanzo rumeno sui vampiri alla rivisitazione del Nosferatu di Murnau invasa da spam pubblicitari per l’ingrandimento del pene, fino a una fiaba popolare ispirata a Ion Creanƽagă in cui un dildo animato dall’IA fa il suo ingresso trionfale.

Tanţa appare tra un episodio e l’altro seduto in una cella monastica con il suo iPad, commentando, scusandosi per la lunghezza, avvertendo lo spettatore della volgarità imminente, prima di tuffarsi nell’ennesima digressione. È una struttura che ricorda certi romanzi del Settecento — il Tristram Shandy di Sterne, il Jacques il fatalista di Diderot — e insieme anticipa la navigazione compulsiva di internet, il passaggio da una scheda all’altra, l’algoritmo che ti porta dove meno te lo aspetti. Come dice Jude stesso in un’intervista: «Boris Groys ha scritto che il più grande romanzo di oggi potrebbe essere internet. E in fondo c’è del vero».

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L’intelligenza artificiale come arma e come specchio

Il coraggio di Jude è quello di abbracciare l’IA quando tutto il cinema d’autore la demonizza. Mentre Guillermo del Toro diventa virale per i suoi «F.... l’IA!», il regista rumeno la usa come strumento narrativo, come tema critico e come rivelatore culturale. Le sequenze generate dall’IA in Dracula sono intenzionalmente brutte: organi sessuali che spuntano dove non dovrebbero, dita in più, corpi che si fondono in chimere grottesche. Ma Jude non le mostra per criticare la tecnologia: le mostra perché in quella bruttezza vede qualcosa di autentico. Come spiega nell’intervista a Slant Magazine: «Volevo sempre usare le immagini peggiori. Vlaicu mi diceva ‘guarda, ce n’è una più formale e realistica’. E io rispondevo: ‘No, teniamo quella rotta’».

L’IA generativa, nella sua forma più degradata e destabilizzata, è per Jude lo specchio di ciò che siamo già: una civiltà che ricicla, cannibalizza, sfrutta e rigurgita immagini da secoli. Un’orgia di immagini generate dall’IA nella loro forma più rozza, instabile e grottesca, che Jude utilizza per sostenere una tesi precisa: non c’è nulla di davvero nuovo in questa tecnologia. Il suo appetito cannibale, il suo sfruttamento incessante delle immagini e il suo riciclare il passato sono semplicemente l’espressione più onesta della cultura che l’ha prodotta. Il capitalismo dell’algoritmo è il nuovo succhiasangue. E Dracula è il film che se ne fa beffe con gioia

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La Transilvania come set: il territorio tra mito e kitsch turistico

Girato in parte con iPhone e in parte con telecamere digitali di bassa qualità, il film abita la Transilvania reale di oggi: non il castello gotico dell’immaginario collettivo, ma le strade acciottolate di Sighişoara piene di bancarelle con magneti da frigo a forma di vampiro, le cliniche estetiche che ai tempi di Ceauşescu ospitavano star hollywoodiane a suon di dollari, i teatri-ristorante dove la leggenda di Vlad viene trasformata in spettacolo erotico per turisti. La casa natale di Vlad l’Impalatore è diventata un museo la cui guida non ha tempo per le domande dei bambini. Il temibile Impalatore è diventato un logo.

C’è qualcosa di malinconico e di feroce insieme in questa operazione. Jude è di origine transilvana, e la questione dell’appropriazione culturale — di come l’Occidente abbia preso un condottiero reale del XV secolo e lo abbia trasformato in souvenir di plastica — non è solo polemica intellettuale. È personale. Il film dedica quasi cinquanta minuti al romanzo rumeno Vampirul del 1938, considerato il primo romanzo rumeno sui vampiri, in una scelta che suona come un atto di restituzione: rimettere al centro una tradizione locale che il mito anglofono di Stoker ha sistematicamente oscurato.

Erudizione e volgarità: l’erede rumeno di Jean-Luc Godard

Uno dei principali equivoci su Jude è quello di leggerlo solo come un provocatore. Ma la provocazione è solo la superficie: sotto c’è un cinefilo sconfinato e un intellettuale che cita con la stessa disinvoltura Umberto Eco e Britney Spears, Wittgenstein e Ed Wood, Marx e Coppola. In Dracula c’è una rivisitazione del Nosferatu di Murnau, ormai di pubblico dominio, usato per vendere prodotti per l’ingrandimento del pene. C’è una ricostruzione del celebre “Ho attraversato gli oceani del tempo per trovarti”, Dracula di Bram Stoker di Coppola realizzata con l’IA (per evitare i diritti). C’è un cortometraggio muto in cui Vlad con il mal di denti fa visita al Dottor Caligari. Ci sono Charlie Chaplin e Steven Spielberg citato tra gli ospiti illustri delle cliniche estetiche di Ceauşescu.

L’alto e il basso si toccano e si fondono, senza compromessi e senza scuse. Chi ama Godard capirà subito di cosa stiamo parlando. I titoli di coda citano, tra gli altri, Bram Stoker, Samuel Beckett, Jim Morrison, Ed Wood e Jesus Franco. Sullo stesso piano. Questo è tutto quello che dovete sapere su Radu Jude.

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Il briccone divino: ritratto di un autore orgogliosamente divisivo

Radu Jude è il briccone divino venerato dai nativi americani e immortalato dal saggio di Paul Radin. È il Johnny Rotten della settima arte. Un autore orgogliosamente divisivo, un Marchese de Sade del grande schermo, un aedo del ridicolo sublime capace di trasfigurare le immagini in movimento in una vertiginosa antologia dello humour nero caro ad André Breton. Senza mai pontificare o salire in cattedra, Dracula incenerisce il mito con abbacinante crudeltà per poi farlo rinascere in un’epifania rancida, corrotta e politica. Un compendio di decomposizione che non cerca redenzione — la trova, suo malgrado, nell’ultimo posto che ti aspetteresti

Tre ore di eccesso: il tempo come scelta politica

Sì, il film dura quasi tre ore. E sì, può irritare, stancare, disorientare. Ma la durata non è un difetto: è una dichiarazione d’intenti. La ridondanza, il riciclo, la ripetizione sono parte integrante del discorso sull’immagine contemporanea che Jude porta avanti da anni. Pensate ai video in loop di TikTok, agli episodi infiniti delle serie streaming, alla costante riproduzione dei miti popolari in forme sempre più degradate. Dracula mima quella struttura e la porta fino alle sue conseguenze più estreme.

La durata dell’opera è di per sé una provocazione, ma quella provocazione è calibrata: Jude sa benissimo cosa sta facendo. E quando, nell’episodio più classico del fillm, l’adattamento del romanzo di Nicolae Velea, dimostra di saper costruire una scena drammatica con precisione quasi bressoniana, prima di distruggerla con una pessima animazione IA, è come se Picasso ti mostrasse che sa disegnare, se vuole. Ma Jude preferisce il cappello postmoderno. E sopra, un altro cappello ancora.

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Se Dracula fosse un cocktail: il Transylvanian Bloody Mary

Dimenticate il Bloody Mary di James Bond, quello con la salsa Worcestershire ordinato con aria di sfida da Claudine Auger in Operazione Tuono. Quello era un drink della Guerra Fredda, elegante e muscolare. Il cocktail di Dracula è un’altra cosa: è un Bloody Mary transilvano, preparato con la pălincă al posto della vodka.

La pălincă è la grappa di prugne selvatiche dei Carpazi, il distillato tradizionale della Transilvania: potente, ruvida, con quel retrogusto affumicato e terroso che nessuna vodka si sognerebbe di avere. Non si trova facilmente, non si adatta a nessun contesto mondano, e chi non la conosce la guarda con sospetto. Esattamente come il cinema di Jude.

La base di succo di pomodoro è il sangue — ovviamente, siamo pur sempre da Dracula — ma è anche il colore rosso del marxismo, il succo denso della storia rumena, il liquido opaco dentro cui Jude immerge ogni sua immagine. Il tabasco è la volgarità deliberata, quella che brucia in gola e che molti critici non riescono a digerire: necessaria, calibrata, mai gratuita. La salsa Worcestershire porta l’umami oscuro dell’erudizione — quella stratificazione di riferimenti, da Umberto Eco a Ion Creanƽagă, che dà profondità a ogni singolo sketch. Il limone è l’acidità anticapitalista, il morso che non ti aspetti. E il sedano? È l’IA: legnoso, un po’ ingombrante, che a qualcuno sembra fuori posto ma senza di lui il drink perde la sua ragione d’essere.

Si serve in un bicchiere alto, senza troppe cerimonie, con il ghiaccio che si scioglie lentamente nel corso delle quasi tre ore di visione. Il primo sorso è uno shock: la pălincă non è la vodka liscia e neutrale a cui siete abituati, e il film non è il blockbuster su Dracula che vi aspettavate. Ma dopo un po’ capite che non potreste berlo altrimenti. Qualcuno, a metà bicchiere, storcerà il naso e lo poserà sul tavolo. Gli altri lo finiranno fino in fondo, e ordineranno un altro giro.

Un film necessario per un mondo vampirizzato

Dracula non è un film per tutti. Non è nemmeno un film facile da amare. Ma è un film che conta, che lascia il segno, che fa esattamente quello che dovrebbe fare il cinema d’autore: sfidare le convenzioni, disturbare lo spettatore, aprire domande invece di fornire risposte. In un panorama cinematografico sempre più dominato dalla logica del franchise e dall’algoritmo — in un mondo, insomma, sempre più vampirizzato da forze che succhiano linfa creativa per rigurgitare contenuto — il gesto di Jude ha qualcosa di radicalmente necessario.

Non a caso, la critica internazionale ha diviso le sue reazioni nettamente: si schiera, con Jude. Non si è indifferenti.

«Io sono Vlad l’Impalatore, potete tutti succhiarmi il c***o.» Inizia così. E finisce con i versi recitati dalla figlia di un operatore ecologico rumeno in una scuola elementare: «Sei solo con la tua anima pesante, non può consolarti il desiderio di un’intima felicità lontana — di quel che non è stato, ma poteva essere. Di quello che è stato ed è perso per sempre.» In mezzo, quasi tre ore di cinema che non assomigliano a nient’altro. E che non si dimenticano.

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